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 08/03/2021 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 AFRICA 
AFRICA / Egitto 2021: una corsa felice verso l’abisso
Date of publication at Tlaxcala: 15/01/2021
Original: Egypt 2020: Happy ride into the abyss
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Egitto 2021: una corsa felice verso l’abisso

Hipatia Urabi هيباتي عرابي

Translated by  Silvana Fioresi

 

Le elezioni legislative del 2020 in Egitto si sono concluse a metà dicembre del 2020 con risultati senza sorpresa: il partito “Futuro della Nazione” del maresciallo-presidente Al-Sissi ha ottenuto una maggioranza confortevole. Il 70% degli elettori si erano astenuti. L’articolqui di seguito è stato scritto a fine novembre. Rimane attuale.-Tlaxcala

Da diverse settimane fin nel più piccolo villaggio le strade e le piazze sono tappezzate di ritratti sorridenti delle stesse persone, come ogni volta, con gli stessi slogan, come sempre, come se non fosse cambiato nulla in questo paese dalla rivolta che ha avuto luogo, ormai, quasi un decennio fa.


Inventario rapido

• L'economia è al bordo del crollo, del fallimento, dell’incapacità di assicurare il servizio del debito, senza parlare di rimborsarlo.

• Non esiste nessun tipo di strategia per risolvere il problema della carenza d’acqua annunciata dopo il fallimento completo delle negoziazioni riguardo la costruzione di una « diga della Rinascita » in Etiopia.

• A parte la propaganda e la manipolazione delle informazioni, non esiste nessun tipo di strategia per far fronte alla propagazione della crisi provocata dal coronavirus. Anzi, nel momento in cui tutti i paesi toccati dal coronavirus tentano, grazie alle sovvenzioni e agli aiuti finanziari, di attenuare il fardello economico della crisi negli strati inferiori della società, il governo egiziano aumenta i prezzi di tutti gli articoli, colpendo dolorosamente i più deboli: quello del pane, dell’elettricità, del carburante, dei trasporti pubblici, e introduce un fiotto di nuove tasse e aumenti di prezzo su tutti i servizi pubblici, l’istruzione e la sanità. Anche prima della pandemia questi servizi erano già un privilegio dei ricchi.

Il rapporto 2019 di Amnesty International sull’Egitto inizia con questa introduzione:

« Le autorità hanno messo in opera un ventaglio di misure repressive contro i supposti contestatari o oppositori, in particolare dopo le manifestazioni contro il presidente del 20 settembre. Sparizioni forzate, arresti di massa, torture e altri maltrattamenti, uso eccessivo della forza e severe misure probatorie figuravano tra i metodi più utilizzati. Le forze di sicurezza hanno arrestato e messo in detenzione in modo arbitrario almeno 20 giornalisti per il solo motivo di aver espresso, anche se pacificamente, le loro opinioni.

Le autorità hanno continuato a imporre delle severe restrizioni alla libertà di associazione delle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dei partiti politici. Delle modifiche della Costituzione hanno esteso la possibilità per le giurisdizioni militari di perseguire dei civili e compromettere l’indipendenza dei magistrati. Dopo le manifestazioni del 20 settembre il servizio del procuratore generale della sicurezza di Stato ha ordinato la detenzione di migliaia di persone nel quadro delle inchieste aperte sulla base di capi di “terrorismo” definiti in termini vaghi. Numerosi processi si sono tenuti davanti ai tribunali eccezionali nel quadro di procedure di una flagrante iniquità; alcuni si sono risolti con condanne a morte. Si sono susseguite le esecuzioni. La tortura rimaneva una pratica corrente nei luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali. Le condizioni di detenzione erano sempre molto difficili, fatto che ha dato luogo a dei movimenti di massa di sciopero della fame. Le donne continuavano a subire delle discriminazioni nella legislazione e nella pratica. Le autorità non proteggevano le donne contro le violenze sessuali e le violenze legate al genere, che erano estremamente diffuse. Le lesbiche, gay, bisessuali, trans o intersex (LGBTI) in detenzione sono stati sottoposti di forza a esami anali e a esami invasivi per determinarne il sesso.

