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 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Il Premio Nobel del Pus
Date of publication at Tlaxcala: 08/03/2021
Original: El Premio Nobel de la Pus
Translations available: English  Français 

Il Premio Nobel del Pus

Sergio Rodríguez Gelfenstein

 

Alfred Nobel era ben lungi dal pensare -quando istituì il premio che porta il suo nome- che dallo stesso ne sarebbe conseguito un affronto all’umanità dal momento in cui iniziò ad essere consegnato con criteri politici e ideologici e come strumento di esaltazione dei valori e pratiche capitaliste.

Nobel stabilì i premi in cinque aree: fisica, chimica, medicina, letteratura e pace. Quest’ultimo con l’obiettivo di riconoscere la “persona che si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace”. Per decisione del Nobel che inventò la dinamite, ragioni sconosciute soggette a speculazioni lo portarono a statuire che il premio per la pace fosse assegnato da un comitato norvegese nominato dal parlamento di quel paese, a differenza degli altri che vengono assegnati dalla Svezia.
 
È possibile che Nobel pensasse che Svezia e Norvegia, paesi che erano uniti mentre lui era in vita, sarebbero stati giusti garanti nell’applicazione dei desideri espressi nel suo testamento. Tuttavia, è paradossale ed ipocrita che questo paese, allo stesso tempo che assegna premi Nobel per la Pace e presume di essere sede e promotore di dialoghi e negoziati a favore della stessa, sia, dal 1949, membro fondatore dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Anche, in questo momento, il suo segretario generale è Jens Stoltenberg, un politico norvegese. La vocazione atlantista di questo paese si esprime nella sua appartenenza alla NATO e nella sua assenza dall’Unione Europea.
 
Ad altro livello, è molto difficile supporre che un parlamento con una schiacciante maggioranza conservatrice e reazionaria possa nominare una commissione del Nobel equa ed imparziale. Ha chiaramente prevalso un criterio politico e ideologico nel decidere il premio, soprattutto negli ultimi anni.
 
Pertanto, delle 128 persone ed istituzioni che l’hanno ricevuto, 41, il 32% sono statunitensi, britannici o francesi e 47, il 36,7% sono europei; se si aggiungono ai 20 statunitensi (tra essi quattro presidenti, un vicepresidente, oltre  a Henry Kissinger che non si sono distinti proprio per il loro amore per la pace), tre israeliani, due canadesi ed un giapponese che l’hanno ricevuto, raccolgono il 57% dei premiati.
 
Nessuno può credere che in 120 anni, l’Europa, dove si sono scatenate le due guerre mondiali più selvagge nella storia dell’umanità, così come il club dei paesi guerrafondai e violatori dei diritti umani, siano quelli che hanno compiuto i maggiori sforzi per la pace. È vero che il premio viene assegnato a personalità e non a paesi, ma è molto particolare che i due cinesi (uno di loro il Dalai Lama che appare come un tibetano, un paese che non esiste) e l’unico sovietico che lo hanno ricevuto siano stati dissidenti, contrari ai sistemi politici dei loro paesi.
 
È giusto riconoscere che personalità ed organizzazioni rispettabili come la Croce Rossa Internazionale, Jean Henry Dunant suo creatore, Martin Luther King Jr., Le Duc Tho (che degnamente l’ha respinto mentre ancora il napalm USA cadeva sul Vietnam), il nostro Adolfo Pérez Esquivel, Rigoberta Menchú e Alfonso García Robles, Nelson Mandela, Yasser Arafat, José Ramos Horta, tra  altri vincitori del premio, sono degni di qualsiasi riconoscimento che venga fatto alla lotta dei popoli per la loro libertà.
 

Qualcuno può credere che in 120 anni solo sei latinoamericani abbiano ricevuto un simile premio? E che tra quella mezza dozzina ci siano l’ex presidente del Costarica Óscar Arias, a cui gli USA “comprarono” per nasconderlo al Gruppo di Contadora, vero gestore della pace in Centro America negli anni ’80, e Juan Manuel Santos, noto promotore di gruppi paramilitari e violazioni dei diritti umani.
 
