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 21/09/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UNIVERSAL ISSUES 
UNIVERSAL ISSUES / Democrazia, Terrorismo e Stato segreto dall’era di Gladio alla Guerra contro il terrorismo
Date of publication at Tlaxcala: 27/01/2013
Original: Democracy and the Secret State: The Deception and Terrorisation of Populaces from the Era of Gladio to the War on Terror

Democrazia, Terrorismo e Stato segreto dall’era di Gladio alla Guerra contro il terrorismo

Makinde Adeyinka

Translated by  Curzio Bettio

 

Si dovevano attaccare civili, gente comune, donne, bambini, persone sconosciute lontane da ogni gioco politico. La ragione era molto semplice - costringere la gente a rivolgersi allo Stato per una maggiore sicurezza”-. Vincenzo Vinciguerra

La natura, la necessità e la portata dell’insieme dei poteri esercitati dallo Stato sui cittadini per alcuni aspetti sono argomenti di controversie nelle attuali circostanze del mondo occidentale, come lo sono stati nel lontano passato medievale pre-democratico.
Nella sua opera Della Ragion di Stato, completata nel 1589, il pensatore italiano Giovanni Botero argomentava contro l’amoralità abbracciata e sostenuta filosoficamente da Niccolò Machiavelli ne Il Principe, un trattato politico incentrato sui modi e i metodi della manipolazione delle leve del potere da parte di un dominatore in uno Stato organizzato.
 
In buona sostanza, il senso generale e il motore primo del trattato di Machiavelli insistono sul fatto che qualsiasi azione intrapresa da un “principe” per preservare e promuovere la stabilità e la prosperità del suo dominio sia intrinsecamente giustificabile. Pertanto, l’impiego della violenza, dell’omicidio, dell’inganno e della crudeltà verso il conseguimento di tali obiettivi non è ignobile, nella misura in cui il “fine giustifica i mezzi”.
 
Tuttavia, date le implicazioni ad un necessario ricorso all’illegalità e a metodi conseguenti che generano ben più di un soffio di autoritarismo, il “fine giustifica i mezzi” non corrisponde alla rappresentazione concettuale del modus operandi con cui i moderni Stati occidentali democratici, si suppone, dovrebbero operare, in termini di strategie politiche, sia in ambito nazionale che all’esterno.
Eppure, mentre lo Stato moderno, guidato com’è da un ethos che incorpora il principio di legalità e il rispetto dei diritti umani, esercita i poteri che sono controllati e bilanciati da un mandato di adesione alla costituzionalità, si pongono domande inquietanti e problemi irrisolti che vengono suscitati dalle attività di agenzie di intelligence appartenenti al ramo esecutivo dei governi.
Coloro che lavorano nei settori dei servizi di sicurezza interna e all’esterno hanno il compito di individuare le minacce sotto un velo indispensabile di segretezza. Ma abbondano le domande sui limiti delle loro attività, e su come realmente devono renderne conto.
 
Sorprendentemente, fino a quasi la chiusura del 20° secolo, le leggi del Regno Unito britannico nemmeno formalmente riconoscevano l’esistenza del servizio di sicurezza interna MI5.
Il caso “Harman e Hewitt contro il Regno Unito” del 1991, istruito ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sosteneva che la mancanza da parte del Regno Unito di fornire un fondamento di legittimità all’esistenza di questa struttura, dotata di poteri di sorveglianza e di raccolta di informazioni, andava contro i diritti di tutela della privacy, e, per estensione, era un’abrogazione del principio di legalità.
A seguito della sentenza specifica, il Regno Unito approvava una carta statutaria per il servizio MI5, un comma ai sensi della legge “Security Service” del 1989, e più tardi veniva compiuto un passo simile per la sua controparte a vocazione straniera, il Secret Intelligence Service MI6, tramite la legge “Intelligence Services” del 1994.
 
In modo del tutto stucchevole, i servizi segreti della Gran Bretagna continuano a mantenere salda la finzione che “non fanno nulla di sporco”, in altre parole che non cercano di sovvertire i governi stranieri e di pianificare omicidi.
 
Questo riporta subito l’attenzione sulle vicende del passato, ad esempio sulle smentite circa il cosiddetto “Complotto Lockhart”, un intrigo del MI-1C, precursore del MI6, ordito da Robert Bruce Lockhart. Si pensava che il complotto Lockhart avesse come obiettivo l’assassinio di Lenin e il rovesciamento del governo bolscevico appena insediatosi in Russia.
Tale eventualità, si sperava, avrebbe permesso ad un governo successivo a quello bolscevico di stracciare il Trattato di Brest-Litovsk e di riportare la Russia a riprendere la guerra contro la Germania.
 
Alcuni anni fa, l’affermazione da parte di un funzionario ai vertici del MI6, “che loro non organizzavano omicidi mirati”, provocava urla di derisione e un senso di incredulità assoluta. “Certamente, si fanno ancora!”, questa era la risposta più comune.
Questa asserzione veniva anche contraddetta da Sir Richard Dearlove, un ex capo dei servizi, che ammetteva che gli agenti avevano il potere di usare la “forza letale”.
A norma della legge “Intelligence Services”, gli agenti sono autorizzati a svolgere attività illegali, come la violazione di domicilio e la collocazione segreta di dispositivi di ascolto, nell’interesse della sicurezza nazionale, e anche se non vi è alcuna clausola specifica che assegna agli agenti del MI6 una “licenza di uccidere”, il comma 7 della legge non solo offre una protezione agli agenti quando hanno piazzato microfoni e hanno corrotto, ma anche quando sono coinvolti in imprese che implicano l’omicidio, il rapimento e la tortura, sempre che tali azioni siano state autorizzate per iscritto da un ministro del governo.  
 
Ancora, va ricordato che, mentre agenti britannici “pentiti” hanno affermato che nel recente passato era stato pianificato l’assassinio perfino di ex capi di governo come Slobodan Milosevic di Serbia e del libico Muarmar Gheddafi, la politica ufficiale, naturalmente, rimane ferma nella posizione né di confermare né di negare le accuse relative alle proprie attività.
 
Nonostante le recenti riforme legislative in Gran Bretagna, la sensazione dell’esistenza di uno “Stato segreto” estremamente potente, e che agisce a volte in modo inquietante, persiste qui come negli Stati Uniti e in altre nazioni occidentali.
 
Le inchieste del Congresso degli Stati Uniti dopo la caduta del Presidente Richard Nixon a seguito dello scandalo Watergate hanno scoperto e sviscerato piani elaborati dai servizi segreti, in particolare dalla Central Intelligence Agency (CIA) e dal Federal Bureau of Investigation (FBI), che comportavano la deliberata sovversione di governi stranieri e omicidi mirati, e diffuse violazioni delle libertà individuali attraverso azioni spionistiche e vessatorie, rivolte anche contro gruppi e associazioni mediante infiltrazioni per ingenerare il loro disgregamento.
 
Un’accusa inquietante, spesso documentata, rivolta a molte agenzie dello “Stato segreto” per le loro sotterranee macchinazioni, è la tendenza alla corruzione e alla perpetuazione di culture criminali, che hanno implicato la formazione di alleanze empie con gangster, estremisti politici e regimi corrotti.
Per esempio, veniva scoperto che la CIA aveva cospirato con gli elementi della Mafia usamericana per assassinare il cubano Fidel Castro negli anni ’60; e negli anni ‘80, malgrado una legge emanata dal Congresso, erogava fondi ai Contras del Nicaragua, che si sapeva anche finanziati da proventi del traffico di droga.  
 
Negli anni ‘60 e ‘70, Aginter Press, la facciata di copertura del campo fascista di addestramento alla guerriglia di Yves Guérin-Sérac, che era stato progettato per insidiare le possibilità delle democrazie liberali occidentali di cadere sotto l’influenza della Sinistra, veniva in parte finanziata dalla CIA.
 
La maggior parte di questi sforzi è stata messa in atto con il sostegno e la direzione di figure impegnate nell’ambito di governi democraticamente eletti.
Mentre i politici conservano la maschera di essere integrati in una cornice di correttezza morale e di giusta applicazione dello Stato di diritto, nell’ombra e dietro le cortine fumogene sollecitano, gestiscono e favoriscono i mandati con metodi immorali, che nel loro intendimento pensano svolgersi nell’interesse delle loro nazioni. Allora sorge una domanda fondamentale: in che misura la documentazione storica smaschera i governi come agenti del terrore “sintetico”, artificiale, progettato a tavolino?
 
Nel “Gioco delle Nazioni”, l’uso dei servizi segreti e “operazioni nere” di natura militare per la fabbricazione di incidenti atti a giustificare guerre e repressioni sociali sono quasi di obbligo.
Come di obbligo è la frase spesso usata, “La prima vittima della guerra è la verità.”
Gli storici occidentali non hanno problemi nell’attribuire a regimi totalitari o autoritari la responsabilità di incidenti montati ad arte, come quelli perpetrati dalle forze del Giappone imperiale al fine di invadere prima la Manciuria e poi la Cina, e come quel “Incidente Gleiwitz” utilizzato dal Terzo Reich di Hitler per invadere la Polonia.
 
E i media occidentali non hanno avuto alcun problema nel diffondere i sospetti sulla complicità del governo russo negli attentati del 1999 soprannominati “Gli attentati dinamitardi contro gli appartamenti di Mosca”. Attribuiti ai separatisti Ceceni, questi attentati hanno fornito il pretesto per scatenare una seconda guerra sanguinosa contro lo Stato di Cecenia federato con la Russia.
 
Ma che dire degli atti di violenza prefabbricati e della disinformazione utilizzata dalle agenzie di sicurezza delle democrazie occidentali, non solo per sovvertire i governi stranieri, pensiamo al rovesciamento famoso per mano della CIA del governo iraniano democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq, ma anche utilizzati all’interno dei propri confini per il raggiungimento di obiettivi sulla base di un presunto “interesse nazionale”?
Inoltre, ci si può chiedere se questa raffigurazione, che implica la possibilità di progettare operazioni di “falsa bandiera”, inquadri le circostanze attuali di contemporanei attacchi terroristici in Occidente verificatisi prima e durante una serie di conflitti sostenuti in Medio Oriente da parte di un’Alleanza fra Stati Uniti e nazioni dell’Europa occidentale.
 
Oggi, lo Stato, come è avvenuto ai tempi di Machiavelli e di Botero, ha un interesse preminente per la sua sussistenza e per la sua auto-conservazione. Queste preoccupazioni possono a volte essere espresse nei termini di “interesse nazionale” o di “interesse strategico del paese”, e come una questione di “sicurezza nazionale”.
E se l’interesse nazionale di un paese come l’Italia coincide con il non dovere sottostare ad alcuna forma di influenza da parte di un governo anche parzialmente popolato da Comunisti, o che l’interesse strategico degli Stati Uniti deve essere quello di garantirsi un accesso continuo alle risorse minerarie di una particolare regione del mondo, che si dà il caso essere prevalentemente popolata da Musulmani, fino a che punto lo Stato dovrebbe spingersi per dare garanzie a tali interessi?
Dovrebbe ricorrere a mezzi amorali, come la violenza e l’inganno di cui sopra? O ci sono limiti o confini, l’attraversamento dei quali potrebbe tradire tutto quello che è ritenuto sacrosanto presso gli auto-proclamatisi bastioni della libertà e della democrazia?
 
Fatto salvo che in regimi autoritari e dispotici i mezzi per garantire certi interessi dello Stato possono essere impiegati apertamente e senza remore attraverso brutali meccanismi, risulta chiaro che nelle società democratiche, in cui gli obiettivi devono essere raggiunti con il consenso e l’approvazione della maggioranza del popolo, è possibile ricorrere ai servizi di apparati segreti dello Stato per creare le condizioni idonee a facilitare tale consenso.
Per di più, questo favorisce i governanti di tali Stati, democratici e apparentemente amanti della libertà, nell’assunzione di maggior potere, attraverso leggi che permettono loro di adottare determinate caratteristiche tipiche dei regimi autoritari, però con il consenso dei cittadini, che si lasciano quindi spogliare di diritti e libertà, magari conquistati duramente.
 
Il risultato di alcune delle strategie impiegate, una volta per contenere l’avanzamento del Comunismo sovietico, e ora per contrastare l’Islam politico nel contesto della “Guerra al Terrore”, è stato quello di assegnare agli Stati democratici una surreale, quasi psicopatica caratteristica, quella di mostrare falsamente un volto pubblico di benevolenza, e nel contempo si giustificano le possibili azioni disonorevoli e di estrema crudeltà dei loro organismi segreti.
Certo, per alcuni possono sussistere motivi per cui le pratiche delle “extraordinary renditions” (rapimenti e consegne straordinarie, contro il diritto internazionale), della tortura e degli omicidi mirati, accanto all’uso tattico delle arti oscure dell’inganno e dell’intrigo tipicamente impiegate da quei settori dello Stato dediti alla sicurezza e all’intelligence, possono essere i mezzi necessari a giustificare il fine, così si dice, di preservare la sicurezza pubblica, a salvaguardia degli interessi nazionali. Ma, per altri la giustificazione della realizzazione di azioni di governo draconiane e illegali suona come una sconfitta, e costoro presentano contro-argomentazioni  in contrasto con la logica del “fine giustifica i mezzi”. In altre parole, si devono porre freni agli scostamenti dalla morale convenzionale da parte dei governi che operano nell’ambito della democrazia.
 