Decine e decine di lavoratori e lavoratrici e dei militanti sindacalisti sono stati arrestati in modo arbitrario e denunciati per aver esercitato il loro diritto a fare sciopero e manifestare. Le autorità hanno ristretto il diritto dei cristiani di praticare a loro fede chiudendo almeno 25 chiese e non concedendo le autorizzazioni necessarie per costruire o riparare diverse migliaia di altri edifici cristiani. Dei rifugiati, richiedenti asilo o migranti, sono stati arbitrariamente arrestati e messi in detenzione per ingresso irregolare in territorio egiziano o per uscita illegale dal paese ».

• L’istruzione è la base dello sviluppo. La somma necessaria per risolvere il problema dell’eccesso di popolazione scolastica è stimato a 150 miliardi di lire egiziane [= 8 miliardi di euro]. A cosa corrisponde questo importo in termini di spese pubbliche in altri ambiti?

Il primo Ministro Madbouly ha annunciato che dei progetti del governo di più di 4 mila miliardi di lire egiziane [=214 miliardi di euro] sono stati stanziati per sei anni (giornale Al-Borsa, 11 ottobre 2020), il che significa che la somma richiesta per lo sviluppo e l’istruzione rappresenta solo lo   0,004% di queste spese. Il problema non è quindi la mancanza di risorse, ma il loro abuso e il loro spreco. Questo è dovuto a una politica economica e sociale che favorisce una particolare classe sociale.

• Secondo la banca centrale, il debito esterno egiziano è aumentato di circa il 12,2% nel corso dei tre ultimi mesi dell’esercizio 2019/2020, raggiungendo 123,49 miliardi di dollari a fine giugno, contro i 111,29 miliardi di dollari in marzo, cioè un rialzo di 12,2 miliardi di dollari.

• In ragione della politica economica imposta dal Fondo monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, il tasso di povertà è passato dal 25,2% nel 2010/2011 al 26,3% nel 2012/2013 e al 27,8% nel 2015, poi al 32,5% nel 2017/2018, il che significa che 32,5 milioni di Egiziani vivono sotto la “soglia nazionale della povertà” (736 lire egiziane al mese e per persona, circa 38 euro). La soglia nazionale di povertà rappresenta circa il 60% del limite definito dall'ONU (Poverty Line).

• Il tasso estremo di povertà (Severe Poverty Line) è ugualmente passato dal 4,8% nel 2010/2011 al 4,4% nel 2012/2013, poi è passato al 5,3% nel 2015 per raggiungere il 6,2% nel 2017/2018, il che significa che 6,2 milioni di Egiziani sono estremamente poveri – cioè guadagnano meno di 491 lire egiziane (circa 25 euro) al mese e per persona – e sono incapaci di sostenere i loro bisogni elementari.

• Secondo la Banca mondiale, la percentuale dei poveri nel mondo, calcolata sulla base della soglia di povertà estrema di 1,9 dollari per persona e al giorno, è passata dal 36% nel 1990 al 10% nel 2015. Al contrario, il tasso di povertà in Egitto non ha smesso di crescere, in modo che il tasso ufficiale di povertà dichiarato in Egitto è attualmente più di tre volte superiore a quello mondiale.

• A diverse riprese l’Iniziativa egiziana per i Diritti della Persona (EIPR) ha richiesto al governo egiziano di controllare l‘uso eccessivo della pena di morte e di conformarsi alla proposta della Missione egiziana durante la 36° sessione del Consiglio dei diritti dell’uomo di sospendere la pena di morte, anche temporaneamente, nell’attesa di un pubblico dibattito sociale sulla sua abolizione. Tuttavia, la realtà della pena di morte in Egitto non cessa di peggiorare. Il numero di giustiziati in ottobre 2020 (53 persone) oltrepassa il numero totale delle esecuzioni nel corso degli ultimi tre anni.  

