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 20/09/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ABYA YALA 
ABYA YALA / 2020: “Non si tratta più di vincere elezioni, bensì di costruire una nuova storia dal basso”
Intervista ad Alberto Acosta, Ecuador
Date of publication at Tlaxcala: 23/01/2020
Original: 2020: “Não se trata mais de ganhar eleições, mas construir uma nova história a partir de baixo”
Entrevista com Alberto Acosta, Equador

Translations available: Español 

2020: “Non si tratta più di vincere elezioni, bensì di costruire una nuova storia dal basso”
Intervista ad Alberto Acosta, Ecuador

Gabriel Brito

Translated by  Francesco Giannatiempo
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

È uno dei politici più tenaci dei governi di sinistra che hanno diretto paesi latinoamericani, in particolare per i loro metodi di sviluppo economico. Allo stesso tempo, spiega dove si sia prodotta la breccia per il ritorno della destra. È stato uno dei principali costruttori del movimento Alianza País che ha portato Rafael Correa alla presidenza dell’Ecuador, è stato ministro dell'Energia e delle Miniere, poi ha esercitato la carica di presidente dell’Assemblea Costituente promulgatrice di una nuova Costituzione. Ha vissuto dall’interno il processo di burocratizzazione e destituzione dei movimenti sociali, promosso dalle sinistre egemoniche del continente. Avendo rotto con Correa, è stato nel 2013 candidato alla presidenziale per l'Unità plurinazionale delle sinistre. Pur non illudendosi, Alberto Acosta è entusiasmato dalle recenti sollevazioni popolari che, secondo lui, rafforzano il fatto che sono tutta una socialità e un modello economico che si sono esauriti. Economista e autore di vari libri, avverte dello spettro della militarizzazione in tutto il continente e fornisce alcuni elementi che considera fondamentali per costruire un nuovo movimento politico positivo per le masse.

 

- Correio da Cidadania: La cosiddetta fine del ciclo dei governi progressisti è stata seguita del ritorno delle destre e, in alcuni casi come in Brasile, la più reazionaria e virulenta dalla fine della dittatura militare. Come spiega questa dinamica e quali aspettative generali possiamo immaginare per il 2020?

-Alberto Acosta: Per comprendere ciò che sta accadendo in questo momento in America Latina, specialmente in paesi dove la destra ha rimpiazzato - talora in modo incredibilmente rapido -, i governi progressisti come nel caso del Brasile e della Bolivia, si necessitano delle domande complementari: perché questi processi sono sprofondati così presto? Come si spiega l’ascesa di un’ultradestra che ormai ha smesso di occultare o di nascondere le sue proposte autoritarie, conservatrici e pure neoliberiste, con le sue prediche omofobiche e razziste?

Al di là delle indiscutibili azioni destabilizzatrici dell’Impero, che si sommano all’influenza del “cristo-neofascista internazionale” secondo le parole del teologo spagnolo Juan José Tamayo, qualcosa non ha funzionato nell’America Latina progressista degli anni passati. Si è parlato molto della rivoluzione e del socialismo, includendo la democrazia. Lungi dal voler esaurire il tema, è evidente che i governi progressisti non sono riusciti a democratizzare le proprie società e in alcuni casi hanno persino polverizzato l’istituzionalità politica che si proponevano di cambiare attraverso processi costituenti, come in Venezuela ed Ecuador.

La corruzione è stata presente in modo scandaloso in tutta la regione, incluso in questi governi. E il desiderio di mantenersi al potere ha contribuito alla configurazione di regimi politico-militari e autoritari che, per reggersi, in alcuni casi hanno finito per coincidere con le forze conservatrici e la destra corrotta, così come è accaduto in Brasile nelle alleanze del PT [Partido dos Trabalhadores; Partito dei Lavoratori] con il PMDB [Movimento Democrático Brasileiro, cattolico, centrista, social-liberale, NdT].