Si deve ricordare che le agenzie utilizzate nelle politiche di contrasto delle minacce del Comunismo e dell’Islam politico non si sono limitate ai ruoli svolti rispettivamente dai servizi segreti statunitensi e britannici, accanto a quelli dei paesi dell’Europa occidentale.
Da molto tempo, il coinvolgimento dei servizi segreti militari di tutte le nazioni dell’Europa occidentale a fianco delle agenzie di spionaggio all’interno dei paesi e al loro esterno è avvenuto in piena coordinazione, sotto l’egida del dominio segreto di una entità sovra-nazionale straordinariamente potente.
 
Al centro dell’allargamento di “sporchi conflitti” durante il periodo della “Guerra Fredda” ideologicamente ispirata contro l’Unione Sovietica, e durante lo “Scontro di Civiltà” tra l’Occidente e gli Islamisti in quest’epoca di “Guerra al Terrore”, troviamo sempre la NATO, acronimo di Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico.
Sotto la guida degli Stati Uniti, la NATO è stata creata dopo la Seconda guerra mondiale come una alleanza militare fra la gran parte delle nazioni dell’Europa occidentale, al fine di difendere l’Occidente dalla minaccia di invasione sollevata dall’Unione Sovietica.
 
Tuttavia, la NATO ha fornito anche l’ombrello sotto il quale è stata condotta una guerra segreta e di intrighi non solo contro organizzazioni terroristiche di sinistra violentemente estremiste, ma anche diabolicamente contro le popolazioni di alcuni paesi dell’Europa occidentale.
Inoltre, come indicano i recenti avvenimenti in Libia e gli eventi in corso in Siria, ora risulta chiaramente che il mandato della NATO si è esteso, superando di gran lunga i termini di riferimento originariamente designati.
 
Ma come è avvenuto il coinvolgimento della NATO nell’esecuzione di atti di violenza contro i cittadini in una serie di paesi europei? La risposta sta nella politica degli Stati Uniti orientata a contenere la diffusione del Comunismo e dell’influenza sovietica.
In qualità di partner militare di gran lunga determinante nella liberazione dell’Europa occidentale dal dominio nazista, e anche come potenza finanziaria che ha facilitato il risanamento economico del territorio europeo attraverso l’attuazione del Piano Marshall, gli Stati Uniti d’America avevano tutto l’interesse a mantenere la status quo politico nelle nazioni europee.
 
Quindi, questo significava che non si era disposti a tollerare una situazione in cui i Partiti comunisti avevano una possibilità di raggiungere il potere politico o di esercitare la loro influenza attraverso il successo in un processo elettorale. Questa linea di pensiero riguardava per certi versi anche i Partiti socialisti “filo-sovietici”.
Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e nel contesto di una “Guerra Fredda” in via di sviluppo, sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna decidevano di istituire una rete di forze paramilitari, le cosiddette cellule “stay-behind”, unità segrete con il compito di condurre la guerriglia nel caso di un’invasione degli eserciti del Patto di Varsavia guidati dall’Unione Sovietica.
 
Nel tempo, queste reti sarebbero state cooptate sotto l’egida della NATO, che coordinava la conduzione di queste formazioni armate segrete attraverso i servizi segreti militari di una serie di paesi europei e con la collaborazione della CIA, del MI6 e dei programmi di formazione offerti dal reggimento britannico Special Air Service (SAS) e dai Berretti Verdi statunitensi.
Il Comandante supremo alleato della NATO in Europa era a capo di una struttura che supervisionava le formazioni armate segrete tramite il Clandestine Planning Committee – Comitato per la Pianificazione delle azioni Clandestine (CPC) e un centro di comando militare denominato Comitato Clandestino Alleato (ACC).
 

In silenzio servo la libertà!

L’esistenza di queste formazioni armate segrete e il ruolo malefico che conducevano nel contribuire alla violenza di matrice politica in molte delle nazioni dell’Europa occidentale non è stato ufficialmente rivelato fino al novembre 1990, quando il Primo ministro Giulio Andreotti si presentava davanti al Parlamento italiano per annunciare l’esistenza di un programma “stay-behind”, individuato con nomi diversi per ciascun paese, ma che in Italia era conosciuto come Gladio.
Le cellule stay-behind non erano soggette al controllo o ad indagini critiche del Parlamento, e tale era la segretezza e la reattività di questa rete paneuropea di guerriglieri, che molti leader come il Presidente francese François Mitterand potevano falsamente dichiarare di ignorarla.
 
Andreotti, che aveva suscitato un vespaio dopo le sue rivelazioni, doveva ricordare che rappresentanti della formazione armata segreta francese si erano riuniti solo in epoca recente presso il quartier generale della NATO a Bruxelles. La parte più sconvolgente di queste rivelazioni riguardava come le cellule armate segrete erano state usate per fomentare la violenza e come portavano la responsabilità di diversi attentati terroristici contro i cittadini delle loro stesse nazioni.
Queste formazioni segrete erano state utilizzate anche in varie trame nere per sovvertire e rovesciare governi democraticamente eletti, ed erano perfino sospettate di aver partecipato agli omicidi di alcuni leader europei.
 
In Italia bisogna fare riferimento soprattutto al periodo degli “Anni di Piombo”.
Questo è stato un periodo che ha avuto il suo inizio alla fine degli anni ‘60 ed è durato per tutti gli anni ‘80, quando il fragore delle bombe e il crepitare dei proiettili accompagnavano con intermittenza la ricca varietà del paesaggio sonoro urbano italiano.
A volte, questi omicidi si presentavano drammaticamente come parti di un conflitto scaturito dall’ideologia dell’estrema Sinistra dello spettro politico.
Le Brigate Rosse, un’organizzazione terroristica marxista-leninista, erano il tipico alfiere della politica che individuava come ineluttabile il conflitto contro il capitalismo e l’imperialismo tramite la guerriglia urbana. In larga competizione con costoro si muovevano violenti gruppi paramilitari di estrema Destra.
 
Ma, come sottolineato da Daniele Ganser nel suo libro, “Nato’s Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, - Formazioni armate segrete della Nato: Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale”, mentre i gruppi di sinistra prendevano di mira figure specifiche dei settori statali e di quello degli affari e della finanza, la Destra operava per uccisioni di massa, piazzando bombe in aree densamente popolate.
E la capacità della Sinistra di… “competere” con la Destra veniva seriamente ridotta dal fatto che quest’ultima riceveva protezione da personalità di alto livello, che operavano all’interno dello Stato segreto italiano, inclusi i servizi segreti militari.
 
Tra i numerosi atti di terrorismo della Destra perpetrati in questo periodo, quelli che spiccano sono gli attentati dinamitardi effettuati a Milano, piazza Fontana, nel 1969, a Peteano nel 1972 e alla stazione ferroviaria di Bologna nel 1980. Per quanto riguarda gli omicidi di singoli personaggi, le Brigate Rosse sono state interessate nel 1978 al rapimento e all’esecuzione di Aldo Moro, un politico di primo piano che in precedenza aveva occupato la carica di Primo ministro, e questo assassinio ha rappresentato una svolta decisiva.
 
Sebbene gli atti di violenza nel loro complesso fossero stati messi in opera da gruppi politici estremisti, in seguito sarebbe stato rivelato che la mano manipolatrice degli apparati segreti dello Stato aveva avuto buon gioco nelle vicende, orchestrando attacchi di violenza “sintetica”, costruita a tavolino, al fine di creare un clima di paura e di insicurezza tra la popolazione.
Siamo in presenza della cosiddetta “Strategia della Tensione”, un piano generale progettato per condizionare l’opinione pubblica e portarla ad esigere un “forte”, autoritario, governo di destra che potesse impedire alla società di scivolare nel caos e una possibile presa di potere politico in Italia ad opera del Partito comunista.
 
Le confessioni di Vincenzo Vinciguerra, ex membro del neo-fascista Ordine Nuovo, indicano che la carneficina perpetrata a Milano alla sede  principale della Banca Nazionale dell’Agricoltura, che inizialmente era stata attribuita agli anarchici, era in realtà un’operazione  della Destra estrema con la complicità di agenzie di sicurezza, progettata per istigare la dichiarazione di uno stato di emergenza.
Quello che ne sarebbe derivato, questo la Sinistra temeva, poteva essere una riscrittura della Costituzione italiana secondo un modello autoritario.
 
Le rivelazioni di Vinciguerra, sotto la spinta di indagini condotte dal giudice Felice Casson, sottolineavano il fatto che anche l’attentato di Peteano, che aveva visto assassinati militi dei Carabinieri attirati in una trappola di una macchina imbottita di esplosivo, era stato effettuato da membri di Ordine Nuovo, anche se al momento era stato attribuito alle Brigate Rosse.
Inoltre, Vinciguerra affermava anche che nello specifico membri del Servizio Segreto Militare italiano (SISMI) avevano collaborato strettamente con Ordine Nuovo nell’attuare questo attentato.
 
Citare l’azione di Ordine Nuovo e di altre organizzazioni consorelle, e le operazioni di individui della Destra estrema in Italia e in altre nazioni occidentali dell’Europa nel periodo post-bellico, fornisce la prova della linea di pensiero che informava la strategia più idonea al contenimento della diffusione del Comunismo. Le cellule “stay-behind” coordinate dalla NATO non sembrano essere rimaste “dormienti” durante i decenni di stallo armato tra i paesi membri della NATO e le forze del Patto di Varsavia.
 
Queste cellule avevano accesso alle scorte di armi e munizioni che venivano conservate nelle più svariate ubicazioni: i depositi  erano nascosti nella profondità dei boschi, così come sotto i cimiteri e le chiese. Infatti, in seguito si venne a scoprire che la bomba utilizzata nella strage di Peteano, inizialmente attribuita alle Brigate Rosse, proveniva da un nascondiglio di armi della Gladio celato sotto un cimitero alla periferia di Verona. L’esplosivo utilizzato non era del tipo usato dalle Brigate Rosse, ma si trattava della varietà C4, il più potente esplosivo disponibile in quel momento, in dotazione della NATO.
 
Vinciguerra si adattava alla perfezione al profilo di individuo idoneo ad essere selezionato come membro di una cellula “stay-behind” della NATO, un profilo simile a quello di tutti coloro che erano stati usati per portare a compimento operazioni domestiche di “falsa bandiera”, di natura terroristica.
Si era ritenuto che coloro che erano inclini ad una ideologia politica di estrema destra fossero più affidabili in termini di impegno e di zelo necessario per condurre una “guerra” contro la diffusione del Comunismo sovietico.
 
Della strage ferroviaria di Bologna, che aveva prodotto il massacro di 85 persone, venivano incolpati i neofascisti Nuclei Armati Rivoluzionari, e, come per il caso dell’attentato dinamitardo di Peteano, questa formazione veniva sospettata di essere stata agevolata da elementi che lavoravano per i servizi segreti italiani. Il Gruppo parlamentare dei Democratici di Sinistra (DS), in una relazione del 2000 sulla base di una seconda inchiesta parlamentare sulla Organizzazione Gladio scriveva quanto segue:
 Quei massacri, quelle bombe, quelle azioni militari erano state organizzate o promosse o supportate da uomini all’interno delle istituzioni dello Stato italiano e, come è stato scoperto più di recente, da uomini collegati alle strutture di intelligence degli Stati Uniti.” 
Il riferimento nella relazione a “uomini all’interno delle istituzioni dello Stato italiano” puntualizza un aspetto sinistro dell’assassinio di Aldo Moro, che si inserisce appieno nel contesto di tutta la “Guerra Fredda” e della politica ribadita dagli Stati Uniti per contenere la diffusione e l’influenza del Comunismo. Moro era stato rapito da una cellula delle Brigate Rosse guidata da Mario Moretti, ed era stato sottoposto a “processo” prima che un cosiddetto “tribunale del popolo” lo condannasse a morte; una sentenza che poteva essere commutata solo se lo Stato italiano avesse rilasciato 16 prigionieri associati al gruppo. Quando questa richiesta non ebbe seguito, Moro venne fucilato e il suo corpo messo nel bagagliaio di un’auto abbandonata in una strada del centro di Roma.
Si trattava forse di un caso limpido di un’operazione terroristica conclusasi in un omicidio preventivato, dopo che le richieste non fossero state soddisfatte?
 
Le indagini successive all’accadimento hanno portato alla luce una serie di elementi preoccupanti di informazioni, non ultimo quello della scomparsa dal Ministero degli Interni della maggior parte della documentazione sul caso. In via separata, erano state trasmesse al Ministero degli Interni anche informazioni cruciali, che avrebbe potuto portare all’appartamento di via Gradoli, dove Moro era stato tenuto prigioniero per almeno una parte della sua prigionia, ma di questi elementi non si era tenuto conto.  
 
Veniamo al contesto. Nel marzo del 1978, al momento del suo rapimento, Moro era nella fase finale di attuazione del compromesso storico, il suo grande progetto volto a formare un governo di coalizione che avrebbe coinvolto anche membri del Partito Comunista Italiano (PCI) nel braccio esecutivo del governo.
Dalla sua prigionia, Moro scriveva una serie di lettere ai membri del suo Partito politico, la Democrazia Cristiana (DC), implorandoli di negoziare con i suoi rapitori e presumibilmente di aderire alle loro richieste. Queste lettere, che non sono state rese pubbliche fino a molti anni più tardi, erano particolarmente critiche su Giulio Andreotti, allora a capo del governo.
 
In conclusione, gli appelli di Moro e quelli della sua famiglia non vennero ascoltati dai dirigenti italiani, uomini del partito di Moro, sordi alle invocazioni, che avevano deciso per una politica dura e intransigente alle concessioni. Durante la sua prigionia, è probabile che Moro abbia rimuginato sul fatto, se i suoi sforzi per raggiungere un compromesso storico con i Comunisti italiani avessero qualcosa a che fare con il suo sequestro.
Sua moglie, Eleonora, avrebbe ricordato che in occasione di una visita ufficiale negli Stati Uniti, quattro anni prima, gli era stato comunicato senza mezzi termini da un funzionario di alto grado del governo, che gli Stati Uniti erano assolutamente contrari ad una apertura di compromesso nei confronti del Partito comunista, e che lui avrebbe dovuto sopportare pesanti conseguenze se avesse insistito nel fare un tale accordo.
 
