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 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Rossana Rossanda: chi ero nel 68 e altre confessioni
Date of publication at Tlaxcala: 22/09/2020
Translations available: English 

Rossana Rossanda: chi ero nel 68 e altre confessioni

Simonetta Fiori

 

Rossana Rossanda è morta a Roma il 20 settembre, all’età di 96 anni. Riproponiamo una delle sue ultime interviste, pubblicata il 5 gennaio 2018 da Repubblica, in occasione dell’uscita del libro “Questo corpo che mi abita”-Tlaxcala

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Nel maggio di 50 anni fa arrivò a Parigi su una vecchia Giulia. E partecipò ad assemblee «commoventi». La madre nobile della sinistra fa il bilancio di un’esperienza politica. E mentre in un libro ripercorre la sua scoperta del femminismo, di sé racconta: «Sono sempre stata l’amica. Mai quella di cui ci si innamora»

PARIGI. Una confessione intima, sorprendente. Uscendo dalla casa parigina di Rossana Rossanda, grandi vetrate affacciate sulla corte interna verdeggiante d'un bel palazzo borghese sul Lungosenna, ci si chiede se tra cinquant'anni esisteranno più queste grandi madri capaci ogni volta di spiazzarti. Di andare un passo più in là. Su questioni intime che investono la femminilità, il sesso, l'amore, la desiderabilità erotica delle donne.

Il mistero del corpo e della morte. Seduta sull'odiata carrozzina resa invisibile dal flusso di parole, Rossanda va dritta al cuore dei problemi. La bella faccia contrassegnata da quel neo bizzarro ("l'ho sempre detestato, come il sigillo negativo in un racconto di Hawthorne..."), le lunghe mani affusolate che sono l'unica sua concessione alla vanità ("erano bellissime, sì, d'una bellezza un po' segreta, lo sai tu e non salta subito agli occhi"). Come capita nella vita di molte donne, anche la sua deve molto all'incontro con un'amica sideralmente lontana: Lea Melandri, maestra di sapienza femminista. "Ci siamo sbaruffate molto, ma è stata Lea a farmi scoprire la specificità del femminile".  

A distanza di svariati decenni, il volume Questo corpo che mi abita (Bollati Boringhieri) ripropone il ricchissimo scambio intercorso sulla rivista Lapis. E non poteva esserci occasione migliore per tagliare il nastro di un anniversario importante, il cinquantesimo della "più ridente" e "decisa" delle rivolte che riguarda anche chi allora non era nato. Perché "fu il Sessantotto a cambiare il senso delle relazioni, dando a tutti la parola". Nelle scuole, all'università. Nei giornali e nei posti di lavoro. E soprattutto in famiglia. E "se pure il movimento non è stato in grado di conservare, ha segnato una linea di confine". Anche nel rapporto tra donne e uomini.



Rossana Rossanda con Lucio Magri e Luigi Pintor nel 1969 (Romano Gentile/ A3/ Contrasto)

Nel suo libro autobiografico definisce il Sessantotto "una cesura storica". Ne è ancora convinta?
"No, esageravo. Sono d'accordo con Mario Tronti quando sostiene che il Sessantotto è stata una grande forza destituente ma non costituente. Ha rifiutato molte cose, ma non ha costruito una positività".

Nel senso che è rimasto poco?
"Niente direi. Certo, questa onda montante ci travolse e ci ha cambiati.  Il Sessantotto è la storia di adolescenti abbastanza grandi che seppero rompere un sistema di autorità: nell'accademia e anche a casa. I sessantottini dicevano no ai professori e anche a mamma e papà. Ma perché si possa parlare di una "conquista" dovrebbe esserci una nuova costruzione che però non vedo. Il riflusso successivo fu molto veloce".

Secondo una ricostruzione storica, nel "tutto e subito" di quegli anni è la radice dell'individualismo consumista dei successivi decenni.
"Sì, la componente individualista è innegabile: quando si rompono le regole fondamentali di condotta, si torna all'io. Questo segnava anche la differenza dai comunisti, che dell'io non si occupavano affatto. Oppure gli chiedevano gesti eroici".

E quindi rappresentò una novità anche per una comunista come lei?
"No. Culturalmente io provenivo dalla crisi della coscienza europea. Le mie letture dell'adolescenza erano stati Dostoevskij e Ibsen".