Ma c’è di più. I governi progressisti non hanno cercato di superare le strutture tradizionali delle loro economie primarie di esportazione; tutt’altro, le hanno approfondite di più: l’estrattivismo è stata la fonte d’ingresso per sostenere gli schemi neo-desarrollistas [nuovi seguaci del desarrollismo]1; ed espandere le politiche sociali in una cornice di crescente consumismo finanziato finché è durato il ciclo dell’alto costo delle materie prime.

Insomma, il finanziamento di queste economie ancora una volta poggiava sulle esportazioni dei prodotti primari e sull’attrazione degli investimenti stranieri accettando un inserimento subordinato nel commercio mondiale, e di passaggio quanto praticamente, un’azione limitata da parte dello Stato; l’espansione dell’estrattivismo è giunto per mano delle chiare tendenze deindustrializzatrici e di un aumento della fragilità finanziaria. Che, come ben sappiamo, hanno consolidato uno stato che, non solo è redditiere, ma ha delle pratiche imprenditoriali redditieri, schemi che vanno accompagnati da relazioni sociali clientelari e governi autoritari. Il succo è: più estrattivismo meno democrazia, indipendentemente se si tratti di governi neoliberisti puri o progressisti.

A completare questo scenario, coni governi progressisti, la logica di accumulazione del capitale non è stata colpita: malgrado abbiano ridotto la povertà finché esistevano risorse per sostenere le politiche sociali – e il consumismo – la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli crescenti (tendenze registrate anche nei paesi di governi neoliberisti).

Come evidenziato con Eduardo Gudynas nella ricerca delle cause per comprendere la sconfitta del PT in Brasile e le conseguenze del trionfo di Bolsonaro per la regione, e fintanto che è durato il lungo ciclo degli alti costi delle materie prime, tutto ciò spiega perché il neo-desarrollo sia stato appoggiato sia dai settori popolari che dall’élite imprenditoriale; Lula da Silva è stato applaudito per diverse ragioni sia nei quartieri poveri che al Forum Economico di Davos.

In pratica, uno dei dispostivi che il capitalismo possiede per costruire l’egemonia è la sua capacità – specialmente durante il picco del proprio ciclo – di ridurre la disuguaglianza tra i lavoratori senza toccare la disuguaglianza tra questi e le classi dominanti; secondo le parole del grande economista peruviano Jürgen Schuldt, tale capacità è riconosciuta come l’ipotesi della “bocca del caimano”: una bocca composta da una mandibola superiore che riflette la alta disuguaglianza della ricchezza ed è rigida (quasi strutturale) e si muove solamente davanti a cambiamenti ugualmente strutturali nelle relazioni di proprietà di tale ricchezza; e una mandibola inferiore che raccoglie la mutevole disuguaglianza dei redditi e che diminuisce grazie all’ampiezza delle fasi di picco (il “caimano capitalista” lascia la presa quando ha molto da mangiare) e aumenta a causa della scarsezza nelle fasi di crisi ( il “caimano” serra la sua presa); tutto ciò nel mezzo di un ciclo capitalista che diventa più volatile e instabile in società estrattiviste come quelle latinoamericane.

Al contempo, il desarrollismo progressista, insediato in profonde radici coloniali e su basi estrattiviste sempre maggiori, si è fondato su controlli crescenti e severi a danno della mobilitazione urbana, sulla criminalizzazione di coloro che si opponevano all’espansione dell’estrattivismo così come alla flessibilizzazione delle norme ambientali e lavorative al fine di attirare gli investimenti. Tutto ciò ha debilitato la base delle forze sociali capaci di attuare trasformazioni, aprendo il cammino per la nascita dell’attuale restaurazione conservatrice la quale, in realtà, è iniziata proprio sotto i governi progressisti – basti ricordare come il correismo2 in Ecuador si sia opposto all’introduzione della possibilità legale di ricorrere all’aborto a seguito di uno stupro.

Quindi conveniamo che i progressisti, sorti da matrici di sinistra, alla fine hanno semplicemente amministrato governi che, in sostanza, cercavano di modernizzare il capitalismo.


Carlos Latuff

Tuttavia, dove la destra ha recuperato il potere centrale sono aumentate le tensioni sociali e le sollevazioni popolari. Secondo lei, come si spiega questa dinamica e quali aspettative possiamo avere per il 2020?