La signora Eleonora ha testimoniato che Moro le aveva riferito quello che il funzionario aveva intimato: “Lei deve abbandonare il progetto di portare tutte le forze politiche del suo paese a collaborare direttamente nel governo. O lei rinuncia a questo, o dovrà pagare un caro prezzo!”
Queste imposizioni avevano lasciato Moro così scosso, tanto da interrompere la sua visita, e da seriamente contemplare il suo ritiro dalla politica al suo ritorno.
Moro sarebbe stato fin troppo consapevole del potere esercitato dagli Stati Uniti in aiuto delle forze della Destra politica nelle situazioni in cui certi paesi minacciavano di svoltare a Sinistra.
Nel 1973, il colpo di Stato appoggiato dalla CIA in Cile aveva visto il rovesciamento violento dell’amministrazione marxista democraticamente eletta del Presidente Salvador Allende.
 
In tempi più recenti, colpi di Stato avallati dalla CIA avevano abbattuto governi in Turchia e in Grecia.
Inoltre, Moro avrebbe ricordato un evento, effettivamente molto simile ad un colpo di Stato, che aveva avuto luogo nel giugno 1964, mentre era Primo ministro. Il tentativo di golpe era stato diretto dal generale Giovanni De Lorenzo, comandante dei Carabinieri, con l’appoggio materiale di Renzo Rocca, il direttore delle unità Gladio all’interno della polizia segreta militare.
Il preludio al “Piano Solo”, il nome in codice per questo colpo di Stato, corrispondeva al fatto che le elezioni tenutesi nel 1963 avevano dimostrato un’avanzata del PCI, che aveva ottenuto il 25,26% dei voti accanto al 13,84 % del Partito Socialista Italiano (PSI), con la Democrazia Cristiana favorita dagli Stati Uniti ferma al 38%.
 
Come risultato, il PSI veniva premiato con posizioni di gabinetto, ma le agitazioni conseguenti promosse dal PCI che esigeva posti di governo causavano grandi preoccupazioni.
Quando le forze della NATO avevano organizzato una grande manovra militare, e carri armati e truppe dotate di armi pesanti erano rimaste nei dintorni di Roma per tutto il mese di maggio e una gran parte del mese di giugno, dopo una sfilata in ricorrenza del 150° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, Moro si sentì costretto ad incontrare il generale De Lorenzo.
Poco dopo, i Socialisti dovevano rinunciare ai loro incarichi ministeriali.
Un secondo colpo di Stato della Destra, guidato da Junio ​​Valerio Borghese, un fascista mai pentito, ebbe luogo la notte del 7 dicembre 1970.
 
L’“Operazione Tora Tora”, come nel caso del “Piano Solo”, prevedeva la presa di possesso di edifici pubblici, l’arresto e l’internamento di centinaia di esponenti della Sinistra in un campo di concentramento nell’isola di Sardegna. Erano stati predisposti anche piani per assumere il controllo con la forza di quartieri operai bastioni del sentimento comunista.
Anche in questo caso, il contesto erano elezioni in cui la Sinistra politica aveva conquistato posizioni.
Sostenuto dalla CIA e dalle unità della Gladio sponsorizzate dalla NATO, e con le navi da guerra della NATO in stato di massima allerta nel Mediterraneo, il putsch veniva annullato da una misteriosa telefonata effettuata nelle prime ore dell’8 dicembre a Borghese da un alto funzionario degli Stati Uniti.
 
La chiamata proveniva forse dallo stesso Presidente Nixon o da un ufficiale ai vertici del comando della NATO, e, come l’autore della telefonata, anche il motivo della chiamata rimane un mistero, anche se alcuni ipotizzano e altri insistono che un alto livello di attività navale sovietica nel Mediterraneo indicava che i Sovietici erano al corrente dei piani.
 
La penisola italiana, una terra da secoli famosa per gli intrighi e le macchinazioni di papi, principi e delle sue classi politiche, è stata l’incubatrice fertile di società segrete di tutti i tipi, che si sono dimostrate molto influenti nelle vicende che hanno plasmato il popolo italiano.
Queste società segrete hanno annoverato movimenti politici rivoluzionari carbonari del 19° secolo fino ai clan criminali organizzati su base regionale, che costituiscono Cosa Nostra, N’drangheta, Camorra, Sacra Corona Unita.
 
L’impatto della Carboneria sull’unificazione politica conclusiva della penisola è stato immenso, come immensa è l’azione perenne “succhia sangue”, vampiresca, delle organizzazioni mafiose, sia nei confronti dello Stato che del popolo.
D’altro canto, anche il livello di forte influenza del fenomeno della Massoneria o delle Logge massoniche sul corso sostanziale della storia italiana è oggetto di discussione.
Comunque, non ci sono dubbi sull’influenza esercitata almeno in un caso da una Loggia massonica.
Nel marzo del 1981, un elenco di nomi composto da più di 900 personaggi appartenenti agli alti ranghi del mondo politico, dei servizi segreti, delle forze armate, della polizia, del servizio civile, del giornalismo e del mondo dell’industria veniva scoperto nella residenza di Licio Gelli, il Gran Maestro della Loggia Propaganda Due (P2), una pseudo Loggia massonica.
Tra i suoi membri vi era anche il futuro Primo ministro Silvio Berlusconi.
 
Il riferimento della relazione del Gruppo Democratici di Sinistra a “uomini all’interno delle istituzioni dello Stato italiano” potrebbe anche essere relativo a conventicole segrete esterne alle strutture visibili dello Stato, cioè, all’altra possibile configurazione di uno “Stato segreto”, che implica la contemporanea esistenza di un gruppo di persone potenti e influenti che possono formare ciò che effettivamente è uno Stato parallelo. L’idea qui è che questo gruppo di individui non eletti e fuori controllo, sconosciuti al grande pubblico di quella che viene definita formalmente società democratica, hanno il potere di indirizzare e modellare gli eventi.
Questa è la sostanza di ciò che viene spesso etichettato come “teoria del complotto”, solo che in Italia una tale organizzazione, che de facto costituiva un vero e proprio governo ombra, era viva e vegeta durante gli “Anni di Piombo”.
 
Per di più, si trattava di una organizzazione che era di uno stridente anti-comunismo e che manteneva stretti legami con la struttura di intelligence degli Stati Uniti.
Nel 1974, Licio Gelli aveva avuto un incontro segreto con Alexander Haig, presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Haig, ex comandante supremo della NATO, allora direttore dello staff dell’amministrazione Nixon, assicurava Gelli che gli Stati Uniti continuavano a sostenere Gladio e ad appoggiare tutti gli sforzi finalizzati a tenere fuori gioco la Sinistra politica.
Così, sia la P2 che Gladio venivano finanziati dagli Stati Uniti.
 
Se Gladio costituiva il braccio armato, la Loggia P2 agiva da cervello dello “Stato Parallelo”, avviando e guidando lo stratagemma volto a far fallire la crescente influenza del Comunismo, in perfetta armonia con gli interessi usamericani.
Questa società segreta, esistente in spregio all’articolo 18 della Costituzione italiana che vieta la formazione di tali associazioni, era essenzialmente un’organizzazione criminale vincolata alla criminalità organizzata italiana.
Questa organizzazione guadagnava notorietà internazionale al momento dello scandalo che coinvolse la bancarotta del Banco Ambrosiano e l’assassinio del Presidente e amministratore delegato della Banca, Roberto Calvi, che veniva trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge (Ponte dei Frati Neri) a Londra nel 1982.
 
Lo stemma della Loggia P2 portava l’immagine di un abate nero!
La P2 veniva coinvolta anche nell’omicidio di Mino Pecorelli, un giornalista il cui destino era segnato forse dalle informazioni privilegiate che aveva ottenuto sulla tragedia di Aldo Moro.
Si ritiene che membri della Loggia, che a quanto pare la mattina del sequestro Moro si erano riuniti nel vicino Hotel Excelsior, abbiano orchestrato il rapimento.
Molti di loro, appartenenti al personale della polizia, dei Carabinieri e dei servizi segreti in posizioni di comando, sarebbero stati intimamente coinvolti nella farsa del tentativo di localizzare Moro e i suoi rapitori.
 
Se è così, è stata la più grande vittoria della P2, e la diretta conseguenza dell’assassinio di Moro è stata quella di bloccare ogni possibilità di compromesso storico.
L’ultimo piano di Gelli, quello di rovesciare il governo attraverso un golpe, un colpo di Stato, che doveva realizzarsi nel quadro di un programma soprannominato “Piano di Rinascita Democratica”, non riuscì ad essere attuato, ma tuttavia provocò la marginalizzazione della Sinistra in generale, e in particolare quella dei Comunisti.
 
***
 
Anche in Gran Bretagna, durante questo periodo di minaccia comunista, si dimostrò attivo lo “Stato segreto”, in una fase in cui, in due occasioni storiche ben distinte, la possibilità di un colpo di Stato militare nel paese venne presa in considerazione, e in seguito potenziata con l’estensione dei piani di azione che sostanzialmente erano già stati definiti.
 
Entrambi i colpi di Stato dovevano essere condotti contro le amministrazioni socialiste guidate da Harold Wilson, il primo complotto alla fine degli anni ’60, e il secondo al culmine di intrighi perpetrati da operativi di destra appartenenti all’intelligence militare britannica e al servizio di sicurezza interna, MI5. L’ultima parte degli anni ‘60 era stata testimone di alcuni avvenimenti e di certe tendenze che avevano indotto alcuni membri dell’élite britannica a preoccuparsi per la direzione verso cui l’ex potenza imperiale si stava orientando.
Un evento chiave era stato la svalutazione della sterlina nel 1967, un sintomo del “degrado” continuamente percepito di una nazione-impero in declino, ancora traumatizzata dalla umiliazione della sconfitta di Suez del 1956.
 
Un altro evento corrispondeva alla situazione che si stava deteriorando in Irlanda del Nord, dove il movimento imborghesito per i diritti civili della comunità cattolica romana si stava trasformando in una lotta militarizzata condotta da un redivivo Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).
Inoltre, si aveva l’impressione che Wilson e il Partito laburista fossero troppo tolleranti nei riguardi del movimento “Ban the Bomb” per la messa in mora delle armi atomiche e per una deriva verso una politica di disarmo nucleare unilaterale.
Per di più, i timori suscitati da un crescente potere dei sindacati e dalle controversie relative ad un sentimento di disagio verso l’immigrazione non-bianca andavano ad aggiungersi alla sensazione di una nazione in crisi perenne.
 
Nel 1968, si tenevano riunioni promosse dal grande industriale della carta stampata e agente del M15, Cecil King, che assumeva l’iniziativa di un’avventura che prevedeva la deposizione del governo eletto per mano dell’esercito e l’insediamento di un governo alternativo di natura militare guidato da Lord Louis Mountbatten.
La vittoria elettorale di Wilson nel 1964 significava uno sbandamento verso la Sinistra, una direzione che elementi del governo degli Stati Uniti consideravano “funesta”.
James Jesus Angleton, un “cacciatore di spie” della CIA, riteneva che Wilson fosse un infiltrato sovietico. La tesi ipotizzava che Wilson si fosse accomodato anni prima con agenti sovietici, quando in qualità di presidente della Camera di Commercio, aveva fatto diversi viaggi dietro la “Cortina di Ferro”.
 
Per giunta, la morte improvvisa nel gennaio 1963 del leader laburista Hugh Gaitskell suscitava sospetti da parte di Angleton, come se alcuni appartenenti all’intelligence britannica fossero stati manovrati dal KGB al fine di aprire la strada a Wilson per la successione alla testa del partito.
Gaitskell era posizionato sulla destra del Partito laburista, ed egli aveva proposto di abbandonare la Clausola Quattro di costituzione del Partito sulle nazionalizzazioni e la proprietà comune, un provvedimento considerato allora troppo radicale. Wilson, invece, veniva identificato con l’ala sinistra del Partito. Ciò che seguì fu una campagna di colpi bassi montata da agenti dei servizi segreti britannici. Nome in codice, “Operazione Arancia Meccanica”, il suo mandato era quello di insudiciare un certo numero di politici britannici, tra cui non solo Wilson, ma significativamente, anche il rivale politico di Wilson del partito conservatore, Edward Heath.
 
Le parole d’ordine di Heath per il Partito conservatore dei Torys, e la debolezza percepita nel suo modo di porsi rispetto al movimento sindacale sempre più belligerante, non incontravano l’approvazione di quei membri del Partito che volevano un leader e un’agenda dei Conservatori più spostati a destra. Questo genere di affari non era senza precedenti nella storia politica britannica.
L’infame “Lettera Zinoviev”, un falso del 1924 prodotto da un’operazione del MI6, riguardava una presunta comunicazione di Grigori Zinoviev, il presidente del Comintern, rivolta ai Comunisti britannici, che intimava a costoro di stimolare “agitazioni propagandistiche” nei confronti delle forze armate. Così, quattro giorni prima delle elezioni generali in Gran Bretagna, il Daily Mail recava come titolo di testa: “Complotto di guerra civile dei Capi dei Socialisti; Mosca impartisce ordini ai nostri Rossi; scoperta una grande cospirazione!”
Il Partito laburista perdeva le elezioni sommerso da una valanga di voti contrari!
 