• In un’escalation contro L'EIPR, la procura ordina la detenzione del suo capo. Mohamed Bashseer è stato arrestato a casa sua da una squadra di sicurezza domenica 15 novembre 2020 dopo mezzanotte e detenuto per più di 12 ore. L’arresto di Mohamed Basheer è una nuova tappa di una serie di misure di intimidazione mirata contro i militanti dei diritti umani. Non è indipendente dal clima autoritario e repressivo globale che affetta tutti i diritti e le libertà garantiti dalla Costituzione e a livello internazionale. I capi di accusa riposano su nozioni generali, vaghi ed elastici, iscritti nella legge egiziana.

La costituzione del 2014

Nel gennaio 2014, la nuova Costituzione è stata adottata da una larga maggioranza (il 98,1%) degli elettori (il 38,6% del corpo elettorale). Nonostante abbia una qualche riserva riguardo a certi articoli di questa costituzione (troppo posto lasciato al clero e ai militari), bisogna ammettere, per senso di obiettività, che si trattava della migliore Costituzione che l’Egitto avesse mai avuto. Infatti rifletteva il rapporto di forza esistente nel 2014 tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione.

Questo rapporto di forza, favorevole all’epoca per le forze democratiche, purtroppo non è durato. Subito dopo l’elezione presidenziale, che Al-Sissi ha vinto praticamente senza reali avversari, i dirigenti dell’esercito hanno cominciato a smantellare la Costituzione. Dopo un’ondata rivoluzionaria, iniziata con la rivolta del 25 gennaio 2011, l’instaurazione di una dittatura esige innanzitutto il rifiuto totale della Costituzione. In particolare, sono stati ignorati soprattutto gli articoli che garantivano le libertà.

A più riprese il presidente Al-Sissi ha commentato questo stato di fatto con la famosa frase: « Questa Costituzione è stata scritta con intenzioni ingenue da parte di gente piena di buona volontà ». Due anni di « lavori » sono stati necessari per la « costruzione » di un parlamento addomesticato, negli uffici dei servizi segreti. Su 586 deputati, solo 16 hanno rifiutato di applaudire l’abolizione totale dei diritti democratici che restavano.

Nonostante non si possa nascondere niente nell’era digitale, bisogna offrire un’immagine « democratica » al mondo esterno. Per questo, per due volte, gli elettori egiziani sono stati spinti verso le urne a frustate, tutti i numeri sono stati falsificati e tutti i media “pubblici” e privati sono stati mobilitati per lo show, sia in marzo 2018 per la rielezione di Al-Sissi che in aprile 2019 per il referendum sugli emendamenti costituzionali.

Durante la prima messinscena chiamata rielezione, la decisione politica del governo fu di impedire qualunque dibattito politico, cioè di condurre una campagna elettorale senza nessuna discussione su un qualunque soggetto, nessun dibattito pubblico, nonostante numerosi interrogativi avessero lacerato la società. Questo si può fare solo impedendo una vera e propria campagna elettorale. Ed è ciò che è stato fatto.

Cinque coraggiosi candidati sono stati eliminati immediatamente dopo aver annunciato la loro candidatura, dopo essere stati arrestati e minacciati. Poi Al-Sissi ha tirato fuori dal cappello un candidato su misura che l’aveva appoggiato durante la sua campagna. Con un tasso di partecipazione del 41,16%, Al-Sissi ha vinto col 97,08% dei voti e ha ringraziato il popolo.

La seconda messinscena è stata il referendum sugli emendamenti costituzionali. Con un tasso di partecipazione del 44,33%, gli Egiziani hanno – presumibilmente – annullato i principali progressi iscritti nella loro Costituzione cinque anni prima. Improvvisamente, il presidente della Repubblica può non solo rimanere in funzione durante due periodi legislativi, ma fino al 2030, il presidente nomina i giudici di tutti i tribunali come anche il procuratore generale, rinforza largamente il potere dell’esercito nel governo dello Stato, nell’economia e nella giustizia militare, instaurando così un’immunità totalmente infondata… e ben altro.

