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EUROPE / Esther Benbassa: “Il mio sostegno della causa palestinese fa sì che non sono la persona più amata tra i francesi ebrei”
Date of publication at Tlaxcala: 17/07/2020
Original: ‘The fact I support the Palestinian cause means I’m not the most loved person among French Jews’: Estrher Benbassa
Translations available: Français 

Esther Benbassa: “Il mio sostegno della causa palestinese fa sì che non sono la persona più amata tra i francesi ebrei”

Nicolas Rouger

Translated by  Frammenti vocali in MO: Israele e Palestina
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

Esther Benbassa, storica ebrea diventata politica, non ha mai avuto paura di dire quello che pensava, che si trattasse dell'ambiente, dell'antisemitismo o di Israele. Le linee rosse sono importanti per questa senatrice dei Verdi francesi



Esther Benbassa : “È vergognoso vivere in un paese  dove la gente ha fame. E quando non hai cibo, non pensi al riciclaggio”. Foto Antonin Ménage

Esther Benbassa, 70 anni, ha buone ragioni per festeggiare. Il suo piccolo partito storicamente diviso ha segnato una straordinaria vittoria alle elezioni locali del mese scorso in alcune grandi città francesi:  Lione, Bordeaux, Strasburgo. Parigi e Marsiglia, invece, sono state vinte da socialisti con un'agenda verde.

Nonostante il successo del suo partito - che prima controllava solo la città alpina di Grenoble - cerca di rimanere realista. Oppure, come dice in un'intervista telefonica con Haaretz, “Sono una pessimista attiva”.

Un giornalista del sito francese Mediapart ha sentito la settantenne Benbassa avvertire i suoi estasiati colleghi mentre festeggiavano in un bar alla moda parigino che i nuovi sindaci “avranno il loro bel da fare”. Le elezioni sono state segnate da un'astensione record: quasi due terzi degli elettori hanno scelto di non andare alle urne.

Istintivamente ribelle, nota per aver parlato contro la discriminazione e per i diritti delle minoranze, Benbassa, nata a Istanbul,  cittadina  israeliana e famosa storica del popolo ebraico, è stata negli ultimi dieci anni stata una portabandiera del tipo di politica verde radicale che potrebbe ancora dimostrare la rinascita della sinistra moribonda francese.

“Quando dicevo che non può esserci ambientalismo senza giustizia sociale, mi prendevano in giro”,  dice Benbassa, in una intervista telefonica con Haaretz. “Il futuro è verde, ma anche sociale - perché è vergognoso vivere in un paese  dove la gente ha fame. E quando non hai cibo, non pensi al riciclaggio”, aggiunge.

Lei è convinta che dobbiamo passare a ciò che lei chiama ambientalismo popolare. “I verdi non possono essere solo il 20 percento della popolazione, rappresentati da coloro che mangiano biologico e hanno lasciato Parigi per le loro residenze secondarie quando è iniziata la quarantena. Vinciamo quando distribuiamo alimenti biologici alle persone nelle case popolari”.

Nata  in Turchia nel 1950 in una famiglia di ebrei sefarditi della classe media dei Balcani, Benbassa fu sempre incoraggiato a guardare a ovest. Suo padre francofilo si assicurò che imparasse il francese all'età di 5 anni e, quando la famiglia si trasferì in Israele nel 1965   fu iscritta a  un sistema scolastico francese.

Dopo essersi laureata con lode all'Università di Tel Aviv in letteratura e filosofia francese, nei primi anni '70, le fu data l'opportunità di studiare all'estero: tra Francia e USA alla fine scelse quella che era sempre stata una sorta di terza patria.



Esther Benbassa partecipando a una manifestazione a Parigi. Foto Antonin Ménage

Facendosi strada nel  mondo accademico, tradizionalmente nativista e  sciovinista della Francia, divenne la prima donna a occupare la prestigiosa cattedra di storia ebraica moderna alla Sorbona. Conosciuta tra gli studiosi per il suo lavoro sulla storia degli ebrei sefarditi e francesi, ha anche scritto diversi libri prestigiosi con il suo partner - scrittore, giornalista e professore del pensiero ebraico medievale Jean-Christophe Attias - sull'identità ebraica, il dialogo ebraico-musulmano e il posto di Israele nella psiche ebraica.

Recentemente ha scritto sulla discriminazione in Francia, sul sessismo nella politica francese e sulla necessità di rimanere positivi e tolleranti di fronte agli attacchi islamici radicali che hanno scosso la Francia nel 2015. L'ultimo libro , “Nous et les animaux (Noi e gli animali)” , è stato pubblicato il mese scorso ed è una raccolta da lei diretta di saggi che ripercorrono il nostro modo di vivere  con gli animali.

 Il suo pluripremiato libro del 2007 “La sofferenza come identità” [Ombre corte, 2009] sostiene che “il Novecento ha dato origine a una storiografia ebraica di “lacrimazione”, oscurando gli aspetti fondamentalmente positivi e attivi dell'ebraismo”. Denuncia “la narrazione dell'Olocausto nello Stato di Israele come una forma di religione civile”.