Con l’arrivo della crisi economica scoppiata per la caduta dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale, le condizioni sociali si sono deteriorate e, con loro, la stabilità politica: sebbene il consumismo fosse abbastanza straripante, tale stabilità pareva rassicurante e il progresso godeva di buona salute. La stabilità politica si è vista colpita da questo cambio di ciclo economico.

Un caso degno di menzione è quello dell’Argentina: in questo paese si è sostituito un governo progressista con uno neoliberista – quello di Macri – che con il suo chiaro fallimento ha permesso il ritorno del progressismo, contraddicendo coloro che credevano che la fase di tale spettro fosse terminata. D’altro canto, è interessante osservare come in Ecuador, dove il cambiamento di governo è avvenuto all’interno dello stesso partito progressista, al termine di una fase di autoritarismo esacerbato – con il passaggio dal governo di Correa a quello di Lenin-Moreno – molte organizzazioni sociali in precedenza represse con durezza hanno potuto ricostruire le proprie forze.

E certamente, una volta terminato il benessere progressista, il neoliberismo ha trovato terreno fertile per la propria rinascita con forza crescente; sebbene bisogna segnalare che, in alcuni casi come quello dello stesso Ecuador, sia stata lasciata la porta socchiusa per questo ritorno, in quanto il correísmo ha incoraggiato le privatizzazioni dei grandi porti o la consegna dei campi petroliferi alle imprese multinazionali, spalancando la porta alle mega-miniere e reintroducendo elementi di flessibilità lavorativa firmando un TLC (Tratado de Libre Comercio – Trattato di Libero Commercio) con l’Unione Europea… Alla fine, il paese ha sperimentato una sorta di “neoliberismo transgenico” dove uno Stato forte è servito per introdurre alcuni degli obiettivi neoliberisti più attesi.

Vale a dire che con i progressisti non è stato dato spazio alle trasformazioni strutturali che permettessero – almeno per iniziare – di costruire basi economiche, sociali e politiche più solide per superare la dipendenza estrattiva e le sue conseguenze. Esacerbate dall’estrattivismo sfacciato, l’estrazione mineraria, il petrolio e l’agro-industria, neppure le strutture di accumulazione del capitale sono state toccate. Inoltre, il progressismo con le sue politiche di disciplina sociale e di criminalizzazione dei difensori della natura, ha indebolito le basi dell’organizzazione sociale, colpendo coloro che talvolta hanno fronteggiato il neoliberismo.

In questo scenario, approfittando dell’indebolimento del progressismo e davanti al deterioramento delle forze sociali capaci di attuare trasformazioni, le destre riprendono direttamente il potere e poi intraprendono politiche economiche che, in sostanza, cercano di aumentare sempre più le condizioni di accumulazione del capitale trasferendo il costo dell’ “aggiustamento” ai settori popolari e all’ambiente, così come succede ancora una volta nella nostra storia. Cioè, la “bocca del caimano” si chiude di nuovo.

A questo punto nascono molte delle recenti lotte popolari, inasprite anche dall’irrealizzabile promessa di progresso e sviluppo propria della modernità. Perciò, tali azioni, con molteplici espressioni simboliche, contenuti diversi e peculiari in ogni paese, hanno caratterizzato il turbolento anno 2019 e segneranno il 2020, anno in cui la repressione nelle sue diverse forme sarà nelle mani della destra, mentre la sorpresa – come vedremo più avanti – sarà a carico delle masse.

Questo sarà un anno in cui dobbiamo soprattutto avere la capacità di differenziare ciò che il progressismo realmente propone da ciò che le sinistre presenteranno. Per fronteggiare il neoliberismo, e soprattutto le forze dell’ultradestra, si possono costruire ampie alleanze che, ciononostante, non devono confondere la sinistra dal proprio obiettivo postcapitalista.

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Eneko

Come vede le sollevazioni in Colombia, Ecuador e Cile? E cos’è che hanno di più profondo?