La scena è stata questa:

• Al-Sissi si è messo a criticare la Costituzione in strane dichiarazioni che contraddicevano totalmente le sue dichiarazioni precedenti, nelle quali faceva gli elogi della stessa Costituzione.

• I giovani rivoluzionari dell’epoca, come anche le personalità pubbliche, furono improvvisamente arrestati sulla base di accuse di terrorismo e sottomessi ai peggiori trattamenti nelle prigioni. Queste persone non avevano assolutamente niente a che vedere con il terrorismo, ma il regime ha deciso di punirli per aver avuto il coraggio di esprimersi. Gli obiettivi del regime erano due: il primo, lanciare un attacco preventivo contro di loro, per fare in modo che non si opponessero alla manipolazione della Costituzione, e il secondo, farne un esempio per coloro che oserebbero opporsi alla volontà di Al-Sissi di modificare la Costituzione.

• Essendo i media completamente controllati dai servizi segreti, soltanto ipocriti e ciarlatani erano presenti in televisione. Hanno direttamente richiesto la modifica della Costituzione, altri hanno supplicato il presidente Al-Sissi di rimanere in servizio più tempo, almeno quel tanto per avere il tempo di portare a termine i suoi successi (!), mentre il presidente stesso annunciava che la Costituzione non era un libro sacro e che era normale che fosse interamente rifinita o modificata.

• Il Parlamento egiziano non esprime la volontà del popolo, ma la volontà degli agenti dei servizi segreti che lo hanno costituito. Quindi, i deputati sono stati invitati a chiedere un cambiamento della Costituzione perché Al-Sissi potesse restare al potere per un tempo indefinito.

• Al-Sissi ha annunciato a più riprese che non voleva restare al potere più di due mandati, ma che è rimasto molto sorpreso dal grande desiderio della popolazione di volerlo tenere e, certo, non poteva far altro che obbedire alla volontà del popolo.

In questo teatro dell’assurdo, gli Egiziani colpiscono con la loro arma più potente, l’umorismo. Tristemente, anche questo non è più di nessun aiuto nella loro sventura.



"Si"

Le elezioni del 2020

Per la prima volta delle elezioni hanno luogo in virtù della nuova legge elettorale adottata dopo le modifiche costituzionali del 2019. Il Parlamento egiziano è composto da 568 membri, di cui 284 sono eletti direttamente e 284 su delle liste elettorali bloccate. Il sistema delle liste elettorali bloccate significa che se 4 o 5 liste si affrontano in una circoscrizione, la lista che ha il maggior numero di voti vincerà tutti i seggi, poco importa il numero di voti ottenuti dagli altri (The winner takes it all). Il presidente della Repubblica può nominare fino al 5% dei membri del Parlamento.

Le elezioni legislative, la cui prima fase è iniziata il 24 ottobre e che sono continuate fino a metà novembre 2020, hanno coinciso con l’inizio della pandemia del coronavirus e la stagnazione dell’economia. Sarà l’occasione per ricostituire il Fondo « Viva l’Egitto » creato da Al-Sissi e che sarà rimpinguato di circa 10 miliardi di lire egiziane (circa 560 milioni di euro), grazie ai “doni” imposti ai candidati, che ricevono il sostegno della macchina dello Stato che garantisce loro in cambio un seggio in Parlamento e accorda l’immunità e molti altri privilegi conseguenti.

Infatti, il primo giorno delle elezioni, il governo sembrava pregare, o addirittura forzare i dipendenti e gli agenti della macchina amministrativa a votare, per aumentare la percentuale degli elettori. L’Agenzia di Sicurezza Nazionale – ex Sicurezza di Stato – ha dato l’ordine alle sue reti di famiglie allargate, di sindaci e di capi villaggio, di mobilitare gli elettori.


Il partito ultraconservatore « Futuro della Nazione » deteneva la maggior parte dei seggi in Parlamento. Ha preso l’iniziativa di offrire i suoi servizi ai candidati all’elezione diretta e ai candidati allo scrutinio di lista in tutte le circoscrizioni della Repubblica, chiedendo a tutti i candidati che lo volevano di beneficiare del suo sostegno di “dare un contributo” tra i 5 e i 25 milioni di lire egiziane, in funzione delle loro possibilità di successo. Nella mischia, molti hanno sicuramente rilanciato il prezzo, volenti o nolenti.