La prima parte degli anni ‘70, un periodo che nel continente europeo era caratterizzato da una intensificazione della polarizzazione ideologica fra Sinistra e Destra politica, con insofferenze nei confronti della Sinistra che favoriva l’uso della violenza urbana e si appoggiava a manifestazioni di piazza per ottenere risultati, peraltro con esiti “inefficaci”, vedeva la nascita in Gran Bretagna di un’organizzazione che si faceva chiamare Angry Brigade, la Brigata degli Arrabbiati.
 
L’Angry Brigade, un gruppo di presunti anarchici, per un momento forniva alla Gran Bretagna un assaggio in stile continentale di un movimento di guerriglia che prendeva di mira figure dello Stato, come ministri del governo e giudici, nonché metteva in atto attentati dinamitardi contro ambasciate straniere e personale di quegli Stati considerati “imperialisti” o “fascisti”.
La questione “legge ed ordine” divenne dirimente  nella scelta di campo rispetto ai conflitti tra le forze radicali della Sinistra e l’apparato del potere statale, che permeavano il discorso politico e culturale. Il problema di come queste tensioni profondamente radicate potessero risolversi si inquadrava nei termini che andavano da una rivoluzione, che poteva alterare decisamente lo status quo, all’attuazione di misure estreme che consentissero allo Stato di preservare la sua autorità.
 
Le opinioni, associate ad una delle due versioni per un possibile sbocco della deriva discordante della società, terreno favorevole alla realizzazione della “strategia della tensione”, si consolidavano nell’opinione pubblica attraverso il potere di condizionamento dell’intrattenimento televisivo popolare. Nel 1971, la rete televisiva ITV mandava in onda un episodio della serie, “The Persuaders! - Attenti a quei due”, dal titolo “Il tempo e il luogo”, in cui gli eroi playboy si imbattevano in un complotto per compiere un colpo di Stato da parte di membri del governo britannico, coordinati da un personaggio dell’aristocrazia.
 
La congiura prevedeva l’assassinio in diretta del Primo ministro nel corso di un dibattito televisivo su una legge controversa riguardante l’ordine emergenziale, che secondo i suoi oppositori rappresentava la “morte della democrazia” e secondo i sostenitori un “ritorno alla ragione”.
L’assassino, all’apparenza una figura dimessa e distaccata confusa tra il pubblico, doveva essere attivato secondo il metodo del condizionamento “và ed uccidi” in stile Manchurian Candidate, con una pistola nascosta nel cavo interno ad un libro. L’omicidio sarebbe servito come giustificazione per un cambio di gestione del governo e per l’imposizione della legge marziale.
 
Come spiega uno degli attori della congiura poi fallita, “l’opinione pubblica si sentirà violentata, e quando Croxley (il Lord alla testa del colpo di Stato) lancerà un appassionato appello per un’azione forte, la gente di questo paese non solo approverà la formazione di un nuovo governo, anzi lo esigerà.”
Tuttavia, la fiction, pur come intrattenimento da prima serata televisiva, alludeva all’intendere diffuso tra la massa dei Britannici sulla natura del loro governo: vale a dire alla loro convinzione dell’esistenza dell’“Establishment”, di un gruppo di persone potenti che, sebbene non elette, influenzavano nell’ombra in modo determinante la direzione del paese.
 
Inoltre la rappresentazione televisiva faceva seguito all’idea che un qualsiasi progetto per effettuare un cambiamento radicale della società, come un colpo di Stato militare, avrebbe trovato la sua concezione ed esecuzione solo da parte di soggetti appartenenti a tale Establishment.
Tradizionalmente, l’Establishment britannico, la classe dirigente britannica, ha sempre avuto come zoccolo duro elementi di alto lignaggio, di solito provenienti da ambienti  da cravatta vecchia scuola Oxbridge (Oxford-Cambridge), che insieme ad altri personaggi ai vertici del governo, della magistratura, delle forze armate, del servizio civile, della polizia e dei servizi di sicurezza, e con cortigiani all’interno della famiglia reale, hanno la tendenza a formare consorterie nei circoli esclusivi dei club per gentiluomini.
 
L’immaginario Lord Croxley incontra alcuni personaggi istituzionali nello scenario grandioso di un club per finalizzare i dettagli del colpo di Stato, con chiari riferimenti alla realtà, all’asserita influenza dell’autentico Club Clermont, in cui alcuni sostengono venisse covato un complotto per rovesciare il governo laburista negli anni ’70.
È utile notare che l’Establishment non necessariamente si confonde con il concetto di “Stato sotterraneo” vale a dire di uno “Stato nello Stato “, di cui il turco “Derin Devlet” viene considerato il paradigma standard.
 
Questo altro aspetto dello Stato segreto, quello di un governo parallelo che manipola gli eventi sullo sfondo, ad insaputa del potere in carica, eletto e manifesto, a differenza dei casi della Turchia e dell’Italia, non si è mai evidenziato nello specifico contesto britannico, sebbene si creda che Sua Maestà la Regina abbia una volta alluso a “poteri attivi in questo paese, di cui non abbiamo conoscenza.” Tuttavia, ciò che non è discutibile è l’esistenza di un apparato influente accanto a settori considerevoli dei servizi segreti, e non solo, che negli anni ’70 ha complottato contro il governo laburista con lo scopo di destabilizzarlo.
 
Wilson stesso aveva fornito ai giornalisti Barrie Penrose e Roger Courtiour segnali di “forze oscure che stanno minacciando la Gran Bretagna.”
Ci sono storici specialisti del settore, come l’autore Rupert Allason, che affermano che i servizi segreti del Regno Unito, a differenza di alcuni dei loro omologhi europei, come quelli italiani, non sono costituiti da individui prevalentemente di destra. Al contrario, Allason sostiene che anche soggetti con tendenze di sinistra vi sono stati sempre rappresentati.
 
Mentre il personale dei servizi segreti britannici ha la tendenza di provenire dall’élite della società, dopo tutto, alcuni dei suoi membri hanno prodotto il famoso “circolo Cambridge” composto da personaggi del calibro di Burgess, McClean, Philby e Blunt, che, indottrinati nell’ideologia comunista in precedenza durante i loro giorni da studente, in seguito si trasformarono in traditori del loro paese.
Verso la metà degli anni ’70, con Harold Wilson in corsa per diventare per la seconda volta Primo ministro, la nazione aveva già assistito a settimane lavorative di tre giorni in occasione del duro confronto del governo conservatore di Heath con il potente sindacato dei minatori.
 
Sindacati militanti e una agenda di interventi di sinistra, che avrebbero potuto compromettere l’impegno della Gran Bretagna ad aderire ad un sistema economico di libero mercato, nonché alla NATO, erano motivo di grande preoccupazione.
Fu così che in questa atmosfera nociva di sospetto e paranoia dell’esistenza di elementi sovversivi filo Sovietici all’interno delle classi politiche, dei servizi segreti e dei potenti sindacati operai, un gruppo di agenti del MI5 guidato da Peter Wright, l’autore di Spycatcher, “si introduceva furtivamente e piazzava illegalmente microfoni” da un capo all’altro di Londra “per volere dello Stato”, così Wright affermava.
 
Harold Wilson era convinto di essere stato spiato e che informazioni capziose su di lui venissero disseminate da fonti interne ai servizi di sicurezza, istituzioni del ramo esecutivo del governo che egli avrebbe dovuto controllare.
A parte le tensioni procurate da fantasmi di spie in agguato nell’ombra, Wilson era anche dell’opinione che dietro alle quinte stavano figure di spicco delle forze armate, sia in servizio che a riposo, pronte al segnale di rovesciare il suo governo.
 
Era dal 1648, quando il colonnello Thomas Pride aveva fatto irruzione nell’augusta arena dell’assemblea legislativa inglese un giorno di dicembre per porre fine al “Long Parliament”, che nulla aveva avuto più nemmeno la parvenza di un colpo di Stato militare nella “nazione-madre” della democrazia. Sembrava quindi essere tutto questo uno sviluppo assolutamente improbabile.
Ma Wilson, che in privato si lamentava di essere insidiato dai servizi di sicurezza, aveva preso atto anche di un “anello di acciaio” organizzato dall’esercito intorno all’aeroporto londinese di Heathrow, prima nel gennaio e di nuovo nel giugno del 1974.
 
La prima volta si era verificata alla vigilia delle elezioni generali di febbraio, in cui il Partito laburista ritornava al potere dopo un risultato di stretta misura. Anche se queste manovre venivano spiegate come misure di sicurezza in risposta a minacce terroristiche, comunque non specificate, Wilson considerava questi movimenti dell’esercito un chiaro avvertimento puntato nella sua direzione.
Moniti arrivavano anche da altre parti.
Il generale a riposo Sir Walter Walker, un personaggio che aveva occupato posizioni di alto grado all’interno della struttura di comando della NATO, esprimeva la sua insoddisfazione sulle condizioni del paese in una comunicazione al Daily Telegraph lanciando un appello a quei dirigenti “dinamici, pieni di energia, con volontà di innalzarsi ... al di sopra della politica dei partiti”, che avrebbero “salvato” il paese dal “cavallo di Troia comunista introdotto in mezzo a noi.”
 
Questo ufficiale era stato coinvolto nell’Unison (in seguito ribattezzata Assistenza civile), un’organizzazione anti-comunista, che si impegnava a fornire volontari nel caso di uno sciopero nazionale.
Un’altra figura militare, il colonnello David Stirling, il fondatore del reggimento d’elite SAS, aveva creato “Gran Bretagna 75”, una formazione composta da ex militari, con il compito di occuparsi della gestione del governo in caso di disordini civili che portassero al collasso il funzionamento del governo.

 

Tuttavia, questi due personaggi, secondo Peter Cottrell, autore di “Gladio: un pugnale della NATO nel cuore dell’Europa”, costituivano con le loro dichiarazioni false piste, fumo negli occhi, dato che le loro pubbliche esternazioni erano solo una distrazione da “ciò che realmente stava accadendo”.
Ma il Rubicone non era stato ancora attraversato. Non ci sarebbe stato il modus operandi di carri armati rollanti verso Whitehall accompagnati da una solenne musica marziale che precede il proclama di uno stato di emergenza nazionale e l’istituzione di una giunta golpista da parte di un Lord o di un generale, con i presumibili toni ritagliati su misura per le classi più elevate.
Improvvisamente, nel marzo 1976 Wilson si dimetteva, completamente esausto dalle campagne dirette contro di lui, mentre Edward Heath perdeva la leadership del Partito conservatore a favore di Margaret Thatcher, la preferita dalla Destra.
In buona sostanza e in conclusione, in Gran Bretagna aveva vinto la Destra!
 
***
 
Il filo comune che collega le azioni minacciate, tentate o portate a termine in Gran Bretagna e in altre nazioni dell’Europa occidentale è stato il sostegno sotto copertura dello Stato segreto statunitense per tutte quelle iniziative che avrebbero potuto impedire una degenerazione, o perfino la frantumazione, di ciò che era stato definito come il “sistema di Yalta”.
Campagne di disinformazione contro dirigenti e funzionari pubblici, terrorismo a “falsa bandiera” diretto contro civili innocenti presi come obiettivo, e colpi di Stato militari contro governi democraticamente eletti, facevano tutti parte integrante della strategia.
Anche l’assassinio aveva una sua funzione.
 
I comportamenti politici indipendenti del Presidente francese Charles de Gaulle cozzavano contro le linee di applicazione del sistema di Yalta, e il tentativo di deporre de Gaulle nel 1961 da parte di quattro generali di stanza ad Algeri veniva attuato con il presunto sostegno di elementi interni alla CIA. I successivi tentativi di omicidio progettati contro di lui da parte dell’Organisation de l’Armée secrète (OAS), avvenivano con l’appoggio della CIA e delle reti segrete della NATO.
Molti dei membri dell’OAS erano in realtà membri della versione francese “stay-behind” della Gladio.
Un de Gaulle infuriato pubblicamente accusava una società commerciale, la Permanent Industrial Expositions, meglio conosciuta come Permindex , di segretamente convogliare fondi a favore dell’OAS.
 
La compagnia era stata espulsa dall’Italia nel 1962 per essere una società di facciata della CIA, coinvolta in attività di spionaggio, e nel 1965 lo stesso de Gaulle aveva proferito minacce di ritorsione contro il governo svizzero se non avesse costretto la società a chiudere i suoi uffici europei.  
Venuto a conoscenza del fatto che era in atto almeno un ulteriore complotto sponsorizzato dalla NATO-CIA contro la sua vita, dopo l’ultimo eclatante tentativo condotto dal tenente colonnello Jean-Marie Bastien-Thiry nel sobborgo parigino di Petit-Clamart nel 1962, de Gaulle intraprendeva la fase finale di dismissione della Francia dalla sua subordinazione alla struttura di comando della NATO, un processo che vedeva la conclusione nel 1968, quando la NATO veniva espulsa dal suo quartier generale francese.
 
L’assassinio di coloro che si opponevano ai disegni dell’Egemone statunitense poteva avvenire con le stesse modalità anche nella Gran Bretagna.
Airey Neave, una figura formidabile dell’establishment britannico, era stato il direttore della campagna per la candidatura di Margaret Thatcher a diventare la leader del Partito conservatore e il pianificatore della strategia per la conquista della sua vittoria alle elezioni generali del 1979.
Neave veniva fatto saltare in aria nella sua auto dall’Irish National Liberation Army (INLA), un gruppo ancora più intransigente rispetto all’ala estremista dell’Esercito repubblicano irlandese IRA. Neave era stato designato per diventare il capo dei servizi di intelligence al momento dell’assunzione al potere della Thatcher.
 
