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 04/08/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / La città al tempo della pestilenza
Date of publication at Tlaxcala: 02/05/2020
Original: The city in a time of plague
Translations available: Français  Español 

La città al tempo della pestilenza

Pepe Escobar Пепе Эскобар پپه اِسکوبار

Translated by  Markus

 

La città colpita dalla peste, pervasa da gerarchie, sorveglianza, osservazione, decreti; la città immobilizzata dalla macchina di un onnipresente potere che si applica in modo distinto a tutti i singoli individui, questa è l’utopia della città perfettamente governata.
– Michel Foucault, Sorvegliare e punire

In previsione del declino e della caduta dell’Impero Americano, si è acceso un importante dibattito accademico sull’ipotesi di lavoro dello storico Kyle Harper, secondo cui erano stati virus e pandemie, in particolare la peste di Giustiniano del 6° secolo, a determinare la fine dell’Impero Romano.

Beh, la storia ci insegna che, in realtà, le epidemie sono più momenti rivelatori che eventi trasformatorei della società.

Patrick Boucheron, storico di fama e docente presso il famoso College de France, offre una prospettiva molto interessante. Per inciso, prima che arrivasse il Covid-19, stava per iniziare un seminario sulla peste medievale, conosciuta come la Morte Nera.

Il punto di vista di Boucheron sul Decameron del Boccaccio, scritto nel 1350 e dove si narra di giovani aristocratici fiorentini fuggiti nelle campagna toscana che [passano il tempo] raccontandosi storie a vicenda, si concentra su una caratteristica della peste, quella che la rende un “orribile inizio,” in grado di distruggere i legami sociali, dare vita ad un panico mortale e precipitare tutti nell’anomia.

Traccia poi un parallelo storico con Tucidide, che aveva scritto della peste di Atene nell’estate del 430 a.C. Al limite, potremmo anche dire che la letteratura occidentale, in realtà, era iniziata con un’epidemia, descritta nel primo canto dell’Iliade di Omero.

Il racconto della Grande Peste fatto da Tucidide, in realtà si trattava di febbre tifoide, è anche un tour de force letterario. Nella nostra attuale condizione è anche più rilevante della controversia sulla “trappola di Tucidide,” perché è inutile confrontare il contesto dell’antica Atene con l’attuale guerra ibrida USA-Cina.

Sia Socrate che Tucidide, per inciso, erano sopravvissuti all’epidemia. Erano robusti e avevano acquisito l’immunità dalla loro precedente esposizione al tifo. Pericle, il primo cittadino di Atene, non era stato così fortunato: era morto a 66 anni, vittima della peste.

La città nella paura

Boucheron ha scritto un libro molto interessante, Conjurer la Peur (Scongiurare la paura), dove racconta la storia di Siena pochi anni prima della Morte Nera del 1338. Questa è la Siena raffigurata da Ambrogio Lorenzetti sulle pareti del Palazzo Pubblico, uno dei più spettacolari affreschi allegorici della storia.



Allegoria del Cattivo Governo, di Ambrogio Lorenzetti, Palazzo Pubblico, Siena

Nel suo libro, Boucheron descrive la paura politica prima che venisse fagocitata dalla paura biologica. Nulla potrebbe essere più contemporaneo.

Nell’allegoria di Lorenzetti del cattivo governo, la corte della cattiva giustizia è presieduta da un demonio che regge un calice avvelenato (oggi sarebbe il “veleno con la corona,” o coronavirus). Gli occhi del diavolo sono incrociati e uno dei suoi piedi è posato sopra le corna di una capra. Fluttuanti sopra la sua testa troviamo [tre dei sette vizi capitali] l’Avarizia, l’Orgoglio e la Vanagloria (paragonateli ai “leader” politici contemporanei). Guerra, tradimento e furia siedono alla sua sinistra (il Deep State statunitense?) mentre discordia, frode e crudeltà sono alla sua destra (la finanza da casinò del capitalismo?). La giustizia è legata e la sua bilancia giace a terra. Sembra l’allegoria della “comunità internazionale.”