Essendo l’importo dei contributi finanziari, l’unico criterio di ammissione alla cerchia dei beneficiari, una schiacciante maggioranza di deputati emersi dai ranghi dei ricchi e dei super ricchi si è formata, a scapito dei naturali dirigenti e delle personalità pubbliche.

Tra i candidati della cosiddetta « Alleanza patriottica dei partiti », molti sono degli imbroglioni corrotti e indagati, che hanno bisogno dell’immunità parlamentare per poter continuare le loro attività illegali.

I soldi della politica

In quasi tutte le circoscrizioni, i soldi e l’acquisto dei voti dei poveri hanno giocato un ruolo politico decisivo. È stato fatto sotto gli occhi di tutti, con la partecipazione di tutte le autorità competenti, ovviamente. Durante la seconda fase delle elezioni legislative, il prezzo di un voto, in alcuni distretti del Cairo, è arrivato a 500 lire egiziane (circa 26 euro), in rialzo verso la fine dello scrutinio.

Durante queste seconde elezioni legislative dal rovesciamento del presidente Morsi, secondo le constatazioni della stampa e dei partiti, come anche si vede su dei video nei social, e anche secondo le nostre proprie osservazioni, è confermato che il « denaro politico » ha dominato queste elezioni.

E questo in diverse forme. La prima: la distribuzione di denaro a ogni elettore che vota per i candidati della “Lista patriottica”, che comprende 12 partiti diretti dal partito del governo “Futuro della Nazione”. Si tratta di somme che vanno da 50 a 200 lire egiziane (da 3,2 a 8,8 dollari) da parte di persone che si dicono rappresentanti di un candidato.

La seconda forma di acquisto di elettori consiste in una distribuzione di pacchi di prodotti alimentari (come riso, zucchero, olio e tè), sui quali c’è scritto “Futuro Partito della Nazione”. È già successo durante le elezioni legislative del 2015 e quelle del senato, come anche durante le elezioni presidenziali e per il referendum sugli emendamenti costituzionali.

La rivista britannica The Economist ha pubblicato, il 22 ottobre, un articolo intitolato « Un’altra elezione truccata illustra i problemi dell’Egitto ». L’articolo spiegava che, anche secondo le norme egiziane, in cui è normale comprare dei voti e in cui dei candidati dell’opposizione sono messi in prigione, l’”emulazione” avvenuta durante queste elezioni appare completamente antidemocratica. Il regime ha eliminato la maggior parte dei suoi oppositori, i candidati non litigano più tra di loro per sapere chi sostiene di più il regime, mentre ricchi uomini di affari riversano soldi nelle casse dei partiti sostenuti dallo Stato.

The Economist aggiungeva che « alcuni posti nelle liste elettorali si sono venduti per milioni di lire egiziane (delle decine di migliaia di dollari), tanto che anche uno dei giornali in linea col governo ha deriso questa pratica venale, in una caricatura di un deputato che ha portato in Parlamento la sua propria sedia perché i seggi sono troppo cari per lui ».

Il partito « Futuro della Nazione » è quello che più probabilmente vincerà le elezioni alla Camera dei rappresentanti. Nell’agosto di quest’anno questo partito ha vinto quasi i tre quarti dei seggi in Senato, la seconda camera creata dalla revisione costituzionale e composta da 300 membri, di cui 200 sono stati eletti e 100 sono stati nominati.

La rivalità politica, che tutti conoscono, presente all’epoca, durante le elezioni del « Parlamento della Rivoluzione » (2011), non ha niente a che vedere con le elezioni del 2020, non ci sono più vive manifestazioni, non c’è più concorrenza, dopo che i veri partiti sono stati vietati o repressi duramente, che i loro membri sono stati arrestati, e dopo che è stato creato un « partito di regime ».