Si dice che avesse in programma di riformare l’organizzazione della sicurezza della Gran Bretagna attraverso la fusione di MI5 e MI6 in un solo corpo e di mandare sotto processo per “corruzione” una parte del loro personale. Avrebbe avuto anche l’intenzione di perseguire una politica dura, senza pietà nella lotta contro l’IRA e contro i gruppi terroristici lealisti.
Enoch Powell, deputato conservatore della Destra parlamentare, affermava che gli era stato riferito da un ufficiale della Royal Ulster Constabulary (RUC), che gli Statunitensi lo avessero ucciso perché il suo obiettivo era quello di avere una Irlanda unita, pur all’interno della struttura della NATO.
Si affermava che l’interruttore a mercurio sulla bomba piazzata nella macchina di Neave era a quel momento solo a disposizione della CIA.
 
La storia ricorderà che l’Alleanza Occidentale Atlantica NATO guidata dagli Stati Uniti ha vinto la “Guerra Fredda”. L’Italia non è diventata comunista, e l’elettorato britannico ha tenuto al potere per 18 anni un governo conservatore, dopo di che questo è stato sconfitto da una opposizione laburista, che nel frattempo si è spostata al centro dello spettro politico, avendo rinunciato alla Clausola 4 della sua costituzione (che impegnava il partito alle nazionalizzazioni).
Però, la fine di quella guerra non ha richiesto lo smantellamento della struttura militare dell’Alleanza. In effetti, la NATO ha continuato ad aumentare i suoi membri includendo alcuni ex componenti costituenti il Patto di Varsavia.
 
Lo schianto contro le Torri gemelle del World Trade Center di New York degli aerei dirottati l’11 settembre 2001 avrebbe scatenato la potenza della NATO e, per la prima volta, si è invocata l’applicazione dell’articolo 5 della sua Costituzione. L’articolo prevede che un attacco contro uno Stato membro deve essere considerato come un attacco contro gli altri.
Nel giro di tre settimane, sono stati emessi ordini di battaglia per iniziare l’invasione dell’Afghanistan. Veniva scatenata in Iraq una guerra guidata dagli Stati Uniti contro il regime di Saddam Hussein, e questa avrebbe dovuto avere come seguito un altro conflitto contro l’Iran.
 
Il funzionamento dell’apparato segreto del governo usamericano può essere fondamentale nella comprensione di come la “Guerra al Terrore” sia stata proclamata, e di come continui ad essere sostenuta. I terribili eventi dell’11 settembre, che hanno provocato il massacro di circa 3000 persone, sono indissolubilmente legati alle fallimentari prestazioni delle agenzie di sicurezza degli Stati Uniti, di certo per quanto riguarda la considerazione della loro incapacità di impedire questa violazione assoluta della sicurezza interna.
 
Ancor peggio, ci sono molti che ritengono che esistano prove sufficienti per presumere una conoscenza preliminare degli attentati, o perfino la collusione di elementi dello Stato segreto nella tragedia, e che nella classica tattica della strategia della tensione tutto coincida con un’operazione di “falsa bandiera”, destinata ad istituzionalizzare la paura e a stimolare il sostegno pubblico per una serie di conflitti che sarebbe stato difficile, se non impossibile, scatenare senza l’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione statunitense.
 
Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica italiana, e una volta sovrintendente della rete Gladio, per esempio, affermava in un’intervista del 2007 al quotidiano Corriere della Sera che l’operazione terroristica dell’11 settembre era una “faccenda interna” portata avanti dai servizi segreti statunitensi ed israeliani, e che questo era “a conoscenza comune dei servizi di informazione di tutto il mondo.” Ovviamente, si tratta di una questione di grande delicatezza. La conseguenza di tali affermazioni porterebbe a concludere che elementi all’interno dell’amministrazione usamericana erano effettivamente coinvolti in un’azione di alto tradimento e colpevoli dell’assassinio di massa dei propri concittadini.
 
Inoltre, gli accenni ad un coinvolgimento dello Stato di Israele in una operazione particolarmente losca e vile tendono da una parte a sollevare l’accusa di antisemitismo, a fianco dell’accusa di “doppia fedeltà” contro cittadini ebrei statunitensi che i sostenitori di questa teoria denunciano essere stati utilizzati come attivi in una presunta “copertura” degli attentati.
Se gli attentati non sono stati frutto di un attacco a sorpresa da parte di estremisti islamici spesso riferiti ad Al-Qaeda, come il racconto ufficiale del governo sostiene, l’evento potrebbe inserirsi in una delle altre due categorie distinte, vale a dire in quella che viene indicata come teoria del “Let it Happen on Purpose – lascia che succeda apposta”(LIHOP) e nell’altra teoria del “Made it Happen on Purpose – fa che succeda apposta” (MIHOP).
 
Queste teorie si basano sulla convinzione che il crollo di entrambe le torri principali del World Trade Center, come pure del Building Seven, del complesso che non è stato colpito da alcun aereo, è avvenuto per demolizione controllata. La ragione tecnica del Building Seven che collassa su se stesso simmetricamente non è stata nemmeno affrontata nella relazione della Commissione istituita per esaminare gli attacchi.
 
Per giunta, la Commissione sull’11 settembre veniva insediata solo dopo che molte pressioni erano state esercitate sull’amministrazione Bush, anche da un gruppo impegnato di vedove delle vittime.
Diretta da Thomas Kean e Lee Hamilton, la Commissione d’inchiesta era considerata da molti come non sufficientemente indipendente per raggiungere un giudizio completo e imparziale.
Infatti, sia Kean che Hamilton sostenevano che la Commissione istituita poteva solo fallire a causa del troppo poco tempo messole a disposizione, delle scarse risorse e per il fatto che le persone responsabili del suo insediamento erano tra le “persone più faziose di Washington.”
 
La difficoltà di accesso a documenti rilevanti ha portato alle dimissioni di Max Cleland, un ex senatore degli Stati Uniti. Sia il Presidente Bush che il vice Presidente Dick Cheney non sono mai stati convocati per testimoniare sotto giuramento. In queste circostanze, forse è del tutto comprensibile che la teoria dell’ “Attacco a Sorpresa” venisse confermata nella relazione pubblicata dalla Commissione, redatta da un certo Philip Zelikow nell’estate del 2004. Ma venivano sollevati dubbi, e continuano ad essere sollevati, su numerosi aspetti delle spiegazioni fornite per eventi specifici in quel giorno fatidico. È andato a schiantarsi o no un aereo contro una parte rilevante del complesso del Pentagono, o la distruzione era stata causata da un missile?
 
Il NORAD, il North American Aerospace Defence Command (Comando per la difesa dello spazio aereo nordamericano), era stato allertato solo nelle fasi finali dei dirottamenti, di proposito o per incompetenza? Il cambiamento nei protocolli sui dirottamenti, nel maggio del 2001, che trasferiva il processo decisionale nella catena di comando dalle autorità militari all’autorità civile era stato assunto per un qualche motivo sinistro?
Che importanza doveva essere data alle tante testimonianze fornite da vigili del fuoco e da coloro che erano scappati dagli edifici, di esplosioni udite provenire dall’interno degli edifici colpiti?
Perché le macerie degli edifici crollati erano state rimosse e riciclate con una fretta che potrebbe essere definita “esagerata”?
 
Qual è il significato della scoperta di nano-termite, una forma particolarmente potente di esplosivo incendiario, inesplosa o di suoi derivati dopo la reazione, nelle particelle di polvere raccolte dalle macerie delle Torri Gemelle crollate?
 
Andreas Von Bülow, un ex politico tedesco che faceva parte della Commissione servizi di intelligence del Bundestag, è convinto della complicità del governo degli Stati Uniti negli attentati. Come ha spiegato a Der Tagesspiegel, nel 2002:
“La pianificazione degli attacchi è stata un’azione magistrale in termini tecnici ed organizzativi. Dirottare quattro grandi aerei di linea nel giro di pochi minuti e farli volare contro obiettivi in uno spazio di tempo di una sola ora, e farlo su rotte di volo intricate! Questo è impensabile senza il sostegno degli apparati segreti dello Stato e dell’industria.”
La natura dell’attacco contro l’edificio del Pentagono ha sollevato questioni inerenti alle dimensioni e alla forma del foro nella parte pertinente del complesso e alla sconclusionatezza dell’unico film pubblicato che pretende di presentare il momento dell’impatto.
La relativa scarsa altezza del complesso e l’angolo di volo che un aereo Boeing avrebbe dovuto assumere per funzionare come un proiettile avrebbero severamente messo alla prova le capacità di un pilota esperto, ben più del livello di precisione di manovra necessario per colpire ciascuna delle Torri Gemelle.
 
George Nelson, un investigatore su incidenti aerei e colonnello in pensione dell’Aviazione Militare degli Stati Uniti, ha affermato che “con tutte le prove immediatamente disponibili presso il luogo dello schianto al Pentagono, qualsiasi investigatore imparziale razionalmente poteva solo concludere che un Boeing 757 non aveva volato contro il Pentagono, come invece sostenuto.”
Anche se l’oggetto dell’impatto non è stato un proiettile, ma un aereo, rimangono ancora altre domande.
 
Restano interrogativi sul motivo per cui gli aerei dirottati non furono intercettati dal NORAD, e le congetture sul perché l’Aviazione Militare degli Stati Uniti non fosse riuscita ad “entrare in gioco”.
Norman Mineta, il Ministro dei Trasporti al momento degli attacchi, in un’udienza presso la  Commissione, ha testimoniato di un episodio, mentre il Vice Presidente Cheney si trovava presso il Centro Presidenziale Operativo d’emergenza e il volo 77 si stava avvicinando al Pentagono.
 
“Era entrato un giovane, che comunicava al Vice Presidente: ‘L’aereo è a 50 miglia. L’aereo è a 30 miglia.’. E quando si è arrivati a ‘L’aereo è a 10 miglia’, il giovane ha anche detto al Vice Presidente, ‘Gli ordini sono ancora validi?’. E il Vice Presidente si è girato e aspramente ha risposto: ‘Certo che gli ordini sono ancora validi. Hai sentito qualcosa in contrario?’ Beh, in quel momento non sapevo cosa volesse significare tutto questo.” Questa parte di testimonianza non è stata registrata nella relazione della Commissione sull’11 settembre.  Nel frattempo, altri argomenti servono a intrigare e a creare difficoltà nella mente di un qualsiasi essere razionale.
 
Il Building del World Trade Center Numero 7, è stato rivelato, ospitava uffici del Ministero della Difesa, dei servizi segreti e della CIA. Inoltre, la velocità con cui le macerie dell’edificio crollato sono state rimosse e poi riciclate continua a sollevare domande, in quanto Ground Zero era a tutti gli effetti la scena di un crimine. Ciò comportava che le travi in ​​acciaio e i detriti sottratti non potevano più essere soggetti al controllo forense previsto da un’inchiesta penale competente.
 
Ancora, non ci sono spiegazioni convincenti disponibili rispetto ad una “Operazione Able Ranger”, una programma di intelligence supersegreto condotto dal Pentagono contro un potenziale terrorismo provocato da Islamisti, che aveva identificato Mohammed Atta, il presunto capo dei dirottatori degli aerei, e tre altri supposti partecipanti, come possibili attori di una minaccia terroristica.
L’ex tenente colonnello Tony Schaffer, autore di questa rivelazione, ha sostenuto che durante il suo servizio attivo in Afghanistan, aveva informato Philip Zelikow dell’esistenza di “Able Ranger” e della identificazione di Atta, ma che nulla di tutto ciò era stato preso in considerazione dalla Commissione.
Accuse di dati del programma andati distrutti e gli sforzi del governo volti a sopprimere le informazioni contenute nel libro di memorie del 2010 di Schaffer hanno contribuito ad alimentare la sensazione di qualcosa di poco chiaro.
 
Anche in questo caso, due domande invitano ad una particolare riflessione.
La prima è, se sia concepibile che elementi all’interno di un governo degli Stati Uniti potessero incoraggiare il massacro intenzionale del loro stesso popolo. La domanda naturalmente conseguente riguarda le ragioni che avrebbero sotteso un tale atto. La risposta al primo quesito è che un tale progetto è già stato confezionato una volta.
 
Il “Piano Northwoods”, segretamente sviluppato dopo il fallito tentativo di spodestare il governo di Fidel Castro attraverso la disastrosa invasione della Baia dei Porci, prevedeva di orchestrare una serie di episodi di violenza e di morte da imputare ad agenti operativi per conto dello Stato cubano.
Questi episodi includevano dirottamenti, il far saltare in aria una nave degli Stati Uniti ormeggiata nella baia di Guantanamo, la messa in scena di una campagna di attentati dinamitardi e uccisioni a colpi di armi da fuoco nella zona di Miami, in città dello Stato della Florida e persino a Washington D.C. Il modus operandi in un dirottamento proposto dà motivo di profonda riflessione alla luce degli eventi dell’11 settembre.
 
Un aereo passeggeri statunitense avrebbe dovuto essere dirottato da elementi di forze speciali travisati da agenti cubani. L’aereo sarebbe poi uscito dal controllo dei radar per essere sostituito da un aereo senza pilota, che avrebbe dovuto andarsi a schiantare con la morte presunta di tutti i passeggeri, mentre il vero aereo segretamente sarebbe ritornato negli Stati Uniti.
L’idea era marchiare di infamia il governo cubano, irresponsabile e belligerante, come autore della campagna di azioni terroristiche, e questo avrebbe procurato la scusa per la definitiva invasione di Cuba, naturalmente sfruttando l’enorme sostegno del popolo degli Stati Uniti e di gran parte della comunità internazionale delle nazioni.
 