Sono processi incoraggianti, decisamente incoraggianti. Malgrado certi tratti in comune sono processi unici e, in qualche modo, irripetibili. Tali sollevazioni sono dimostrazioni della capacità delle società in movimento con potenziali enormi e persino imprevedibili. Di fatto, queste sollevazioni non nascono da piani prestabiliti, e ancora meno sono ispirate alla logica ripetitiva del funzionamento di molte organizzazioni sociali e politiche tradizionali. Queste sollevazioni sorprendenti e innovatrici mostrano che si può dare un nuovo impulso a molte azioni di lotta che, dopo tante spossanti ripetizioni, sono passate dall’ambito della costanza a convertirsi solo in una sonnolenta e perfino noiosa ostinazione.

Una caratteristica di queste sollevazioni è la sorpresa, non tanto per lo sconcerto causato anche a coloro che cercano di leggere con attenzione l’evoluzione politica, bensì perché hanno influito su diversi governi. E questo è il loro maggior potenziale: la sorpresa come strumento indispensabile per conseguire il progresso che va a perdurare fintanto che la società in movimento mantenga un’alta creatività e, certamente, che abbia chiarezza degli obiettivi strategici da raggiungere; i quali, insisto, non possono rappresentare una semplice riedizione attualizzata di vecchie proposte e ancora meno la stancante ripetizione delle stesse tattiche.

In questi paesi, a cui possiamo aggiungere Haiti, nel corso del tempo si sono prodotte diverse situazioni esplosive che, però, non sembravano così potenti tanto da farci prevedere un’esplosione della grandezza sperimentata negli ultimi tempi. In ogni caso esistono diversi detonatori come l’eliminazione dei sussidi per i carburanti in Ecuador o l’aumento del prezzo della metro a Santiago che hanno fatto scoccare la scintilla scoprendo realtà molto complesse. Senza dubbio, in casi come quello colombiano e cileno la cultura della protesta è stata data dalla dura esperienza del neoliberismo. In altri, come quello ecuadoregno, la ricetta non solo si nutre di ingredienti neoliberisti, bensì di una preversa mistura di neoliberismo con elementi propri del progressismo che, nel caso boliviano, ha costruito lo scenario del colpo di stato per mancanza di rispetto del governo di Evo Morales nei confronti delle proprie istituzioni.

Esiste qualche elemento che possa spiegare queste sollevazioni dell’America Latina rapportate ad altri processi nel mondo?

Questo è un punto chiave. Il mondo, e non solo l’America Latina, si vede scosso da sollevazioni che vanno molto al di là degli scenari prevedibili e che non possono essere letti con gli strumenti tradizionali.

Pertanto, diventa urgente affrontare una simile evoluzione senza cadere in analisi semplicistiche o in generalizzazioni che ne cancellino le specificità; e nemmeno aspettare di avere tutti gli elementi che permettano di comprendere appieno questi processi. È il momento di interpretare ciò che accade per tirare contestualmente conclusioni e lezioni che ci permettano di agire di fronte a sfide di grande complessità.

Un simile approccio dev’essere fatto da una prospettiva latinoamericana, cercando di identificare gli stessi denominatori comuni di questi processi. Questo è il compito più urgente per costruire alternative di sinistra e fronteggiare la destra.

Esistono molteplici focolai di indignazione e frustrazione in un mondo che sta conoscendo una crisi dalle molte sfaccettature: ecologica, sociale, economica, politica… Una crisi che supera in tutti gli aspetti le già note crisi cicliche proprie del capitalismo e prefigura i cambiamenti civilizzatori. Le cause possono essere diverse per ogni caso, ma alcune reazioni e molti degli scontri con l’ordine stabilito mostrano alcuni tratti similari.

L’istituzionalità politica è in crisi. La democrazia, indipendentemente dal numero di elezioni che vengono celebrate, sembra essere in modalità aereo, vale a dire praticamente disattivata. I partiti politici si sono trincerati in difesa dei loro interessi, alla stessa stregua dei grandi mezzi di comunicazione che si rifiutano di capire ciò che significano le società in movimento e l’origine profonda delle sollevazioni in atto. La corruzione corre a briglia sciolta.

