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 22/08/2014 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / I falsificatori di notizie
Date of publication at Tlaxcala: 19/01/2012
Original: The Newsfakers
Translations available: Español 

Chi manipola certe immagini drammatiche su YouTube?
I falsificatori di notizie

Patrick Cockburn

Translated by  Curzio Bettio

 

Il “rumore” è sempre stato solito avere una cattiva reputazione.
Nelle opere di Shakespeare si presupponeva che i “rumori”, le dicerie, avessero il significato di abili bugie e servissero alla diffusione di resoconti seppur dettagliati, ma falsi, di vittorie e sconfitte. Nessun giornalista potrebbe credibilmente parlare di massacri, torture e arresti di massa, citando solo “forti rumori”, come prove uniche dei suoi rapporti.
I membri della redazione, a qualunque giornale, televisione o stazione radio lavorasse il giornalista, scuoterebbero la testa increduli in presenza di fonti tanto vaghe e incerte, e quasi certamente si rifiuterebbero di seguirlo.

Ma supponiamo che il nostro giornalista eliminasse il termine “rumore”, diceria, il sentito dire, e lo sostituisse con “YouTube” o “blogger”, come fonte d’informazioni. Allora, secondo esperienze recenti, i redattori non scuoterebbero più la testa, magari si congratulerebbero con il/la collega per l’uso giudizioso e opportuno di Internet.
La BBC e altre emittenti televisive con estremo favore ogni notte fanno scorrere le immagini del caos dalla Siria, decisamente declinando ogni responsabilità sulla loro autenticità.
Queste rinunce di responsabilità sono salmodiate così spesso da avere un tale impatto sugli spettatori simile a quello che suscitano quegli avvertimenti che precedono un notiziario in cui si dice che vi possono essere presenti immagini di cattivo gusto.


La gente comprensibilmente ritiene che se la BBC e altri canali non fossero stati convinti della veridicità delle immagini su YouTube non ne avrebbero fatto uso come fonte principale delle informazioni sulla Siria.
Le immagini di YouTube possono avere svolto un ruolo positivo nel corso delle rivolte della Primavera Araba, ma i media internazionali sono in grande misura silenti su come sia facile manipolarle.
Ripresa da un’angolatura opportuna, una piccola dimostrazione può essere resa somigliante ad un raduno di decine di migliaia di persone.
Sparatorie in una strada di una città possono essere manipolate per fabbricare “prove” di sparatorie in dozzine di città.
Le dimostrazioni, se eventi genuini, non dovrebbero essere testimoniate in modo fortunoso dalle fotocamere dei telefoni cellulari da parte di cittadini interessati; spesso l’unica ragione della protesta è quella di fornire materiale per YouTube.


Le compagnie televisive non tendono a rifiutare questi filmati, o sottolineare che l’allestimento del film è indipendente, ad effetto, aggiornato - e che loro non sarebbero state in grado di produrli medianti corrispondenti e troupe televisive regolari, anche spendendo un sacco di quattrini.
Nella carta stampata, i blogger ottengono un’accoglienza altrettanto facile, anche quando non ci sono prove che si rendano conto veramente di ciò che sta accadendo.
Da qui, la facilità con cui uno studente maschio statunitense dalla Scozia è stato in grado di fingere di essere una lesbica perseguitata a Damasco.
Dalla guerra in Iraq, perfino i blogger più appassionatamente partigiani sono stati presentati come fonti d’informazioni oggettive. Anche se ora possono risultare appannati, riscuotono ancora un certo prestigio e credibilità.


I governi, come l’Iran e, (fino alla settimana scorsa), la Siria, che nei periodi di crisi escludono i giornalisti stranieri, creano un vuoto d’informazioni facilmente riempito dai loro nemici. Questi sono in grado di fornire la propria versione degli eventi molto meglio di com’erano soliti fare prima dello sviluppo di telefoni cellulari, televisioni satellitari e internet. Il monopolio di Stato delle informazioni non può più essere mantenuto.
Più semplicemente, dato che l’opposizione ai governi siriano e iraniano hanno preso il sopravvento nell’ambito dell’agenda informativa, questo non significa che ciò che questi oppositori riferiscono corrisponda a verità.