Richard Prasquier, l'allora presidente dell'organizzazione ombrello degli ebrei francesi, il CRIF, ha definito il libro “discriminatorio” in un'intervista del 2007. “Questo non è il tipo di odio per se stessi che vediamo in alcuni ebrei, ma non è molto distante”, ha dichiarato alla rivista francese L'Express.

E poi ci sono le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese, come si evince dal suo breve libro del 2009 “Essere ebrei dopo Gaza”, dove denuncia introspettivamente la sacralizzazione dello Stato di Israele da parte degli ebrei della diaspora.

Il fatto che io sostenga la causa palestinese significa che non sono la persona più amata tra gli ebrei francesi, ma non sono una radicale. Sono molto legata a Israele, vado in Israele regolarmente, la mia famiglia è sepolta lì. Il mio sostegno alla Palestina è il sostegno di un umanista, di qualcuno che vuole la pace.”

 Con tre nazionalità e un profondo amore per tutte le sue identità, questa “Juive du monde” (“ebrea del mondo”) , è forse ciò che irrita di più l'estrema destra in Francia, con la sua  sempre più forte avversione per il multiculturalismo favorevole ai migranti .

Lei stessa ha partecipato a una manifestazione a Parigi contro la brutalità della polizia il mese scorso, durante la quale alcune persone sono state sentite gridare insulti antisemiti. Benbassa nota che è stata  l'estrema destra a lanciare per prima il video  e probabilmente si poneva un obiettivo da raggiungere  in “agenda”.

Tuttavia  non appena ha visto il filmato, "ho chiesto agli organizzatori di condannarlo. Anche se fosse stato l'atto di una persona, era una persona di troppo. Sono intransigente su queste cose. È uscito un altro video  quello di Assa Traoré [una degli organizzatori e la sorella di Adama Traoré, morto in custodia di gendarmeria nel 2016], che dice alla folla: “Siamo tutti cristiani, siamo tutti ebrei, siamo tutti musulmani”. Quando l'ho twittato, ho scritto: “L'antirazzismo è indivisibile, proprio come la Repubblica francese”.

 

Esther Benbassa a una manifestazione dei Gilet gialli a Parigi. Foto Jean-Christophe Attias

Va bene, ma non è la prima volta che questo accade in occasione di manifestazioni in Francia. Ci sono stati altri casi di antisemitismo durante le dimostrazioni di Gilet gialli, per esempio.

“ Quello che è successo a [Alain] Finkielkraut è spaventoso”.  Si riferisce  al filosofo ebreo che è stato attaccato dai Gilet gialli a Parigi nel febbraio 2019 e definito “sporca merda sionista”.

“Ma questo episodio non rappresenta i Gilet gialli. Ci sono stati pochissimi incidenti, durante queste o altre proteste. Senti, sono un idolo per i Gilet gialli. Mi rispettano. Sanno che se qualcosa che dicono è fuori posto, farei un gran casino.”

Tuttavia, i numeri mostrano che l'antisemitismo è in aumento in Francia . A cosa pensi sia dovuto?

“Penso che negli ultimi anni le lingue si siano sciolte. Tutti i tipi di razzismo sono in aumento [qui]. Dicono “Arabi sporchi”; comparano i neri con le scimmie. E sì, anche gli ebrei ne soffrono, ovviamente. Prima gli antisemiti si nascondevano; ora gridano dai tetti.

Anche gli ebrei in Francia pagano il prezzo per il continuo conflitto in Medio Oriente. Alcuni ebrei vivono nella paura, di sicuro. La classe media ebraica si è trasferita in quartieri più ricchi e ha lasciato i sobborghi [storicamente più poveri e misti] perché non si sentiva più a proprio agio lì. Questa è una realtà.

La mia posizione è che il problema maggiore che abbiamo con il razzismo in Francia è sistemico. Un uomo che sembra arabo ha otto volte più probabilità di essere fermato dalla polizia. Questo non è il caso degli ebrei, grazie a Dio, ma conosciamo la polizia in Francia. Sappiamo cosa ha fatto, come istituzione, durante la seconda guerra mondiale”.

 Benbassa racconta di essere apparsa in un popolare programma televisivo di recente insieme al politico di estrema destra Julien Odoul. “Ha definito la mia politica come “anti-Francia”. Quella espressione fu coniata negli anni '30 per parlare specificamente di ebrei!  Sottovalutiamo l'antisemitismo di destra perché i politici si trattengono. Non dovremmo sottovalutare ciò, perché è una corrente silenziosa, ma pronta a traboccare”.

Pensi che ci sia un legame tra le proteste contro la brutalità della polizia e i dibattiti sull'erosione della democrazia innescata dalle scelte del governo sul coronavirus , in Francia come in Israele?

“Ovviamente. Sin dagli attacchi terroristici del 2015 e dal governo dell'allora presidente François Hollande, la Francia è diventata dipendente dallo stato di emergenza. Ora, [il presidente Emmanuel Macron] vuole prolungare l'emergenza del coronavirus, perché sta cercando di fare approvare importanti riforme e ha paura di ciò che potrebbe accadere nelle strade. Macron guida un governo instabile e impopolare, quindi usa lo stato di emergenza e  di repressione come stampella.