Le promesse di benessere della modernità annegano in una realtà sempre più deumanizzata e distruttiva. Le élite governanti – politiche e imprenditoriali – rispondono con crescente violenza e appesantiscono i conflitti con il loro vandalismo neoliberista. E in questo scenario, la frustrazione – in particolare quella giovanile – con le sue mille sfaccettature alimenta le azioni di resistenza e protesta.

Perché queste rivolte sono diffuse e coinvolgono diversi settori della società relegando in secondo piano i partiti, i sindacati e i movimenti sociali egemonici?

Questi nuovi processi vengono portati a termine in molte parti della nostra America. In definitiva, la frustrazione popolare creata e accumulata a causa della civiltà della disuguaglianza e i danni che sta recando nella periferia del mondo hanno generato le condizioni per un’esplosione sociale che fa tremare la scena politica. Come ho scritto in un articolo per introdurre la lettura della realtà ecuadoregna insieme a John Cajas-Guijarro “Questa mobilitazione popolare equivale a un terremoto che scuote e mina le fondamenta delle nostre società ingiuste e inique, mettendo in discussione pure le vecchie forme e i concetti usati per comprendere i settori popolari e le loro sofferenze”.

Qui – come è stato evidenziato – il riduzionismo diventa inammissibile, visto che oscura il panorama e impedisce la costruzione di strategie che vadano a potenziare quest’ondata di lotte di resistenza e di ri-esistenza. L’elenco dei problemi e delle frustrazioni accumulati è lungo e non si riduce a questa o all’altra misura economica o politica in particolare che, come già detto, possono essere i detonatori di un’esplosione sociale – non la loro ultima causa.

Pertanto, senza che esso significhi l’unica o la spiegazione più importante, il deterioramento economico è alla radice di molti di questi processi. Alla disoccupazione e alla miseria che scaturiscono da questo peggioramento, si sommano le politiche economiche che aumentano lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Ma la radice del problema presenta molte più difficoltà. Il peso delle strutture classiste, patriarcali, xenofobe, razziste, etc. persiste ed emerge pure con forza radoppiata in opposizione alle molteplici proteste libertarie, che siano femministe, indigene, ecologiste, contadine, occupazionali.

A sua volta, la stessa violenza estrattiva è un processo interminabile di conquista e colonizzazione che spiega tanto l’autoritarismo – progressista o neoliberista – che la corruzione, dando luogo a una crescente resistenza territoriale. Lotte che pure stanno iniziando a inondare le zone urbane: la recente rivolta di Mendoza in Argentina contro le mega-miniere è uno degli esempi più vicini. Insomma, la povertà, la disuguaglianza, la distruzione delle comunità e dell’ambiente vanno di pari passo con le frustrazioni di grandi gruppi mobilitati – specialmente giovani – che nulla hanno da perdere, poiché è stato rubato loro persino il futuro.

Capire una tale complessità non è facile. Sebbene accolga con soddisfazione queste sollevazioni, in nessun caso ne scaturiscono meccanicamente chiare vie d’uscita democratiche; per esempio, il controverso processo costituente cileno continua a essere un’opportunità piena di minacce, benché sia controllato dalle stesse élite governanti. Ciò che risulta più evidente è che la violenza statale sta aumentando rapidamente e perfino le ombre della militarizzazione della politica incombono costanti in vari angoli della nostra America – dal Brasile fino all’Ecuador, dal Venezuela alla Bolivia e dal Cile alla Colombia.

All’interno di questa complessità osserviamo l’esaurimento della modalità di accumulazione e dei suoi sistemi politici – progressisti o neoliberisti – che si reggono su profonde strutture ingiuste e coloniali così come forzate a livelli esplosivi per le insaziabili richieste del capitalismo globale. Come ben nota Raúl Zibechi: “Le rivolte di ottobre in America Latina hanno cause comuni, ma si esprimono in modi differenti. Rispondono ai problemi sociali ed economici generati dall’estrattivismo o dall’accumulazione per spoliazione, dalla somma delle monoculture, delle miniere a cielo aperto, delle infrastrutture delle megalopoli e della speculazione immobiliare urbana”.

