TLAXCALA تلاكسكالا Τλαξκάλα Тлакскала la red internacional de traductores por la diversidad lingüística le réseau international des traducteurs pour la diversité linguistique the international network of translators for linguistic diversity الشبكة العالمية للمترجمين من اجل التنويع اللغوي das internationale Übersetzernetzwerk für sprachliche Vielfalt a rede internacional de tradutores pela diversidade linguística la rete internazionale di traduttori per la diversità linguistica la xarxa internacional dels traductors per a la diversitat lingüística översättarnas internationella nätverk för språklig mångfald شبکه بین المللی مترجمین خواهان حفظ تنوع گویش το διεθνής δίκτυο των μεταφραστών για τη γλωσσική ποικιλία международная сеть переводчиков языкового разнообразия Aẓeḍḍa n yemsuqqlen i lmend n uṭṭuqqet n yilsawen dilsel çeşitlilik için uluslararası çevirmen ağı

 28/11/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Il giornalismo e le “parole del potere”
Date of publication at Tlaxcala: 04/11/2020
Original: Journalism and ‘the words of power’
Translations available: Français  Português/Galego 

Il giornalismo e le “parole del potere”

Robert Fisk (1946-2020) روبرت فيسك

Translated by  Simona Defilippi

 

Il rapporto tra il potere e i media riguarda la semantica, ha detto Robert Fisk al Forum Al Jazeera nel 2010

Robert Fisk al Forum Al Jazeera 2010. Foto Mohamed Nanabhay

Nota della redazione di Al Jazeera: Robert Fisk, corrispondente per il Medio Oriente di The Independent, è morto venerdì 30 ottobre all'età di 74 anni. Nel corso della sua decennale carriera, ha coperto i principali eventi internazionali, tra cui la guerra civile libanese, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, la rivoluzione iraniana, l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, i conflitti nei Balcani e la primavera araba.

Come collaboratore abituale di Al Jazeera, il 23 maggio 2010 è intervenuto al quinto Forum annuale di Al Jazeera con un discorso in cui ha sostenuto che i giornalisti sono diventati prigionieri della lingua del potere.

 

Quello che intercorre tra il potere e i mezzi di comunicazione non è solo una relazione intima tra i giornalisti e i capi politici, tra gli editori e i presidenti. Non si tratta solo della relazione osmotico-parassitaria tra i presumibilmente onorevoli cronisti e il legame di potere che intercorre tra la Casa Bianca e il dipartimento di stato e il Pentagono, tra Downing Street e l’ufficio estero e il ministero della difesa. Nel contesto del mondo occidentale, la relazione tra il potere e i mezzi di comunicazione riguarda le parole e il loro utilizzo.

Riguarda la semantica.

Riguarda l’uso di frasi e preposizioni e la loro origine. Riguarda il cattivo uso della storia; riguarda l’ignoranza della storia.

Sempre di più oggi, noi giornalisti siamo diventati prigionieri del linguaggio del potere.

Questo succede perchè non ci interessiamo più della linguistica? Succede perché i computer portatili ‘correggono’ la nostra ortografia , ‘tagliano’ la nostra grammatica, in modo che le nostre frasi così spesso diventano identiche a quelle dei nostri capi di stato? E’ per q uesto che gli editoriali dei giornali suonano così spesso come discorsi politici?

Lasciatemi spiegare che cosa intendo.

Negli ultimi due decenni, i capi di stato di Stati Uniti e Gran Bretagna- e di Israele e Palestina – hanno usato le parole ‘processo di pace’ per definire gli accordi disperati, inadeguati, disonorevoli, che hanno permesso a Stati Uniti ed Israele di dominare qualunque frammento di terra fosse dato a persone occupate.

In un primo momento ho fatto un’inchiesta riguardo a questa espressione, e alla sua provenienza, ai tempi di Oslo – sebbene ci siamo dimenticati così facilmente che le rese segrete di Oslo erano esse stesse una cospirazione senza nessuna base legale. Povera vecchia Oslo, ci penso sempre! Che cosa ha fatto Oslo per meritare questo? E’ stato l’accordo della Casa Bianca che ha determinato questo assurdo e dubbioso trattato, nel quale i rifugiati, i confini, le colonie di Israele (persino gli orari) dovevano essere ritardati fino a non poter essere più negoziabili.

E come facilmente dimentichiamo il prato della Casa Bianca – sebbene si, ricordiamo le immagini – sul quale Clinton citò il Corano, e Arafat decise di dire: “ Grazie, grazie, grazie, Signor Presidente”. E come abbiamo chiamato queste sciocchezze dopo? Si, questo è stato un momento di storia! Lo è stato? E’ stato così?

Vi ricordate come la chiamava Arafat? “La pace dei coraggiosi”. Ma non ricordo nessuno di noi che abbia fatto presente che “

la pace dei coraggiosi” fosse stato usato in origine dal generale De Gaulle riguardo la fine della guerra d’Algeria. I francesi persero la guerra d’Algeria. Non abbiamo individuato questa straordinaria ironia.

Lo stesso di nuovo oggi. Noi giornalisti occidentali – usati di nuovo dai nostri padroni – abbiamo riportato che i nostri allegri generali in Afghanistan dicevano che la loro Guerra poteva essere vinta con una campagna di ‘cuori e menti’. Nessuno ha fatto la domanda ovvia: non è questa la stessa frase dai civili vietnamiti durante la Guerra del Vietnam? E noi, l’Occidente, non abbiamo perso la guerra in Vietnam?

Anche adesso noi giornalisti occidentali stiamo effettivamente usando – riguardo l’Afghanistan – la frase ‘cuori e menti’ nei nostri rapporti giornalistici, come se questa fosse una nuova definizione del dizionario invece che un simbolo di sconfitta per la seconda volta in quattro decadi, in alcuni casi usata dagli stessi soldati che hanno venduto queste sciocchezze – ad una più giovane età – in Vietnam.

Guardate solo le parole che abbiamo recentemente assunto dall’esercito statunitense.

Quando noi occidentali vediamo che i ‘nostri’ nemici – al-Qaeda, per esempio, o i Talebani – hanno fatto esplodere più bombe e organizzato più attacchi del solito, lo chiamiamo ‘un picco di violenza’. Ah si, un ‘piccco’!

Un ‘picco’ di violenza, signore e signori, è una parola usata per la prima volta, secondo i miei documenti, da un generale di brigata nella Green Zone di Baghdad nel 2004. Ancora oggi usiamo quella frase, la improvvisiamo, la trasmettiamo in onda come una nostra propria frase. Stiamo usando, in modo abbastanza letterale, un’espressione creata per noi dal Pentagono. Un picco, sicuramente, sale bruscamente in alto. Un ‘picco, quindi, evita l’uso sinistro delle parole ‘aumento di violenza’- visto che un aumento, signore e signori, potrebbe non scendere nuovamente in seguito.

Continua a leggere





Courtesy of Centro Studi Sereno Regis
Source: https://www.aljazeera.com/amp/news/2010/5/25/journalism-and-the-words-of-power
Publication date of original article: 25/05/2010
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=30007

 

Tags: Robert FiskGiornalismo e potereMediamenzognePolitica del Medio Oriente
 

 
Print this page
Print this page
Send this page
Send this page


 All Tlaxcala pages are protected under Copyleft.