Boucheron presta particolare attenzione alla città dipinta da Lorenzetti. Questa è la città in guerra, l’opposto della città armoniosa dell’Allegoria del Buon Governo. Il punto cruciale è che questa è una città spopolata, proprio come le nostre città attualmente in quarantena. Si vedono in giro solo uomini armati e, come dice Boucheron: “Immaginiamo che, dietro le mura, la gente stia morendo.” Questa immagine oggi non è cambiata, strade deserte, molti anziani che muoiono in silenzio nelle loro case.

Boucheron crea quindi un sorprendente collegamento con il frontespizio del Leviatano di Hobbes, pubblicato nel 1651: “Anche qui c’è una città spopolata da un’epidemia. Lo sappiamo perché ai bordi dell’immagine vediamo due sagome con becchi d’uccello, che rappresentano i dottori della peste,” mentre gli abitanti della città sono stati risucchiati verso l’alto, gonfiando a dismisura la figura del mostro statale del Leviatano, fiducioso della paura che incute.

La conclusione di Boucheron è che lo stato è sempre in grado di ottenere dalla popolazione sottomissione ed obbedienza totale. “La cosa complicata è che, anche se tutto ciò che diciamo sulla società della sorveglianza è spaventoso e vero, lo stato ottiene questa obbedienza in nome della sua funzione più indiscussa, che è quella di proteggere la popolazione dal pericolo della morte. Questo è ciò che molti studi seri definiscono ‘biolegittimità’.”

E, aggiungerei oggi, una biolegittimità potenziata da una diffusa e volontaria servitù.

L’età dell’afefobia

Michel Foucault è stato probabilmente il primo cartografo moderno della società di sorveglianza derivata dal panottico.

Poi abbiamo avuto Gilles Deleuze. Nel 1978, Foucault aveva dichiarato che “forse, un giorno, questo secolo sarà chiamato il secolo deleuziano.”

Beh, Deleuze, in realtà, appartiene più al 21° che al 20° secolo. È andato più lontano di chiunque altro nello studiare le società di controllo, dove il controllo non viene dal centro o dall’alto ma scorre attraverso la micro-vigilanza, attivando in tutti persino il desiderio di essere disciplinati e monitorati: ancora una volta, la servitù volontaria.

Judith Butler, parlando della straordinaria opera Necropolitics del filosofo sociale sudafricano Achille Mbembe, aveva osservato come egli “riprenda da dove si era interrotto Foucault, seguendo la letale vita ultraterrena del potere sovrano mentre sottopone intere popolazioni a quella che Fanon chiamava ‘la zona del non-essere’.

Quindi, gran parte del dibattito intellettuale che ci attende, rifacendosi a Fanon, Foucault, Deleuze, Mbembe ed altri, dovrà necessariamente concentrarsi sulla biopolitica e sul diffuso stato di eccezione, che, come ha dimostrato Giorgio Agamben facendo riferimento al Planet Lockdown, è ora completamente normalizzato.

Non possiamo nemmeno iniziare ad immaginare le conseguenze della rottura antropologica causata dal Covid-19. I sociologi, da parte loro, stanno già discutendo di come il “distanziamento sociale” sia un’astrazione, definita e vissuta in termini alquanto diseguali. Stanno discutendo i motivi per cui chi detiene veramente il potere abbia scelto un termine militare (“blocco“) invece di forme di mobilitazione guidate da un progetto collettivo.

E questo ci condurrà a studi più approfonditi sull’era dell’afefobia, la nostra attuale condizione di diffusa paura del contatto fisico. Gli storici proveranno ad analizzarla, insieme all’evoluzione delle le fobie sociali nel corso dei secoli.