Il documento, dal titolo “Top Secret - Giustificazione per un intervento militare degli Stati Uniti a Cuba”, veniva sottoscritto dal generale Lyman Lemnitzer, comandante degli Stati Maggiori congiunti. Il presidente Kennedy rifiutava di sottoscrivere tale progetto e rimuoveva Lemnitzer dal suo incarico, rispedendolo in Europa a prendere servizio come Comandante supremo della NATO.
Quanto alla seconda domanda, perché elementi corrotti del governo USA ed agenti all’interno del suo apparato di sicurezza avrebbero progettato o permesso che questo oltraggio avvenisse, la risposta, per alcuni, può essere trovata negli obiettivi post-Guerra Fredda del “Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)”, elaborato da un centro studi, autodefinitosi educativo, istituito nel 1997.
 
Il PNAC sosteneva che gli Stati Uniti, come unica superpotenza mondiale, avevano bisogno di cogliere l’opportunità di creare un quadro globale modellato a proprio vantaggio.
Ma per raggiungere un tale stato di cose era richiesto un aumento significativo della spesa militare statunitense, ed era indispensabile anche la determinazione nello “sfidare i regimi ostili” per assicurare gli “interessi e i valori” degli Stati Uniti; preminente tra questi regimi quello di Saddam Hussein in Iraq. Nel 2007, il generale Wesley Clark, generale degli Stati Uniti a riposo, ricordava che in una visita al Pentagono una decina di giorni dopo l’11 settembre, aveva incontrato alcuni dei suoi ex subordinati degli Stati Maggiori congiunti, uno dei quali gli comunicava che era già stata presa la decisione di entrare in guerra contro l’Iraq.
 
In questa occasione, il generale che intratteneva Clark ribadiva inoltre che non vi era alcuna informazione che collegava Saddam Hussein con Al-Qaeda.
Ritornando un paio di settimane più tardi, mentre la NATO stava bombardando l’Afghanistan, il generale che aveva rivelato l’intenzione di colpire l’Iraq riferiva a Clark di un memorandum appena pubblicato, che puntualizzava come gli Stati Uniti avessero l’intenzione di “demolire o neutralizzare sette paesi in cinque anni.” I paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per “finire” l’Iran.
 
Nel memorandum si sottolineava la stretta connessione degli obiettivi strategici dello Stato di Israele con questa politica generale, come individuato da un analogo documento redatto nel 1996 per l’allora Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal titolo “Un taglio netto: Una nuova strategia per assicurarsi il dominio.” Conosciuto come “documento Clean Break” e formulato da un team guidato da Richard Perle, che aveva contribuito anche all’elaborazione del PNAC di cui sopra, il documento dava un “taglio netto” ai tentativi di conseguire l’obiettivo di una “pace globale” con l’intero mondo arabo. Al contrario, la relazione raccomandava ad Israele di collaborare con la Giordania e la Turchia per “contenere, destabilizzare e fare arretrare” quelle entità che costituivano una minaccia per tutti e tre i paesi.
 
Obiettivi primari rimanevano la rimozione di Saddam Hussein in Iraq, e l’“indebolimento, il controllo e anche la disgregazione” della Siria. Il fatto che questi regimi rappresentavano quel che rimaneva delle poche nazioni arabe in grado di offrire un minimo di sfida al dominio militare indiscusso di Israele invitava al confronto con la Dottrina del Muro di Ferro.
Costituendo il cuore del Revisionismo Sionista creato e sviluppato da Ze'ev Jabotinsky, la dottrina sosteneva che i coloni ebrei in Palestina non avevano altra alternativa nel loro intento di assicurare la colonizzazione della Palestina che quella di rifuggire da qualsiasi tentativo orientato verso la diplomazia e il compromesso, e invece dovevano schiacciare la volontà di resistenza dei Palestinesi e degli Arabi con l’acquisizione di una forza superiore delle armi e con l’adozione di una dottrina militare che doveva essere applicata in maniera brutale.
 
Israele, una nazione descritta da un analista di intelligence come uno Stato che “opera mosso da forti istinti di sopravvivenza”, se è necessario ricordare, quasi fin dall’inizio della sua nascita ha manovrato per penetrare pervasivamente negli alti comandi e nei trust di cervelli di controllo praticamente di ogni importante organizzazione militare e terrorista araba. 
Nelle settimane successive agli attentati alle Torri Gemelle, FOX TV News in una serie di trasmissioni messe in onda nel 2002 riferiva di una rete spionistica israeliana all’interno degli Stati Uniti. Più di 60 Israeliani, tra cui “alcuni in servizio effettivo dell’esercito israeliano”, venivano detenuti ai sensi delle disposizioni del Patriot Act 2001 o per violazione delle leggi sull’immigrazione.
 
I documenti sostenevano che gli Israeliani, alcuni di loro avevano pedinato Arabi sospettati di essere attivisti islamici, potevano avere raccolto prove circa gli attentati, ma avevano mancato di inoltrarle alle autorità degli Stati Uniti. Questi agenti israeliani avevano utilizzato la copertura di studi d’arte, di imprese di trasloco e di tutto un assortimento di società commerciali di piccole dimensioni.
È ben nota la storia di un gruppo effervescente di cinque Israeliani, uomini che erano stati visti festeggiare su un furgoncino bianco al Liberty State Park del New Jersey, dandosi la mano, facendo festa e mettendosi in posa prendendo fotografie con le Torri Gemelle che bruciavano sullo sfondo.
Una telefonata di un residente preoccupato, che aveva preso il numero di targa del veicolo e il logo aziendale, portava alla cattura dei cinque uomini in East Rutherford, New Jersey.
 
Al momento del loro arresto, un membro del gruppo identificato come Sivan Kurzberg si dice abbia detto ai funzionari di polizia: “Siamo Israeliani. Non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono anche i nostri problemi. I Palestinesi sono il problema!” Il logo del furgone contrassegnava la “Urban Moving Systems” di proprietà di Dominik Suter, un cittadino israeliano, che dopo essere stato interrogato dall’FBI, se ne è fuggito in Israele con tutta la sua famiglia.
 
Le società di movimentazione merci sono solo una della serie di collaudate coperture per lo svolgimento di attività di spionaggio, e le conclusioni della squadra investigativa dell’FBI erano state che Sutur stava dirigendo una squadra del Mossad che spiava gli Arabi del posto, potenzialmente facenti parte del gruppo di dirottatori che si presumeva avere preso il controllo dell’aereo da far schiantare contro il Pentagono, e fra questi quel Mohamed Atta che se ne era venuto dalla Florida.
Il quotidiano ebreo-statunitense Forward riportava che i nomi di due degli Israeliani erano apparsi su un database CIA-FBI di agenti operativi dei servizi segreti stranieri.
Questi e altri arresti ebbero come risultato una serie di espulsioni.
Non ci sono stati procedimenti giudiziari, ma la documentazione della FOX citava una fonte FBI che, circa le implicazioni concernenti gli attacchi terroristici, così si era espressa: “Come hanno fatto costoro a non sapere?”
 
Coloro che protestano e attaccano qualsiasi linea di indagine sulla possibilità di un coinvolgimento di Israele dovrebbe ricordarsi almeno di una vicenda storica di fatto archiviata.
Nel 1954, una cellula di agenti del Mossad in Egitto, reclutati fra la popolazione di Arabi ebrei, aveva piazzato una serie di bombe in edifici di quartieri delle città di Alessandria e del Cairo abitati di preferenza da Statunitensi e Britannici.
Una bomba esplodeva prima del tempo mentre uno degli agenti stava entrando in un cinema assunto come obiettivo, e l’agente veniva arrestato. Due dei cospiratori terroristi furono mandati sulla forca, mentre altri, che non avevano commesso suicidio per evitare la cattura, venivano condannati a lunghe pene detentive da un tribunale militare egiziano.
 
Per tutto il tempo, il governo israeliano insisteva che era il governo di Gamal Nasser ad essere coinvolto in un grottesco esercizio di antisemitismo, montando accuse contro un gruppo di Ebrei innocenti e condannandoli in un processo farsa. Eppure, la verità era che la fallita “Operazione Susannah”, tramata alle spalle del Primo ministro Moshe Sharett, che aveva stabilito canali di comunicazione non ufficiali tra emissari suoi e di Nasser, era stata un tentativo da parte di Israele di trascinare le potenze occidentali lontano da ogni forma di riavvicinamento con il leader egiziano.
L’operazione era destinata a incoraggiare i Britannici a non ritirarsi dal Canale di Suez.
 
Peggio ancora, avrebbe potuto provocare un massiccio intervento militare da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna contro la nazione egiziana.
Finalmente, 51 anni dopo, gli Israeliani hanno ammesso ufficialmente, che l’“Affare Lavon”, chiamato anche così perché il Ministro della Difesa Pinhas Lavon era stato messo al corrente della progettazione e dell’esecuzione dell’intrigo, era stata davvero una loro operazione segreta.
I membri superstiti sono stati gratificati con attestati di apprezzamento per il loro impegno a favore dello Stato di Israele.
 
Nei primi anni della sua esistenza tumultuosa, lo Stato sionista applicava una sua segreta “strategia della tensione”, con protagonisti del calibro di David Ben Gurion e Moshe Dayan completamente presi da una filosofia per cui, senza continue scaramucce ai confini, molte delle quali provocate apposta e a cui si rispondeva con brutale violenza, gli abitanti di Israele potevano cedere al lassismo e alla compiacenza. Si tratta di una politica che sgomentò Moshe Sharett.: “È questa la nostra prospettiva su questa terra?”, riportava sul suo diario, “guerra fino alla fine di tutte le generazioni e vita con a fianco la spada?”
 
L’affondamento da parte delle forze israeliane della USS Liberty, una nave-spia usamericana attrezzata per l’ascolto segreto, che stava navigando in acque internazionali al largo delle coste dell’Egitto durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, merita anche una qualche menzione.
L’ordine, probabilmente impartito da Dayan, che alla vigilia della guerra si era insediato come Ministro della Difesa nel gabinetto di Levi Eshkol tramite modalità che possono essere descritte solo come una forma di colpo di Stato, ebbe come risultato l’uccisione di 34 membri dell’equipaggio e il ferimento di altri 171.
 
Gli Israeliani erano riusciti a disturbare le frequenze della nave e il metodo utilizzato per l’attacco, che prevedeva il lancio di siluri, l’uso di bombe al napalm e il mitragliamento di tutti coloro che venivano avvistati sul ponte e sulle zattere di salvataggio, lasciava l’impressione del disegno inconfondibile che non si doveva lasciare superstiti.
Perché Israele attacca una nave non combattente di un alleato? Si è sostenuto che gli strateghi della guerra si rendevano conto che limitato era il periodo di tempo a loro disposizione per portare avanti la guerra, prima che l’inevitabile risoluzione delle Nazioni Unite mediata dalle superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica per imporre un cessate il fuoco avrebbe interrotto lo svolgimento delle operazioni israeliane in corso.
 
L’amministrazione Johnson aveva aderito alla strategia israeliana di distruggere le forze armate di Nasser, ma non di attaccare la Siria e invadere il suo territorio, né di occupare il territorio di Gerusalemme est. La nave-spia Liberty, che avrebbe dovuto monitorare da vicino le operazioni belliche e trasferire i risultati a Washington, doveva essere disattivata in modo che gli Statunitensi non sarebbero venuti a conoscenza dei fatti, fino al momento in cui tutta la potenza della macchina da guerra israeliana avesse raggiunto gli obiettivi in direzione nord.
 
Inoltre, le truppe israeliane nel deserto del Sinai, di fronte ad un numero impressionante di prigionieri di guerra dell’esercito egiziano in rotta, nella città di El-Arish stavano massacrando i soldati egiziani arresi. Nel 1995 sarebbero state scoperte le fosse comuni.
[E al largo delle coste prospicienti la città di El-Arish stazionava la nave-spia Liberty, che avrebbe potuto testimoniare dei massacri in corso]
 
Tuttavia, l’obiettivo fondamentale della distruzione della Liberty sembra essere stato quello di incolpare l’Egitto, e quindi dare mano libera agli Stati Uniti di invadere l’Egitto e rovesciare il governo di Nasser, depotenziando il rischio di un intervento dell’Unione Sovietica costretta a salvare la faccia nei confronti dei suoi Stati clienti.
La scoperta nella Biblioteca Presidenziale Lyndon Johnson di un documento facente riferimento ad una “Operazione Cianuro” aggiunge credito a questa visione.
Concepita nelle viscere della National Security Agency, si trattava di un’operazione congiunta tra gli Stati Uniti e i servizi segreti israeliani con un forte contributo da parte usamericana proveniente da James Angleton della CIA, noto per la sua stretta vicinanza con Israele e beneficiario di un riconoscimento postumo da parte del Mossad.
 
Le minute del documento fanno riferimento ad un “Comitato 303”, un metodo di esaminare proposte di operazioni sotto copertura per conto del Presidente degli Stati Uniti, in modo che egli non sarebbe mai stato coinvolto e compromesso nell’eventualità di un’operazione andata a male.
L’assalto alla Liberty era stato deciso mesi prima che l’evento avesse luogo. La conseguenza sarebbe stata che il Cairo veniva attaccato da jets A-4 Skyhawk dell’aviazione militare USA armati di bombe nucleari.
 
Anche se gli Israeliani, successivamente e dopo una serie di affrettate inchieste, hanno ammesso di aver commesso un “errore”, e pagato compensazioni, il conferimento di medaglie al valore in modo riservato, per giunta in combinazione con gli ordini dati ai membri dell’equipaggio per garantirsi il loro silenzio, sanno di una copertura di dimensioni estreme.
La scoperta dell’“Operazione Cianuro” fornisce una testimonianza storica di un precedente in cui elementi dei servizi segreti degli Stati Uniti e di Israele hanno lavorato in tandem per l’attuazione di un piano diabolico.
 