All’inizio dello scorso anno mi sono incontrato a Teheran con alcuni Iraniani, corrispondenti occasionali per pubblicazioni occidentali, le cui credenziali di giornalisti erano state temporaneamente sospese dalle autorità. Dissi loro che questo doveva risultare frustrante, ma mi replicarono che se anche avessero avuto la possibilità di presentare resoconti - senza dire nulla di più di ciò che stava succedendo - non sarebbero stati presi in considerazione e creduti dai loro editori. Questi erano stati convinti da gruppi di esiliati, che utilizzavano blog e selezionavano accuratamente immagini su YouTube, che Teheran stava visibilmente ribollendo di malcontento. Se i reporter locali avessero denunciato che questa era una grossolana esagerazione, i loro datori di lavoro avrebbero sospettato che erano stati intimiditi o comprati dai servizi di sicurezza iraniani.


Non c’è nulla di sbagliato o sorprendente che movimenti rivoluzionari siano impegnati nel diffondere propaganda sporca. Hanno sempre fatto così in passato, e sarebbe sorprendente se non agissero così ancor oggi.
Mio padre, Claud Cockburn, che combatteva dalla parte del governo nella guerra civile spagnola, una volta aveva fabbricato un resoconto di una rivolta contro i sostenitori del generale Franco a Tetuán, nel Marocco spagnolo. In anni successivi, si era dimostrato decisamente sorpreso quando era stato furiosamente criticato per quello che egli riteneva un puro e semplice colpo propagandistico, come se la disinformazione non fosse stata sempre un’arma utilizzata da ogni movimento politico, fin dai tempi di Pericle.
Tali operazioni propagandistiche non sono diventate obsolete a causa dei progressi nella tecnologia delle informazioni negli ultimi 20 anni.
Di solito, questi stratagemmi informativi hanno dipinto come del tutto benigno e democratico l’evolversi di ciò che ha ispirato le rivolte della primavera araba. E questo, ad un certo punto, corrispondeva alla realtà. Il pugno di ferro degli Stati di polizia sui mezzi di comunicazione e su tutte le altre fonti d’informazione veniva frantumato in tutto il Medio Oriente. I governi scoprivano che la cruda repressione del passato poteva essere controproducente.


Ad Hama, nella Siria centrale, nel 1982, le forze del presidente Hafez al-Assad avevano massacrato circa 10.000 persone e distrutto la ribellione sunnita, ma non esisteva una foto di un solo cadavere. Oggi, scene da un tale massacro sarebbero diffuse su ogni schermo televisivo in tutto il mondo.
Così, i progressi tecnici hanno reso più difficile per i governi nascondere la repressione.
Ma questi sviluppi hanno reso più favorevole il lavoro dei produttori di propaganda.
Naturalmente, le persone che gestiscono giornali e stazioni radio e televisive non sono sciocchi. Si rendono conto della dubbia natura di molte delle informazioni che stanno diffondendo.
L’élite politica a Washington e in Europa si è divisa a favore e contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, rendendo più facile per i singoli giornalisti il dissenso. Ma oggi esiste un consenso schiacciante da parte dei media stranieri, che i ribelli hanno ragione, e i torti vengono addossati unicamente ai governi esistenti. Per istituzioni come la BBC, diventa accettabile una copertura delle informazioni altamente sbilanciata.


Purtroppo, Al-Jazeera, che, da quando è stata istituita nel 1996, ha fatto così tanto per spezzare in Medio Oriente il controllo degli Stati sulle informazioni, è diventata il braccio di propaganda acritica dei ribelli libici e siriani.
L’opposizione siriana ha bisogno di dare l’impressione che la sua insurrezione sia più vicina al successo di quello che è realmente. Il governo siriano non è riuscito a schiacciare i manifestanti, ma questi ultimi, a loro volta, sono ben lungi dal rovesciarlo. La leadership siriana in esilio esige un intervento militare occidentale in suo favore com’è successo in Libia, anche se le condizioni sono del tutto differenti.
L’obiettivo di manipolare la copertura dei media è quello di convincere l’Occidente e i suoi alleati Arabi che le condizioni in Siria si stanno avvicinando al punto in cui un’alleanza arabo-occidentale può ripetere il successo conseguito in Libia.
Da qui, la nebbia della disinformazione gonfiata attraverso Internet.





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.counterpunch.org/2012/01/16/the-newsfakers/
Publication date of original article: 16/01/2012
URL of this page: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6664

 

Tags: MediaPropagandaAl-JazeeraPrimavera arabaYouTubeLibiaBBCInvasione dell'IraqSiriaInternet
 

 
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