Se la candidatura esiste solo per i più ricchi, se il voto dei poveri esiste solo quando è comprato con dei regali o delle bustarelle, se la classe media è assente o sempre più ridotta, questo parlamento, con le sue due camere, appare come l’espressione del disequilibrio della politica di governo, che scava ulteriormente un fossato tra i ricchi e i poveri. La sola fonte di ricchezza è la vicinanza col potere politico. Per i poveri, è l’emarginazione e l’esclusione.

Corrompendo il sistema giuridico, più giusto, inizialmente previsto dalla nuova Costituzione, i nuovi dirigenti hanno creato una situazione disperata, dal punto di vista sociale, politico, economico e giuridico. L’Egitto è al bordo dell’abisso.

Perché l’Occidente sostiene il regime Sissi?

Il regime egiziano segue una strategia economica che conduce inevitabilmente a una collisione tra le domande interne di democrazia, il cui bisogno è urgente, e gli interessi internazionali.

In altri termini, il regime Al-Sissi segue una politica incrollabile, ancorata nel sistema finanziario mondiale, per unire la sua stabilità agli interessi economici delle organizzazioni internazionali, dei paesi occidentali e delle grandi imprese.

Nonostante il regime venda la sua immagine sul piano internazionale come un muro contro il terrorismo e il flusso d’immigrazione clandestina, questa interpretazione dissimula spesso la sua strategia economica. Si tratta di una politica basata su un indebitamento pesante, che implica delle parti internazionali nella repressione praticata dal regime e che conduce al rafforzamento della polarità tra poveri e ricchi e, di conseguenza, alla destabilizzazione e all’estremismo violento.

In ragione del forte sostegno finanziario mondiale, il regime egiziano si trova protetto in diversi modi, ma si trova anche in una situazione di estrema dipendenza (forse per rispondere alle domande subliminali ad essa associate):

  • Innanzitutto, la crescente dipendenza verso prestiti esterni per finanziare le operazioni del governo e i grandi progetti di infrastrutture. Questo comprende un aumento degli obblighi dello Stato a lungo e a corto termine e di « denaro caldo ».
  • In secondo luogo, un aumento considerevole delle vendite di armi dal 2014, rendendo il regime il terzo più grande importatore di armi al mondo tra il 2015 e il 2019.
  • In ultimo, il grande livello di investimenti stranieri diretti nel settore egiziano del petrolio e del gas ha unito gli investimenti occidentali a lungo termine alla stabilità del regime.

Questi fattori sono direttamente responsabili della repressione della popolazione egiziana e costituiscono degli ostacoli alla democratizzazione. In fin dei conti, questa strategia economica inasprisce le sfide a lungo termine con effetti profondamente destabilizzanti. Se i flussi di capitali internazionali sono usati per finanziare il controllo militare sull’economia egiziana, gli apparati di sicurezza possono ottenere un maggior controllo dello Stato, cosa che, nella terminologia politica, significa una dittatura.

L'Egitto si appoggia fortemente sul debito per creare delle forme di dipendenza finanziaria tra il regime e le parti internazionali. Il regime ha preso in prestito enormi somme di denaro. Questo rialzo importante del debito si è accompagnato da un aumento accelerato dei crediti stranieri dell’Egitto in obbligazioni di Stato a corto termine, che sono passati da 60 milioni di dollari a metà 2016 a 20 miliardi di dollari in ottobre 2019. Il regime ha potuto attirare questi capitali a breve termine grazie a offerte di tassi di interesse tra le più alte di tutti i mercati finanziari del mondo, tra gli altri mercati emergenti. Il rendimento di questi fondi, finanziati tramite prestiti internazionali del governo egiziano, ha raggiunto circa il 13 % nel luglio 2020. L'Egitto merita dunque il titolo di « paese preferito dei mercati emergenti », come ne è testimone la domanda degli investitori per un’emissione di eurobbligazioni di 5 miliardi di dollari. Questa è considerato come la più grande spesa pubblica della storia egiziana.