Il premio è stato assegnato nel 1991 alla birmana (ora Myanmar) Aung San Suu Kyi, che nel 2015 affermava che “in tutto il mondo gli interessi commerciali sono al di sopra dei diritti umani”. Allo stesso modo, la snob premio Nobel si è trasformata in complice del genocidio contro la minoranza musulmana Rohingya, che è odiata dalla maggioranza fondamentalista buddista in Myanmar. I Rohingya non sono nemmeno riconosciuti come gruppo etnico nel proprio paese quindi non hanno cittadinanza, cioè è come se non esistessero, cosa che viene accettata dalla fiammante premio Nobel.
Allo stesso modo, nel 2019 il premio è stato consegnato ad Abiy Ahmed Ali, Primo Ministro dell’Etiopia che l’anno successivo, in soli due giorni, ha causato la morte di 600 cittadini nella repressione della provincia separatista del Tigrai, provocando inoltre la fuga di 50mila. profughi nel vicino Sudan. Ma questo è solo il più scandaloso, anche in altre località del Tigrai come Humera, Dansha e la capitale, Mekele, sin sono compiuti altri massacri. Per evitare la conoscenza di questo disastro umanitario, il Premio Nobel ha chiuso la regione alla stampa e dalle organizzazioni internazionali.
 
Il caso di Juan Manuel Santos è difficile da commentare. In primo luogo, viene da chiedersi perché sia ​​stato dato solo a lui. I negoziati di pace non sono mai eventi unilaterali. Così la commissione norvegese lo consegnò a Kissinger e Le Duc Tho nel 1973; a Sadat e Begin nel 1978; Mandela e de Klerk nel 1993; Arafat, Rabin e Peres nel 1994. Perché allora non è stato consegnato alle FARC e/o al loro capo che erano la controparte del governo nei negoziati? Non ha fatto, per caso, lo stesso sforzo per porre fine al conflitto?
 
Questo è un altro caso in cui gli USA acquistano i premi ai lori soggetti come pagamento per i servizi resi. Santos ha ordinato ad Uribe di violare la sovranità dell’Ecuador per realizzare un’incursione armata in territorio straniero; è stato il genio creatore della politica dei “falsi positivi”, un modo nascosto di assassinare migliaia di giovani innocenti estranei al conflitto al fine di mostrare successi non ottenuti in combattimento; inoltre è l’assassino reo confesso del Comandante Alfonso Cano, catturato vivo ed assassinato per i suoi ordini, fatto di cui si vanta permanentemente. Sembra che tutti questi siano requisiti validi per ottenere il premio.
 
Caso speciale è quello di Barack Obama, recettore del premio nel 2009 quando era presidente da soli 11 mesi e che è stato premiato per “i suoi sforzi straordinari per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”. Nessuno sa cosa abbia fatto Obama in 11 mesi per meritarsi questo “riconoscimento”. Quello che si sa è che dopo la fine del suo mandato, sette anni dopo si è trasformato nel primo presidente USA a completare due mandati completi del suo mandato avendo truppe del suo paese in combattimento attivo.
 
Obama ha lanciato la terza guerra in Iraq contro lo Stato Islamico per finire con l’associarsi ad esso e ad Israele nello sforzo di rovesciare il governo siriano, ha continuato in Afghanistan, ed ha aumentato le operazioni “chirurgiche” per assassinare terroristi che, non essendo così “chirurgiche”, hanno causato centinaia di morti tra la popolazione civile. Ha anche ordinato il bombardamento della Libia ed ha fatto incursioni in Pakistan, Somalia e Yemen. Nella nostra regione ha firmato il decreto che dichiarava -senza prove- che il Venezuela rappresentava una minaccia “insolita e straordinaria” alla sicurezza nazionale ed alla politica estera degli USA, una stupidità che non resiste alla minima analisi seria e responsabile.
 
In questo contesto, i fatti potrebbero portarci ad affermare che Aung San Suu Kyi, Abiy Ahmed Ali, Juan Manuel Santos e Barack Obama, come i loro predecessori Teodoro Roosevelt e Woodrow Wilson, ricevettero con gioia e accoglienza il Premio Nobel del Pus.




Courtesy of Cuba Informazione
Source: https://ultimasnoticias.com.ve/noticias/opinion/el-premio-nobel-de-la-pus/
Publication date of original article: 18/02/2021
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=30981

 

Tags: Premio Nobel della PaceIpocrisia occidentale
 

 
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