Lei ha raccontato il lungo viaggio verso Parigi su una vecchia Giulia, con Lucio Magri e Filippo Maone. La meta era il maggio francese.
"Sì. In realtà arrivammo con qualche giorno di ritardo, perdendo i giorni più caldi. La prima sera la passammo all'Odéon, commossi da quel prendere la parola da parte di tutti, da parte di gente che non l'aveva mai fatto e per la prima volta parlava di sé al mondo. Ogni cosa sembrava a portata di mano, anzi già conquistata. Il Sessantotto cambiò il senso delle relazioni".

Non c'era più gerarchia.
"Il più spossessato era amato dagli altri. Non so se durante la Rivoluzione francese si sia parlato così tanto, ma non credo. Poi tutto questo s'è perduto. La parola dell'umiliato e offeso oggi proprio non si sente".

Forse perché sommersa dal chiacchiericcio continuo.
"Comunque ha perso peso. Vorrei poi sfatare alcune leggende. Abbiamo l'abitudine di raccontare quella rivolta studentesca in relazione al Sessantanove operaio. E invece non fu così. I ragazzi rifiutavano l'autorità, ma l'autunno caldo fu davvero un'altra storia. Così come prevalse il disinteresse per quel che avveniva nell'Europa dell'Est".

A proposito di parola, lei confessa che durante le assemblee con gli studenti aveva timore di intervenire.
"Sì, io ho avuto sempre paura. Paura di non riuscire a esprimermi. Poi però quando comincia il ballo non mi tiro indietro".

Fu allora che cominciarono a cambiare i rapporti tra maschi e femmine?
"Qualcosa si mosse. Anche se nelle nostre riunioni al Manifesto gli uomini avevano immancabilmente una donna allacciata alle ginocchia. La strada da fare era ancora lunga: bisognava aspettare il femminismo, nel successivo decennio".

Le femministe le avrebbero rimproverato di essersi totalmente sacrificata al dominio maschile. Era vista come una specie di marziana.
"Direi meglio: venivo guardata come un uomo. Ero una donna che si muoveva in un terreno prettamente maschile. E che combatteva contro ciò che le sembrava ingiusto senza mai considerare gli uomini come nemici.  Ma per me la politica erano gli altri: una cosa come respirare, non certo una privazione! Tutto il mondo era roba mia. E quindi non consideravo prioritaria la mia appartenenza al sesso femminile".

Lei dice che l'essere donna è stata una scoperta tardiva.
"Avevo già cinquant'anni. È stato come per tante donne l'approdo di un percorso. Devo molto all'incontro con Lea [Melandri], perché prima mi consideravo essenzialmente una persona, ossia un essere quasi neutro. Dopo cominciai a farmi domande sulla specificità del femminile".

E cominciò a rivelare la parte più intima di sé, come l'amore.
"In nessun'altra relazione come nel rapporto d'amore si sente l'altro. E per questo non è una relazione facile. Nell'amore non ho mai cercato la fusione: mi ha sempre riempito di dolcezza il battito dell'altra persona. Le parole che ci si scambia. E proprio perché restiamo individui separati, si tratta di una scommessa ai limiti del fallimento. Bisogna amarsi moltissimo per perdonare all'altro la zona così diversa che non solo facciamo fatica a capire ma che sembra ergersi contro di noi, delegittimando il nostro sguardo d'amore. Lo pensavo allora, lo penso ancora oggi".

È stato così con K.S. Karol, per cinquant'anni suo compagno di vita e di battaglie?
"Sì, certo. Moltissime cose ci legavano, a cominciare dall'impegno politico. Ma Karol rappresentava il maschile, un mondo diversissimo da quello nostro".

Un mondo con cui lei però aveva dimestichezza.
"Ho avuto straordinarie amicizie maschili, ma sin da ragazza ho avvertito la tendenza che abbiano noi donne a non essere mai prime ma seconde. L'ideale è avere sopra di noi un uomo intelligente e simpatico di cui ci fidiamo. E io sono sempre stata una seconda".



Lucio Magri, Rosanna Rossanda, Eliseo Milani e Luciana Castellina nella redazione del Manifesto

Ne è sicura?
"Al Manifesto lo sono sempre stata. Nel gruppo politico ero seconda a Lucio Magri. E in redazione lo ero a Luigi Pintor. Una seconda non facile, avendo reso la vita difficile a entrambi. Con Lucio ho anche esagerato. Ed è per questo che non ho voluto lasciarlo da solo quando è andato in Svizzera a morire. Non è facile decidere di morire, mi creda. È stata una cosa orribile. Lucio stava vicinissimo a me quando ha ingoiato quel veleno. Avevamo trascorso gli ultimi cinque giorni insieme, sa quante cose passano nella testa di chi decide quel gesto? Passa un mondo intero. Oggi non lo rifarei più".