Questi prestiti importanti hanno gravi conseguenze per l’Egitto e per la comunità internazionale:

Da una parte, nel sistema finanziario mondiale c’è un bisogno urgente per la sopravvivenza del sistema egiziano, visto che il rimborso del suo alto debito internazionale ne dipende (gli Egiziani hanno un proverbio su questo: “Il fallimento ha battuto il sultano”, che riflette questa relazione). Di conseguenza, il regime è in certo modo immunizzato contro le pressioni internazionali che mirano a fargli ridurre la sua repressione, visto che le turbolenze in Egitto avrebbero un impatto diretto sulle entrate pubbliche, cosa che aumenterebbe la probabilità di una mancanza di pagamento da parte sua.

In altri termini, i creditori internazionali indirettamente hanno la responsabilità dell’utilizzo dei fondi pubblici per arricchire l’elite militare tramite dei progetti di megainfrastrutture. Questi progetti sono finanziati sia direttamente che indirettamente da attori finanziari internazionali (compresi degli alleati regionali come gli Stati del Golfo e delle organizzazioni internazionali come l’ FMI).

L'Egitto è economicamente instabile, è minacciato militarmente da alcuni paesi e possiede uno dei più grandi eserciti del mondo. Per motivi di strategia non è quindi affatto necessario continuare a sviluppare il peso militare. Tuttavia, il regime conduce una politica opposta. Le spese del regime, in materia di acquisto massiccio di armi, dal 2014 giocano un ruolo chiave nella consolidazione della sua rete di sicurezza internazionale. Il volume delle importazioni di armi è triplicato tra il 2014 e il 2018 rispetto al periodo 2009_2013, il che equivale a un aumento del 206 %. Niente indica che l’ondata di acquisti di armi si sia calmata, visto che il regime ha sostenuto delle trattative con l’Italia nel giugno del 2020 per concludere un importante trattato di acquisto di armi di un valore di 9,8 miliardi di dollari. L'industria occidentale degli armamenti è la principale fonte di armi che l’Egitto riceve. In alto nella lista si trovano la Francia, la Germania, la Russia e gli USA. La Francia ha coperto, da sola, il 35 % dei bisogni in armi del regime tra il 2015 e il 2019.

Il mercato delle armi comprende non solo delle armi convenzionali, ma anche l’acquisto di materiale di sorveglianza e di dispositivi di controllo delle masse, utilizzati per reprimere direttamente le manifestazioni (Germania). È difficile verificare le fonti di finanziamento di queste transizioni, perché non sono incluse nei numeri ufficiali del budget della difesa. Esistono però delle prove su prestiti esterni, in parte utilizzati a questo fine.

Nel 2015, per esempio, un mercato di armi di 5,2 miliardi di euro, che comprendeva 24 aerei caccia Rafale, è stato in parte finanziato da un prestito di 3,2 miliardi di euro da parte del governo francese. Ciò significa che i contribuenti francesi hanno prestato 3,2 miliardi di euro al regime egiziano, che i poveri egiziani dovranno rimborsare, con anche gli interessi, cioè i fondi pubblici egiziani sono stati spesi per finanziare i profitti dell’industria francese degli armamenti.

Gli accordi sugli armamenti hanno fatto del regime uno dei principali clienti dei fabbricanti di armi occidentali, cosa che lega effettivamente la sopravvivenza o la protezione del regime agli interessi dell’industria degli armamenti occidentali.

In breve, la trasformazione del regime in un grande importatore di armi ha due conseguenze principali sull’oppressione del popolo egiziano da parte del suo regime, e sulla futilità degli sforzi umanitari internazionali per democratizzare l’Egitto:

  • In primo luogo, il groviglio e la responsabilità dei paesi occidentali e delle loro industrie di armamenti, come principali fornitori di sorveglianza e di controllo delle masse, nella repressione delle proteste popolari.
  • In secondo luogo, il potenziale dei paesi occidentali nel condannare e nel trattare le violazioni dei diritti dell’uomo è così automaticamente eliminato.