Non c’è dubbio che l’esaustiva mappatura di Foucault debba essere intesa come un’analisi storica delle diverse tecniche utilizzate dai poteri forti per gestire la vita e la morte dei popoli. Tra gli anni cruciali 1975 e 1976, quando aveva pubblicato Sorvegliare e punire (citato all’inizio dell’articolo) e il primo volume della Storia della sessualità, Foucault, basandosi sul concetto di “biopolitica,” aveva descritto il passaggio da una “società sovrana” ad una “società disciplinare.”

La sua principale conclusione era stata che le tecniche di governo biopolitico si estendono ben oltre la sfera legale e punitiva ed ora sono ovunque, persino all’interno dei nostri stessi corpi.

Il Covid-19 ci mette di fronte ad un enorme paradosso biopolitico. Quando l’ordine costituito si comporta come se ci stesse proteggendo da una malattia pericolosa, [in realtà] ci condiziona alla sua definizione di comunità, basata sull’immunità.

Allo stesso tempo, può decidere di sacrificare una parte della comunità (le persone anziane che vengono lasciate morire, le vittime della crisi economica) a beneficio della propria idea di sovranità.

Lo stato di eccezione, a cui sono soggette molte parti del mondo, rappresenta ora la normalizzazione di questo paradosso insopportabile.

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Zona rossa, di Marco de Angelis

Arresti domiciliari

Quindi, come vedrebbe Foucault il Covid-19? Direbbe che questa epidemia radicalizza le tecniche biopolitiche applicate ad un territorio nazionale e le iscrive in un’anatomia politica indirizzata al singolo individuo. È in questo modo che un’epidemia fa sì che si estendano a tutta la popolazione quelle misure politiche di “immunizzazione” che, in precedenza, si applicavano solo, e in modo violento, a coloro che venivano considerati “alieni,” dentro e fuori il territorio sovrano nazionale.

È irrilevante se il Sars-Covid-2 sia di origine organica, un’arma biologica, o se, quasi fosse una teoria della cospirazione della CIA, faccia parte di un piano di dominazione mondiale. Quello che sta accadendo nella vita reale è che il virus riproduce, materializza, estende ed intensifica, su centinaia di milioni di persone, quelle forme dominanti di gestione biopolitica e necropolitica che erano già in atto. Il virus è il nostro specchio. Siamo ciò che dice l’epidemia e come decidiamo di affrontarla.

E sotto una tale, estrema turbolenza, come è stato osservato dal filosofo Paul Preciado, finiamo per raggiungere una nuova frontiera necropolitica, specialmente in Occidente.

Il nuovo territorio della politica di frontiera, che l’Occidente ha testato per anni sull’”Altro,” neri, musulmani, poveri, ora inizia a casa propria. È come se Lesbo, l’isola chiave per l’ingresso nel Mediterraneo Orientale dei rifugiati provenienti dalla Turchia, fosse ora sulla porta di ogni singolo appartamento in Occidente.

Con il pervasivo distanziamento sociale in atto, il nuovo confine è la propria pelle. Migranti e rifugiati erano precedentemente considerati virus e meritavano solo isolamento e immobilizzazione. Ora però queste politiche vengono applicate ad intere popolazioni. I centri di detenzione, sale di attesa perpetue che aboliscono i diritti umani e la cittadinanza, sono ora all’interno della propria casa.

Non sorprende che l’Occidente liberale sia piombato in uno stato di stupore e soggezione.

http://tlaxcala-int.org/upload/graphistes/g_3560.jpg

Jorge Alaminos, Tlaxcala

 

 





Courtesy of ComeDonChisciotte
Source: https://asiatimes.com/2020/04/the-city-in-a-time-of-plague/
Publication date of original article: 17/04/2020
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=28838

 

Tags: Crisi del coronavirusSorveglianza di massaSorvegliare e punireBiopoliticaBiopotereBioipermediaArresti domiciliari
 

 
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