Tutto ciò invita anche ad un’altra considerazione, sulla possibilità di elementi canaglia appartenenti ai servizi segreti di entrambe queste nazioni di elaborare un piano sofisticato di inganni volto a promuovere eventi come quelli dell’11 settembre.
 
Per alcuni, come Alan Sabrosky, ex direttore del centro studi presso la Scuola di Guerra degli Stati Uniti, il Mossad israeliano aveva buoni motivi e mezzi per la realizzazione di una tale operazione, ricevendo inoltre la protezione politica opportuna a garantirgli la totale copertura.
Inesorabilmente sorge la domanda, che nella lingua dei Latini suona come “Cui prodest?”: a chi giova? Quali sono i vantaggi strategici tanto auspicabili da far maturare un tale atto di violenza oltraggiosa?
 
Benché le osservazioni formulate da Benjamin Netanyahu sette anni dopo gli attentati di settembre, e riportate sul giornale israeliano Ma'ariv, che l’11 settembre era “stato un bene per Israele”, non possono essere acquisite come prova che Israele sapeva prima, o come dimostrazione della complicità nell’attacco, le loro conclusioni certamente si vanno ad incastrare perfettamente nella politica a lungo termine di Israele, che è sempre stata quella di coinvolgere gli Stati Uniti in una “guerra contro il terrorismo” in Medio Oriente.
Netanyahu affermava: “Stiamo traendo vantaggio da alcuni fatti, vale a dire dall’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, e dal conflitto degli Stati Uniti contro l’ Iraq.”
 
E riteneva che “questi eventi hanno spostato l’opinione pubblica americana a nostro favore.”
E a questo possiamo aggiungere il suggerimento di Dov Zakheim (pagina 51 dei Principi del “Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC)”), che per l’avvio del nuovo secolo americano era necessario un “evento catastrofico e catalizzatore - come una nuova Pearl Harbor”; una messa a punto di una teoria di Paul Wolfowitz, che tanti proseliti aveva fatto, attivata in virtù degli eventi dell’11 settembre.
Tra i firmatari dell’enunciazione dei Principi vi erano il futuro Vice Presidente Richard Cheney e il futuro Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld.
 
La “dottrina Wolfowitz”, come detto in precedenza, raccomandava agli Stati Uniti una maggiore spesa militare e l’applicazione del loro apparato bellico, con o senza adesione agli obblighi imposti dai trattati internazionali, al fine di far rispettare la volontà usamericana su un mondo al momento privo di un’altra potenza in competizione, e così garantirsi l’accesso alle risorse vitali, comprese quelle del petrolio del Golfo Persico.
 
Se le teorie di cui sopra del coinvolgimento di elementi dei sistemi di spionaggio e delle élites politiche dello “Stato segreto” all’interno degli Stati Uniti e di Israele nella pianificazione e nel fomentare la Guerra al Terrore non possono essere dimostrate, e l’attacco alle Torri si inserisce nella categoria “a sorpresa”, il ruolo dei servizi segreti nella condotta della “Guerra” in patria e all’estero comunque si è evidenziato per molti aspetti.
Le agenzie statali segrete degli Stati Uniti svolgono un ruolo di primo piano nella legislazione che restringe gli spazi di libertà dell’era della “Sicurezza Interna” e le minacce occulte ai valori intrinsechi ad una democrazia sono fin troppo evidenti, per esempio, in quei poteri deputati ad effettuare la sorveglianza dei loro cittadini .
 
Il loro ruolo nel fornire ai leader politici le informazioni utilizzate per giustificare interventi di natura militare in Medio Oriente e nel Nord Africa è stato stigmatizzato in quanto fondato su menzogne accuratamente costruite a tavolino. Oggi è chiaro che la guerra contro l’Iraq, paese invaso dopo l’Afghanistan, è stata effettuata con l’aiuto dello Stato segreto che ha prodotto elementi di informazioni che sono andati ad alimentare i mezzi di comunicazione, al fine di volgere l’opinione pubblica a favore di un’invasione.
L’opinione pubblica occidentale è stata indotta a credere che il regime laico di Saddam Hussein fosse lo sponsor di Al Qaeda e avesse qualcosa a che fare con gli attacchi dell’11 settembre.
 
Si producevano prove “evidenti” che l’Iraq di Saddam aveva cercato di acquistare uranio dalla Repubblica del Niger e che il paese era già in possesso di armi di distruzione di massa che avrebbero potuto essere impiegate, secondo il Primo ministro britannico Tony Blair in una comunicazione in Parlamento, nel gito di 45 minuti.
Lo stesso Blair ostacolava il procuratore generale del Regno Unito, consulente legale del governo, nel dare il proprio parere sulla legittimità del provvedimento che il suo gabinetto stava per emettere. Un documento di Richard Dearlove, allora capo del MI6, indirizzato a Blair rivelava che il Primo ministro era stato informato che il Presidente Bush aveva deciso di attaccare l’Iraq, anche se l’eventualità dell’esistenza di armi di distruzione di massa era “esile”.
 
Ma questo non era un problema, secondo Dearlove, in quanto “i servizi di intelligence e le verità sarebbero stati sistemati ed eventualmente alterati (dagli Stati Uniti) attorno alla politica.”
I risultati di questa “correzione” sarebbe stati rivelati al mondo nel famigerato discorso-presentazione pronunciato davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2003, quando il Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell dichiarava che l’Iraq dava ricetto ad “armi di distruzione di massa” e si rifiutava di disarmare.
Ma di tali armi non si sono trovate tracce, nemmeno dopo la conseguente invasione!
Così è avvenuto che gli Stati Uniti e una collezione di nazioni alleate hanno scatenato una guerra fondata su informazioni non corrette o falsificate, frutto di fabbricazioni dei servizi di intelligence.
 
La manipolazione dell’opinione pubblica nelle cosiddette democrazie continua anche nel corso della cosiddetta “Primavera araba”, che è stata utilizzata come copertura per sloggiare Muammar Gheddafi dalla Libia ed attualmente è implicata nelle strategie in uso nel tentativo in corso di spodestare Bashar Assad in Siria. Con riferimento al loro impegno anti-comunista, gli Stati Uniti avevano usato la mascheratura di Gladio per perpetuare atti terroristici contro quelle popolazioni che sembravano essere minacciate dalla Sinistra, e così ora si stanno utilizzando combattenti irregolari, molti dei quali associati con l’estremismo islamico a cui viene attribuito l’attacco terroristico dell’11 settembre, allo scopo di spodestare quei governi che si inseriscono nella strategia geo-politica menzionata nel memorandum di cui Wesley Clark era stato messo al corrente in modo riservato.
 
La inconcepibibile strategia di “scherzare con il diavolo”, adottata durante le campagne contro il comunismo facendo affidamento su fascisti irriducibibili del periodo pre-bellico a fianco della generazione di neo-fascisti del dopo-guerra, … per difendere la democrazia liberista dalla minaccia dei Soviet, è più che uguagliata in assurdità grottesca dal progetto messo in campo dalla NATO del sostegno segreto agli squadroni della morte jihadisti, che hanno formato un segmento consistente delle formazioni armate combattenti in Libia contro il colonnello Gheddafi, e soprattutto che fanno parte del cosiddetto Esercito Libero Siriano nel tentativo di rovesciare il regime di Assad.
 
La stessa specie di fanatici, che gli Stati Uniti designano per la macellazione in Yemen, Somalia e Pakistan; gli stessi che si sono dati ad orge di linciaggi motivate da odi tribali e razziali durante e dopo la caduta di Gheddafi, e il cui veleno probabilmente ispirerà un identico destino, forse su scala più grande, per i membri delle minoranze alawite, sciite e cristiane della Siria.
In effetti, il fondamento logico, stile Machiavelli, del “fine giustifica i mezzi” vacilla di fronte a percorsi tortuosi di immoralità, quando il finanziamento e il supporto dei jihadisti in Libia e Siria possono quasi per certo ritorcersi contro, come è avvenuto, in particolare, durante gli avvenimenti verificatisi nella città orientale libica di Bengasi, l’11 settembre 2012, il cui svolgimento ha tutte le caratteristiche di uno scandalo tipo “Iran-Contra”
 
La rivolta contro il colonnello Gheddafi, che ha visto il bombardamento delle infrastrutture della Libia da parte delle forze della NATO, ha comportato una guerra segreta condotta dalla Gran Bretagna, che ha impegnato le sue forze speciali nell’addestramento dei ribelli, nel coordinamento delle loro strategie di combattimento a terra e nella campagna di bombardamenti.
Quando Gheddafi, capo di un regime laico, aveva annunciato che l’Occidente in realtà stava aiutando “Al Qaeda”, il mondo aveva dimostrato la sua perplessità incredula, fino a che sono emerse le prove delle connessioni di alcuni leader del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con i militanti islamisti dell’Afghanistan, Sudan e Pakistan.
 
Inoltre, prove raccolte fra le macerie post-conflitto degli edifici del governo libico hanno dimostrato che le agenzie di intelligence occidentali avevano condiviso informazioni proprio con i servizi segreti di Gheddafi per quel che concerneva la sorveglianza e la cattura di militanti islamisti.
Tra questi, Abdel Hakim Belhadj del LIFG era stato arrestato in Malaysia nel 2004, prima di essere inviato a una prigione segreta in Thailandia amministrata dalla CIA. In seguito veniva consegnato al regime di Gheddafi dal MI6,  e veniva trasferito in Libia attraverso l’isola Diego Garcia sotto controllo britannico. I documenti che autorizzavano questi movimenti venivano sottoscritti dall’allora ministro degli Esteri, Jack Straw.
 
Attualmente, Belhadj sta intentando un’azione legale contro il governo britannico per le prove che aveva dovuto sopportare, comprese le torture subite ad opera degli apparati di sicurezza dello Stato libico. Ha rifiutato l’accomodamento che gli era stato offerto, come è stato il caso di un suo compagno libico, Sami al-Saadi la cui intera famiglia era stata “tradotta” in una operazione di “rendition” che aveva coinvolto i servizi di sicurezza britannici e statunitensi.
 
Della cattura dell’ex capo dello Stato libico che ha portato al suo linciaggio, ci sono pervenute poche informazioni, ad esempio, sul possibile ruolo svolto dai servizi di sicurezza e dalle Forze Speciali occidentali, anche se documenti giornalistici nel mese di agosto del 2011 indicavano che la Special Air Service SAS britannica stava assumendo il comando delle operazioni per la caccia a Gheddafi.
La giustificazione per il coinvolgimento nel rovesciamento del regime di Gheddafi, promosso per fini “umanitari”, si è basata su prove inconcludenti di un massacro che stava per aver luogo a Bengasi. Certamente, la distruzione da parte della NATO delle infrastrutture del paese attraverso la sua campagna di bombardamenti senza tregua non è proprio conforme ad un comportamento “umanitario”!
 
Naturalmente, l’umanitarismo è stato l’ultima delle preoccupazioni per quanto concerne i retroscena delle tattiche di rapimenti e deportazioni illegali e della tortura dei sospetti Islamisti da parte delle agenzie di sicurezza occidentali. Le conseguenze di questi rapimenti per la democrazia e la costituzionalità sono state immense.
 
I legislatori degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e del resto del mondo occidentale, sull’onda degli attentati dell’11 settembre, hanno dato attuazione a leggi che hanno avuto l’effetto conclusivo di reprimere le libertà personali. E nella “Terra della Libertà” può essere che gli Stati Uniti abbiano la necessità di rivedere la loro percezione, “da nazione libera, ad un paese che aspira ad essere libero”.
L’osservazione di Tacito che “più corrotto è lo Stato, più numerose sono le sue leggi” porta con sé accenti di verità, data l’evidente istituzionalizzazione della paura e la possibilità sempre presente di un uso improprio delle leggi antiterrorismo.
 
Negli Stati Uniti d’America, the Uniting (and) Strengthening America (by) Providing Appropriate Tools Required (to) Intercept (and) Obstruct Terrorism Act (2001) [Legge per unire e rafforzare gli Stati Uniti d’America, che procura strumenti necessari a intercettare e a impedire il terrorismo], vale a dire il “Patriot Act”, e il National Defense Authorization Act (2012) fanno da sfondo al quadro dell’“Homeland Security”, (Sicurezza della Patria), che consente al governo di spiare i suoi cittadini, di usare prove riservate in tribunale, di utilizzare una rete di un sistema tipo-gulag di “prigioni segrete”in cui le persone “straordinariamente rese” subiscono tecniche di tortura in stile medievale;  “straordinariamente rese” è un eufemismo per indicare rapimenti autorizzati dallo Stato, e per condonare una filosofia di assassinii autorizzati dallo Stato.
 
Considerare questo sistema analogo al sistema messo in atto dai regimi fascisti del Sud America durante l’Operazione Condor non può essere visto come una esagerazione.
I sospetti vengono ammazzati da attacchi con droni in paesi come il Pakistan e lo Yemen senza processo, e ci si riferisce alla conta dei morti di civili innocenti coinvolti nella carneficina in crescita vertiginosa  con l’eufemismo di “danni collaterali”.
Ci si potrebbe chiedere, esiste il pericolo che tali misure estreme, come sono applicate ai sospetti Islamisti all’estero, possano ad un certo punto in futuro essere indirizzate di rimando contro i cittadini all’interno dei confini degli Stati Uniti?
 