Lo stato di emergenza erode il processo democratico. Questo virus potrebbe durare per anni! Il pericolo è l'imposizione a lungo termine di una visione dello stato come protettore supremo. Nell'Israele del Likud, temo che ciò potrebbe significare che gli israeliani diventano solo più obbedienti e i palestinesi più poveri, meno protetti, soprattutto perché ci si può aspettare poco da Hamas e dall'Autorità palestinese , che sono essi stessi regimi autoritari”.

Quale potrebbe essere l'impatto politico del coronavirus?

“È misto. Sono una pessimista attiva: continuo a combattere, ma le crisi uccidono il pensiero progressista, uccidono le minoranze e uccidono l'iniziativa. In Francia abbiamo assistito a una depoliticizzazione del dibattito. Ciò è interessante, ma significa anche che il movimento di protesta è fuori controllo, per sua stessa natura. Non ho mai visto manifestazioni come quelle che abbiamo avuto in Francia di recente: 25.000 persone in piazza contro la brutalità della polizia in un solo giorno. Non conosco un partito politico oggi in grado di riunire anche 10.000 persone.

 Forse le persone si muovono verso uno stile di vita più attento all'ambiente, visto che il coronavirus ha aperto i loro occhi?

Non credo che il coronavirus cambierà molto le abitudini in Israele o in Europa. Dopo l'influenza spagnola abbiamo avuto i ruggenti anni Venti: la gente voleva vivere, divertirsi, consumare. Perché questa volta dovrebbe essere diverso? La recessione economica è particolarmente dannosa per l'ambiente. Il concentrarsi sul rilancio dell'economia incoraggerà solo le tendenze produttiviste. Il governo vorrà investire nell'industria piuttosto che in una transizione ecologica”.

A differenza dell'Europa, oggi in Israele c'è ben poca politica verde

“C'è qualcosa di paradossale in Israele: alcuni israeliani sono andati in India e in Estremo Oriente, mangiano biologico, vanno in bicicletta, ma  un'intera fascia della popolazione non è stata educata alla consapevolezza  dell'ambiente. La  protezione della natura è un tema israeliano formativo, parte integrante del progetto sionista, - le lunghe gite che ci facevano fare quando ero giovane, il fascino per le riserve naturali... - ma  non è mai stata trasformata  in una vera politica ambientale.

Israele deve allontanarsi dal suo modello distruttivo e produttivista. La grande mitologia israeliana di uomini e donne forti, giovani e abbronzati che lavorano la terra in modo efficiente ed ecologico si è completamente trasformata; il rispetto per la terra è stato sostituito da una versione industrializzata della felicità”.

Pensi che il tuo marchio di ambientalismo con giustizia sociale possa svolgere un ruolo  nel conflitto israelo-palestinese, specialmente quando la regione è alle prese con l'emergenza climatica?

“L'ambiente trarrebbe grandi benefici da una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Consentirebbe ai palestinesi di gestire le proprie risorse, come l'acqua, e impedirebbe a Israele di nascondere i peggiori abusi del suo sistema industriale , come la spazzatura,  attualmente scaricata in Cisgiordania.

Credo che il processo di pace dovrebbe essere ispirato da una visione locale tradizionale della gestione del territorio, che è ancora viva in alcune parti della Palestina”.

Pensi che l'annessione [di parti della Cisgiordania da parte di Israele] sia un momento storico per il popolo ebraico?

“Non la vedo così. Credo nella soluzione a due stati. Come storica, non sono a favore dello stato binazionale, fallito negli anni '30, e non credo che lo spirito di cooperazione tra israeliani e palestinesi sia cresciuto da allora.

Potremmo usare questa crisi per andare avanti e trovare soluzioni. Non solo una soluzione, ma più soluzioni. La storia mostra che gli ebrei hanno sempre perso quando la mentalità è diventata ristretta, che la cultura ebraica è sempre stata meno produttiva quando gli ebrei volgono lo sguardo verso l'interno e non  verso l'esterno. Dovremmo andare verso l'apertura mentale.

“Chi se ne frega della Giudea e di Samaria?” chiede, riferendosi alla Cisgiordania. “Che differenza fa per un giovane che avvia una start-up? Prendere il controllo di questa terra non è storia, è mitologia”.

 E la diaspora?

“L'annessione creerà un ripiego identitario. La diaspora vede Israele come modello. La creazione di Israele ha illuminato le persone, ha dato loro un senso di sicurezza. È comprensibile. La comunità ebraica in Francia è ancora più conservatrice del più impegnato dei Likudnik. Gli ebrei francesi si aspettano tutto da Israele. È una relazione ombelicale.”





Courtesy of Frammenti vocali/Tlaxcala
Source: https://www.haaretz.com/world-news/europe/.premium-i-m-not-the-most-loved-person-among-french-jews-1.8997511
Publication date of original article: 17/07/2020
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=29340

 

Tags: Esther BenbassaVerdi francesiEbrei non-sionistiStoria ebreaPalestina/Israele
 

 
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