Esiste un esempio molto triste e molto chiaro su questo, tra innumerevoli altri: l’Italia ha continuato a fornire delle armi al regime egiziano, anche dopo il dicembre 2018, quando si sono avuti dei sospetti che cinque membri delle forze di sicurezza egiziane fossero implicati nella tortura e nella morte dello studente italiano Giulio Regeni nel 2016. Questo sospetto ben fondato è stato corroborato con una domanda ufficiale del ministero pubblico italiano. Tuttavia, le vendite di armi all’Egitto sono triplicate nel 2019, e le vendite di armi previste tra l’Italia e l’Egitto per il 2020 aumentano a 11 miliardi di euro

Questo flusso continuo di armi provenienti dall’Italia ha incitato Human Rights Watch a richiedere la fine delle vendite di armi italiane all’Egitto, facendo temere che queste armi facilitassero il suo comportamento autoritario. I paesi occidentali, tra cui l’Italia, permettono al regime egiziano di praticare una dura repressione che non fa altro che rinforzare la polarità politica, ridurre le prospettive di democratizzazione e concentrare tutto lo Stato sotto il controllo delle forze di sicurezza.

La tolleranza della politica internazionale riguardo le condizioni non democratiche in Egitto si spiega anche con l’aumento degli investimenti stranieri diretti nel settore del petrolio e del gas egiziano. Il regime egiziano è attualmente il primo bersaglio degli investimenti stranieri diretti in Africa. Il valore di questi investimenti ha raggiunto i 9 miliardi di dollari nel 2019.  La maggior parte degli investimenti sono realizzati nel settore del petrolio e del gas, che ha ricevuto un forte impulso dopo la scoperta del giacimento di gas di Zohr nel 2015, il più grande dell’Egitto e del Mediterraneo.

Il giacimento di Zohr è gestito dall’impresa di Stato italiana ENI, insieme a BP (GB) e a Russneft (Russia). La quota della società Eni è del 50%. L'investimento totale di Eni in questo settore tra il 2015 e il 2018 s'innalza a 13 miliardi di dollari.  Questi investimenti stranieri in costante aumento nel settore del petrolio e del gas riflettono una deliberata politica del regime. Il 31 agosto il presidente Al-Sissi ha annunciato il suo sostegno all’espansione degli investimenti di Eni. Tenendo conto di questi investimenti, le imprese internazionali del settore energetico hanno un maggior interesse alla sopravvivenza del regime egiziano, cosicché gli investimenti di diversi miliardi sono legati alla continuità del regime.

Grazie a questa politica cosi’ calcolata, il regime diventa il principale beneficiario del trasferimento della ricchezza verso l’elite militare. Le classi medie e inferiori, i cittadini ordinari di questo Stato, sono lasciati da parte e non godono affatto di questi enormi flussi finanziari. L’elite militare accumula dei profitti grazie agli interessi sui prestiti, alle vendite di armi, alla corruzione nei mega progetti di infrastrutture – per la maggior parte inutili e dispendiosi – e alle rendite del petrolio e del gas, mentre il debito nazionale è finanziato dai contribuenti egiziani.

È dunque chiaro che le richieste umanitarie internazionali di democratizzazione si scontrano agli interessi finanziari internazionali che, a loro volta, grazie al loro abbondante sostegno, assicurano la sopravvivenza del regime di ingiustizia egiziano.

Ultimo commento

Oggi, 28 novembre 2020, due messaggi ci sorgono quasi simultaneamente:

DER SPIEGEL online : Croce federale del merito per servizi dubbiosi : l’ex ambasciatore egiziano ha ricevuto la più alta distinzione tedesca. Ma non rappresentava solo un regime repressivo, apparentemente una spia lavorava per lui nell’Ufficio Stampa federale…

- Il Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa (CCBE) assegna il suo Premio dei diritti ddell’uomo 2020 a sette avvocati egiziani che sono attualmente in prigione a durata indeterminata e senza regolare procedura....

Il fossato profondo tra l’Europa ufficiale e l’Europa umana è molto importante.

A questo punto, ogni altro commento risulta superfluo.

 





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Publication date of original article: 26/11/2020
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Tags: Regime Al SissiEgitto
 

 
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