Neppure dovrebbe essere considerato come inutilmente allarmista sollevare preoccupazioni circa l’estensione di un sistema di tipo totalitario di “tribunali segreti” per questioni inerenti a procedimenti giudiziari civili, come previsto dall’attuale governo britannico.
Le basi di queste disposizioni di legge per la Giustizia e Sicurezza consentirebbero la copertura di violazioni governative come la complicità nella tortura e, si può immaginare, anche in omicidi.
L’ispirazione per queste misure eccezionali ha le sue radici nelle sconfitte subite nelle aule dei tribunali dal governo britannico in azioni di risarcimento promosse da cittadini britannici, come Binyam Mohamed, che era stato arrestato e detenuto sotto il regime di Guantanamo, e per procedimenti di rivalsa intentati da cittadini non-britannici, come il suddetto Belhadj.
 
Se gli accadimenti dell’11 settembre, accompagnati dagli attentati dinamitardi di pochi anni dopo a Londra e Madrid, capitali di due nazioni alleate con settori elettorali di spessore che dimostrano una forte resistenza alle guerre in corso, si sono definitivamente rivelati come episodi di una violenza sintetica, progettata a tavolino, finalizzata alla creazione di una sindrome di terrore non giustificato tra le rispettive populazioni, allora non sono stati senza precedenti, come dimostrato dall’era del terrore della Gladio.  Per alcuni, questi avvenimenti puzzano di strategia della tensione, macchinazioni ideate e dirette secondo manipolazioni geniali di coloro che praticano le arti oscure dello Stato segreto.
 
Il fetore della possibilità di un terrorismo di “falsa bandiera” proveniente o diretto da parte dello Stato non si può escludere, dati i tanti punti deboli che guarniscono le narrazioni ufficiali.
Sui servizi di sicurezza britannici, si è scoperto che uno dei partecipanti chiave agli attentati di Londra in quel periodo doveva essere tenuto sotto stretta sorveglianza, e, come nel caso dell’attentato di Madrid, proprio nello stesso giorno degli attentati dinamitardi, anche a Londra avvenivano esercitazioni anti terrorismo che simulavano la risposta ad un attacco terroristico immaginario. Le esercitazioni si svolgevano sotto l’egida della NATO (CMX-04), ma mentre a Madrid si erano concluse poche ore prima dell’esplosione, quelle di Londra erano ancora in corso al momento degli effettivi attentati dinamitardi.
 
In data 7 luglio 2005, Peter Power, un ex funzionario di Scotland Yard convertito in consulente per le gestioni delle crisi, concedeva interviste in cui rivelava che le esercitazioni di simulazione in cui era stato impegnato riguardavano “attentati dinamitardi simultanei che avvenivano nelle stazioni ferroviarie, esattamente dove sono avvenuti questa mattina.”
 
I fatti accaduti contemporaneamente a Madrid e a Londra possono, naturalmente, essere frutto di coincidenza. Jaap de Hoop Scheffer, ex Segretario generale della NATO, ha usato questo termine per quel che riguardava le esercitazioni di Madrid, così come aveva fatto lo stesso Peter Power in interviste successive (però usava il termine di “coincidenza inquietante”), ma questo non è sufficiente a cancellare le perplessità e il sano desiderio di sapere generato da riserve mentali dettate dal buon senso. Di sicuro, due dei presunti dinamitardi di Londra hanno lasciato quelli che possono essere definiti “video di suicidi”.
 
Mohammad Sidique Khan giustificava il suo gesto atroce come mezzo per “proteggere e vendicare” i Musulmani che avevano dovuto sopportare cose orrende perpetrate “in tutto il mondo”, mentre Shehzad Tanweer affermava che gli attentati sarebbero continuati fino al ritiro delle forze di occupazione dall’ Iraq e dall’Afghanistan e anche a causa del “sostegno finanziario e militare dato agli Stati Uniti e ad Israele” dalla Gran Bretagna. Ma questi video chiudono definitivamente la questione?
La storia di Mohammed Junaid Barbar, nato negli Stati Uniti, e la sua relazione con Mohammed Sidique Khan forniscono alcuni spunti di riflessione.
 
Barbar si era trasferito in Pakistan subito dopo gli attentati dell’11 settembre e vi aveva organizzato un campo di addestramento in cui istruiva persone, tra cui Khan, su una serie di operazioni che comprendevano anche la fabbricazione di ordigni esplosivi.
Accusato di terrorismo, si era dichiarato colpevole e in cambio aveva ricevuto una condanna potenziale fino a 70 anni, drasticamente ridotta a meno di cinque anni. Aveva fatto ritorno negli Stati Uniti nel 2004, l’anno prima degli attentati di Londra, dove aveva accettato di collaborare con il governo; partendo dal presupposto che questo Barbar non fosse già un agente dei servizi segreti degli Stati Uniti già in Pakistan.
 
Se fosse stato un agente del servizio segreto usamericano già in Pakistan, avrebbe passato informazioni raccolte mentre dirigeva il suo campo di addestramento, e le informazioni relative ai sudditi britannici sarebbero state trasferite alle agenzie di intelligence britanniche, che ammettono di avere avuto Khan sotto sorveglianza. Si pensa che Barbar abbia conosciuto Khan con il nome di “Ibrahim”.
 
Proprio come si ritiene che i servizi di intelligence si siano infiltrati all’interno delle Brigate Rosse negli anni del terrorismo di Gladio in Italia e abbiano guidato la mano di autori del terrore inconsapevoli, così potrebbe essere che Sidique Khan e i suoi complici fossero i burattini di una ben congegnata operazione “lascia che succeda apposta”(LIHOP) o “fa che succeda apposta” (MIHOP), in modo analogo a quando Mario Moretti ha estratto le armi e ha sparato mettendo fine alla vita di Aldo Moro.
 
Yves Guerin-Serac, l’eminenza grigia del terrorismo della Destra europea, tanto influente nella formazione dell’ OAS francese, sospettato di avere contribuito alla determinazione della “strategia della tensione” in Italia iniziata con l’attentato dinamitardo di Piazza Fontana, aveva perfezionato i metodi dell’infiltrazione all’interno dei gruppi di opposizione fra la gamma di abilità nelle arti della violenza urbana insegnate presso i campi di addestramento che dirigeva sotto la sigla dell’Aginter Press, la sua formazione armata segreta anti-comunista.
 
Lo schema per la gestione di operazioni di “falsa bandiera” è ben consolidato e non c’è ragione di credere che gli attuali servizi di sicurezza, operanti in sede nazionale o all’estero, non sono in grado di metterle in scena. Il cambio delle amministrazioni, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, non ha modificato la rotta impostata in seguito agli attacchi dell’11 settembre.
Forse gli strateghi del “governo invisibile” dello Stato segreto e gli apparati di sicurezza dello Stato, insieme ad alcune lobby potenti che agiscono alla luce del sole, stanno svolgendo una funzione importante nel tenere i leader in arrivo prigionieri dei loro ordini del giorno.
 
Sicuramente, coloro che ritenevano che una presidenza Obama avrebbe arginato il senso di malessere sono stati ampiamente delusi.   Quest’era, designata dal Progetto per il Nuovo Secolo Americano come un’epoca da dedicare all’interventismo, può essere meglio descritta come l’era del militarismo statunitense. Da tale impegno guerrafondaio ci si aspettava raccogliere risultati e procurare stabilità.
Ma i benefici che si prevedeva accumulare in favore degli Stati Uniti non sono particolarmente facili da percepire dato che la nazione è impantanata nei debiti, è gravemente divisa nel portare avanti il suo discorso politico e culturale, ha visto compromessi i principi della sua Carta dei Diritti, e ha assistito al precipitare a fondo del suo prestigio tra il consesso generale delle nazioni.
 
E gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo molto alto. Secondo un rapporto del 2011 di un gruppo di ricercatori della Brown University, il costo delle guerre in Afghanistan e in Iraq è ammontato ad oltre 225.000 morti e a più di 4,4 mila miliardi di dollari spesi. Tra i soldati statunitensi, i tassi di suicidio e di violenza domestica sono in ascesa vertiginosa.
E in seguito all’11 settembre, per quel che concerne il diritto democratico della libertà di parola, ci sarebbe molto da discutere, in quanto si va ben oltre alle parvenze di una sua frattura. La sensazione che il diritto del cittadino interessato a fare inchieste scrupolose ed esplicite, così come a stimolare il dibattito, sia stato reso una difficile impresa, è piuttosto palpabile.
 
La frase spesso usata “teoria del complotto” è utilizzata da copertura per rendere del tutto non credibili coloro che fanno inchieste legittime e giustificabili, date le incongruenze delle narrazioni ufficiali che a loro volta portano in sé ben più di qualche traccia di finzione.
La storia è, dopo tutto, disseminata in passato di complotti diabolici che poi sono stati smascherati; per citarne solo alcuni, quello che ha coinvolto Alfred Dreyfus, l’affare “Lavon”, l’accordo multi- nazionale di Sèvres che ha preceduto la guerra di Suez, e l’affare “Iran-Contra”.
 
E, naturalmente, non è possibile dimenticare che anche in Italia si era gettato il sospetto sulla Sinistra, a cui venivano attribuite alcune operazioni effettuate nel corso degli “Anni di Piombo”, ma che in seguito si è scoperto essere state commesse da estremisti di Destra, con il supporto dello Stato segreto. 
Per di più, i media più accreditati, un insieme di entità legate alla grande impresa, hanno palesato esitazioni e perfino spudorata soggezione nella loro mancanza di indagare sulle coperture e le insabbiature, sulle incongruenze e le inadeguatezze presenti nelle relazioni governative sugli attacchi dell’11 settembre e su altri attentati..
Andreas von Bülow viene additato come “anti-americano” e come “paranoico cercatore di pubblicità”, mentre un leader sindacale australiano che metteva in dubbio la versione ufficiale vedeva le sue opinioni tacciate da cose “stupide e sbagliate” dal suo Primo ministro.
 
Il sospetto tra un segmento crescente di opinione pubblica mondiale è che questi e altri epiteti, tra cui l’appellativo di “antisemita” quando è coinvolto lo Stato di Israele, siano rivolti per arrestare ogni dibattito onesto e aperto. Si stanno formando gruppi di operatori professionali che dubitano della versione ufficiale, costituiti da architetti, ingegneri, scienziati, piloti e uomini di legge. L’obiettivo è di conseguire un’indagine completa e trasparente sugli eventi dell’11 settembre.
È già in atto la ricerca della correlazione tra gli aspetti sinistri dell’epoca Gladio e la Guerra al Terrore, e i sentimenti e i pareri espressi nel Parlamento belga in una risoluzione di condanna della NATO e degli Stati Uniti per aver manipolato la politica europea mediante formazioni armate “stay-behind” possono probabilmente essere reiterati in futuro, quando più fatti verrano alla luce e così le persone diverranno più consapevoli.
 
Esistono molte persone eminenti che hanno continuato nelle ricerche per avvalorare il loro forte sospetto, se non una vera e propria convinzione, che l’attuale Guerra contro il Terrore sia solo un esercizio di manipolazione e di inganni, una costruzione intelligente ma subdola di una sindrome da falso terrore fondato su una violenza fabbricata ad arte.
Il giudice Ferdinando Imposimato, Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione d’Italia ed ex giudice istruttore, che ha presieduto le indagini relative all’assassinio di Aldo Moro e al tentato assassinio di Papa Giovanni Paolo II, è tra coloro che sono convinti che gli attacchi a New York portano i contrassegni caratteristici della “strategia della tensione”, che ha imperversato per decenni nella suo paese. Egli ha raccomandato al Tribunale penale internazionale di istruire un processo penale sugli avvenimenti dell’11 settembre.
 
Come riassumere o razionalizzare il ruolo delle formazioni armate dello Stato segreto nelle principali potenze occidentali durante il periodo anti-comunista e nella presente Guerra al Terrore?
In futuro, verrà specificato punto per punto che entrambe le epoche hanno visto prevalere le preoccupazioni materiali e di sicurezza dell’Impero Usamericano e che i suoi sforzi per mantenere il suo potere e la sua condizione hanno richiesto che non sempre questa potenza abbia agito come un egemone benigno.
 
E proprio come la minaccia e la paura, sincera all’inizio, veniva sopravvalutata quando si pensava ad un’invasione armata sovietica dell’Europa occidentale, così la storia può probabilmente riscontrare le prove di un terrore fabbricato apposta e di un innalzamento manipolato di antipatia nei confronti dell’Islam, come copertura dell’obiettivo di un ampliamento dell’influenza degli Stati Uniti e del consolidamento di una forma di egemonia globale.
 
La scoperta e la rivelazione della verità dietro l’11 settembre e la Guerra al Terrore stanno dimostrando di essere un processo oneroso. Questo processo di verità non può essere assicurato laddove vi è una mancanza di volontà politica ed è reso ancora più difficile dalla inazione dei principali mezzi di informazione di massa e, naturalmente, dall’opacità dello Stato segreto.
Ma i costi, misurati in morti, in corpi dilaniati, in odio scatenato e nello spreco colossale di risorse economiche richiedono che gli impulsi per una revisione delle logiche che hanno alimentato il militarismo in corso devono essere intensificati.
 
L’ironia della Guerra al Terrore, che ha promulgato la dottrina della “guerra preventiva” come maschera per il perseguimento di guerre di aggressione, sta nel fatto di averla equivalsa alla conduzione di una missione presumibilmente civilizzatrice in modo grossolanamente incivile.
La Storia può ancora registrare questa “Guerra al Terrore” non tanto come una contrapposizione al terrorismo, ma come la perpetrazione del terrore e dell’inganno di massa.




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Source: http://adeyinkamakinde.blogspot.co.uk/2013/01/democracy-and-secret-state-deception.html
Publication date of original article: 06/01/2013
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=9036

 

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