Lei è sempre stata la sorella maggiore.
"Questo sì, la sorella a cui confidare le pene d'amore. Sono sempre stata l'amica, mai la donna di cui ci si innamora".

Questo la feriva? Avrebbe voluto vivere la sua femminilità con maggiore esuberanza?
"Per niente. È andata benissimo così. Io per la verità non so neanche cosa sia la femminilità. Certo non ho passato la vita distruggendo cuori. E sentivo che neppure le altre donne mi consideravano donna fino in fondo, solo perché non mi piegavo al miagolio e ai loro riti seduttivi".

Ma lei la seduzione non l'ha mai esercitata?
"La seduzione è una cosa vergognosa".

Perché?
"Perché ci vedo un elemento subdolo, una sorta di potere poco limpido sull'altro. Bieco direi".

Ma quando ha incontrato Karol, lei avrà fatto in modo di rendersi interessante.
"Ma questa non è seduzione. Io mi riferivo a quell'indole femminile che tende a soggiogare un uomo indipendentemente dall'interesse reale verso quella persona".

Nello scambio con Lea Melandri lei ruppe un formidabile tabù. Disse che una donna è anzitutto vista. Uno specchio l'accompagna sempre. Ed è lo sguardo degli uomini sul suo corpo.
"Sì, temo che sia così ancora oggi. Ed è difficile liberarsene. Una donna è prima di tutto bella o brutta, bionda o bruna, gambe seni e fianchi. La donna è sempre soggetta a una domanda che sugli uomini non viene mai formulata. Siamo continuamente misurate e soppesate".

Questo sguardo l'ha avvertito anche su di sé?
"Naturalmente. E ho cercato di reagirvi in modi diversi. Da una parte indossando la corazza di una donna forte, dall'altra curando il mio aspetto fisico: era un modo anche questo per sentirmi più protetta".

Lei confessa di non essersi mai piaciuta.
"I modelli di bellezza all'epoca erano inarrivabili. Io mi sentivo inadeguata, grassa e goffa. Sarei voluta essere più elegante e sportiva, come Ava Gardner. Detestavo quel mio neo sulla faccia. Bizzarro, grande, mal piazzato.  E i mie capelli orribili, duri e lisci invece che ondeggianti e vaporosi.  Ed è la ragione per cui oggi non critico le donne che si rivolgono alla chirurgia estetica. Fossi stata più ricca, l'avrei fatto anche io".

Colpisce una definizione che lei dà di se stessa. "Mi hanno sempre vista come la Nike di Samotracia: protesa in avanti, con le ali rotte e senza testa. Una donna coraggiosa ma dal destino malinconico".
"Non sapevo di averlo scritto, e mi ci ritrovo abbastanza. Non credo però che mi pensassero senza testa. Direi il contrario".

Si riconosce nella malinconia?
"Sì, ho un temperamento malinconico che ho ereditato da mio padre. Durante la crisi del 1929 la mia famiglia perse tutto: mi ricordo quando vennero a casa per portarci via i tappeti e le sedie. Mio padre visse il fallimento con sensi di colpa. Questo pesa, e anche tanto".

Questa riflessione su di sé e sulla condizione femminile sarebbe stata possibile senza il Sessantotto?
"Forse no, ma non vorrei enfatizzarne l'importanza. Tenga conto che quando esplose la rivolta io ero già vecchia. Avevo 44 anni. E facevo una gran fatica a correre appresso agli studenti con le mie francesine con il tacco".

Nello scambio con Melandri lei confessa di voler sapere sempre tutto, anche il giorno della sua morte. E a proposito del corpo scrive: "Il giorno che mi manderà a dire "senti, sono stufo, ora basta", spero che mi lasci dire: d'accordo, grazie, mi sono molto divertita". Lo sottoscriverebbe anche oggi?
"Sì. Naturalmente si tratta di una provocazione perché nella malattia, nel mio stare costretta su una carrozzella, c'è ben poco divertimento. Ma è una maniera per dirgli: con me non ce l'hai fatta. Sono troppo prepotente per dartela vinta così facilmente".

 

Rossana Rossanda
Questo corpo che mi abita
A cura di
Maddalena Melandri
Bollati Boringhieri, 2018
ISBN 9788833929552
122 pagine
12€

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 





Courtesy of Repubblica
Source: https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2018/01/03/news/rossana_rossanda_chi_ero_nel_68_e_altre_confessioni-185739378/
Publication date of original article: 05/01/2018
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=29662

 

Tags: Rossana Rossandail manifestoComunismo e femminismoSinistra italianaEssere donnaMaggio 68Italietta
 

 
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