Sono problemi che nascono dalle contraddizioni del capitalismo periferico, sotto cui i paesi latinoamericani si vedono costantemente spinti a perpetuare il loro carattere di economie primarie di esportazione, sempre vulnerabili e dipendenti e che hanno tanto l’autoritarismo quanto la violenza e la corruzione come condizioni necessarie per la propria cristallizzazione. Al contempo, persiste la logica perversa della privatizzazione delle rendite, mentre si socializzano le perdite, sempre con la complicità fra lo Stato e i grandi gruppi di potere economico e politico. Intanto, la possibilità di diventare padroni consumisti detentori di uno “stile di vita imperiale” si diluisce nell’immaginario di ampi segmenti della popolazione, il ché si può ottenere solo mediante il sovrasfruttamento del lavoro e dell’ambiente, che, di fatto, è in generale qualcosa di irripetibile.

Dinanzi a una simile ingiustizia e indolenza del potere, nel momento in cui le strutture politiche sono diventate affamate del potere per il potere, cosa rimane al popolo, se non la resistenza e la protesta?

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È d’accordo con l’idea secondo cui l’America Latina stia perdendo il suo ruolo globale nell’attuale riorganizzazione economica che sta subendo il pianeta? Cosa ci aspetta?

Diciamocelo chiaro: l’America Latina non ha mai avuto una vera leadership mondiale in termini di riorganizzazione dell’economia globale. Quest’area è stata condannata fin dagli albori del capitalismo – più di 500 anni fa – come sottomesso fornitore di materie prime. La realtà non è assolutamente cambiata. Al contrario e come già detto, con i regimi progressisti e neoliberisti, la logica dell’estrattivismo e del desarrollismo ha dominato l’immaginario politico della regione negli ultimi decenni. Le conquiste e la colonizzazione sono delle costanti nella nostra America.

Su questo punto risulta deplorevole osservare l’incapacità dei governi progressisti nei confronti di una solida evoluzione integrazionista. Ciò avrebbe permesso che la regione si posizionasse come potente blocco nel contesto mondiale. Le belle parole non superano le azioni di sottomissione neoliberista. La neoliberista IIRSA (Iniciativa para la Integración Regional Sudamericana; Iniziativa per l’Integrazione regionale Sudamericana) si è convertita in COSIPLAN (Consejo Sudamericano de Infraestructura y Planificación; Consiglio Sudamericano delle Infrastrutture e della Pianificazione), pur esso in sostanza neoliberista nell’assicurare il vincolo delle varie risorse della regione alle richieste del capitale multinazionale e dei mercati metropolitani.

Il Brasile, per esempio, durante il lungo periodo di governo del PT, lontano dall’essere motore di un processo d’integrazione regionale, ha radicato le sue pratiche subimperialiste nel continente, mentre al suo interno ha diffuso l’estrattivismo generando un processo di chiara deindustrializzazione. Tutto ciò ha reso più marcate le tradizionali condizioni di dipendenza dal mercato mondiale.

Quali sarebbero le alternative al contesto politico ed economico imperante? Quali spiragli possono aprirsi per un nuovo periodo storico che va nella direzione opposta alle imposizioni di questo modello di capitalismo? E perché sono necessari?

Mentre all’apparenza i diversi gruppi di potere si preparano per imporre il capitalismo totale attraverso varie forme di autoritarismo – incluso quelle di taglio fascista –, le lotte popolari necessitano di organizzarsi e sentirsi come lotte di molteplici dimensioni. Devono assumere contemporaneamente una dimensione classista e ambientale (lavoro e natura contro il capitale), una dimensione decoloniale (come la storica rivendicazione indigena), una dimensione femminista e anti-patriarcale, una dimensione opposta alla xenofobia e al razzismo… Insomma, una lotta molteplice che deve cercare un domani più giusto per tutti e tutte. Una lotta che, partendo dalla ribellione, sia il seme di un nuovo futuro.

Dentro questo nuovo futuro, l’elemento chiave è l’urgente necessità di costruire e pianificare una nuova economia al servizio della vita umana – individui e comunità – e sempre in stretta armonia con la natura: la giustizia sociale dev’essere sempre accompagnata dalla giustizia ecologica e viceversa. La costruzione di questa nuova economia è cruciale, dato che l’economia dominante nell’attuale civiltà soffoca il mondo umano e quello naturale, mentre accumula capitale e potere a beneficio di piccoli segmenti della popolazione. E intanto, i diseredati dal sistema non hanno altro rimedio per evitare di morire nell’oblio che lottare per il collasso di un’economia che cerca sempre di venire fuori dalla propria crisi sacrificando vite – come pure la natura – per sostenere il potere di poche élite.

In definitiva, risulta evidente che la premessa decolonizzatrice e depatriarcalizzatrice - elementi fondamentali per superare lo sfruttamento degli esseri umani e della natura da parte del capitale – esige la rifondazione degli Stati nazionali coloniali, oligarchici e capitalisti  semplicemente dei discorsi. Non si tratta solo di vincere elezioni per accedere al potere, bensì di costruire il potere dal basso, dalla sinistra e sempre con la Pachamama (la madre terra) per stimolare un processo di radicalizzazione permanente della democrazia.

Di conseguenza diventa urgente costruire una nuova storia in cammino che necessita una nuova democrazia pensata e sentita iniziando dagli apporti culturali delle differenti comunità, in particolare di popoli emarginati, visto che sono loro i creatori delle origini; vale a dire, una democrazia inclusiva e rispettosa della diversità.

Tutto ciò nella cornice di proposte di trasformazione profonde e civilizzatrici sulle quali bisogna insistere per garantire allo stesso tempo pluralità e radicalità. Un compito che non sarà possibile svolgere dall’oggi al domani, se non attraverso approcci successivi che affrontino tutte quelle macchine di morte che minacciano la sopravvivenza umana e la vita del pianeta. Abbiamo bisogno che si fondano le lotte di resistenza con azioni di ri-esistenza a livello locale, nazionale e internazionale … Per far fronte all’ “internazionale della morte” avremo bisogno di una “internazionale della vita”, di una vita degna per tutti gli esseri umani e non umani. Questo sforzo dovrà liberare le forze sociali che ora sono preda delle diverse istituzioni del potere statale, cercando di migliorare le loro capacità di autosufficienza, autogestione e autogoverno. Tutto ciò esige non solo intelligenza nella critica, non solo profondità di alternative, ma anche e soprattutto l’azione creativa delle forze politiche che rendano possibili tali processi emancipatori.

NdT

1 Lo “sviluppismo” (desarrollismo) o strutturalismo è una teoria economica che si riferisce allo sviluppo emerso in America Latina a metà del XX secolo, che sostiene che l'ordine economico mondiale segue uno schema di periferia industriale centro-agricola, per cui si verifica un deterioramento strutturale dei termini del commercio internazionale a scapito dei paesi periferici, che riproduce il sottosviluppo e amplia il divario tra paesi sviluppati e sottosviluppati. A seguito di questa diagnosi, lo sviluppismo sostiene che i Paesi non sviluppati dovrebbero avere Stati attivi, con politiche economiche che promuovano l'industrializzazione, per raggiungere una situazione di sviluppo autonomo.

2 Il correismo si richiama a Rafael Vicente Correa Delgado, presidente dell’Ecuador nel decennio 2007-2017 e alla sfaldatura (clivaje o clivage) che il suo modo di proporsi e fare politica ha portato nel paese rispetto al passato. Si può definire “populismo democratico”.

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Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.correiocidadania.com.br/34-artigos/manchete/14005-2020-nao-se-trata-mais-de-ganhar-eleicoes-mas-construir-uma-nova-historia-a-partir-de-baixo
Publication date of original article: 10/01/2020
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=27918

 

Tags: Rivolte logicheInsurrezioni popolariEstrattivismoSviluppismoGoverni progressistiNeoliberismoAbya Yala
 

 
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