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English  
 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Peter Handke, Premio Nobel per la letteratura: il lavoro di trasparenza contro l’opacità della lingua mediatica
Date of publication at Tlaxcala: 19/10/2019
Original: Peter Handke, Prix Nobel de littérature : le travail de la transparence contre l'opacité de la langue médiatique
Translations available: English  Español  Português/Galego 

Peter Handke, Premio Nobel per la letteratura: il lavoro di trasparenza contro l’opacità della lingua mediatica

Rosa Llorens

Translated by  Silvana Fioresi
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

Fulmine al cielo sereno dei Nobel: dopo vent’anni di Purgatorio (da quando, nel 1996 ha cominciato a difendere la Serbia contro “la comunità internazionale”), Peter Handke accede al Paradiso del Nobel! L’odio che ha scatenato non disarma per tanto, ma questo riconoscimento ufficiale permette di riparlare della scatenata guerra mediatica, criminale tanto quanto quella con le bombe, contro la Jugoslavia, e di misurare la grandezza dello scrittore.

Giornali e riviste, letterarie o no, non smettono di trasmetterci le reazioni sdegnate di Croati e Albanesi: Actualitté ci informa che il Primo Ministro albanese, Edi Rama, ha reagito così su Twitter : « Non avrei mai pensato che un Premio Nobel potesse farmi vomitare ». Ha forse vomitato scoprendo che l’UCK, l’Esercito di liberazione del Kosovo, si occupava di un traffico massiccio di organi prelevati da prigionieri serbi (sul Kosovo vedi Guerra giusta per uno Stato-mafia di Pierre Péan)? Tuttavia, nel 2010, bisognava avere già uno stomaco ben saldo per inghiottire il fatto che il Nobel era stato attribuito a Mario Vargas Llosa, ex candidato liberale (cioè seguace dei criminali « Chicago Boys ») alla presidenza del Perù.

Courrier International si protegge coraggiosamente, per colpire Handke, dietro il Guardian: “Il drammaturgo austriaco, le cui origini slovene gli avevano ispirato un fervente nazionalismo durante la guerra nei Balcani, aveva suggerito pubblicamente che i musulmani di Sarajevo si erano massacrati loro stessi” – asserzioni totalmente distorte, inesatte, quasi grottesche: come avrebbero potuto le sue origini slovene ispirargli un nazionalismo a favore dei serbi? Sui due massacri di Sarajevo vedi l’articolo su Wikipedia : ne esce che l’origine dei tiri, bosniaci o serbi, non è mai stata determinata con certezza.

Elisabeth Philippe, nell’ L'Obs, qualifica come “forti parole” gli insulti di Jonathan Littell nel 2008 : Handke ? “Un pezzo di merda”. Ma che brillante analisi letteraria o storica!

I media hanno ripetuto, in occasione delle guerre contro la Jugoslavia, le offensive lanciate successivamente contro l’Iraq, la Libia, la Siria, per preparare le aggressioni militari: la differenza è che, nel caso della Jugoslavia, non è solo un dirigente ad essere stato demonizzato, “hitlerizzato”, ma tutto un popolo, il popolo serbo, accusato di espansionismo, di nazionalismo fanatico congenito, e, quando cercava di difendersi riferendosi alla Storia, di “paranoia”. Ebbene, non importa, siamo pure paranoici e citiamo un paragrafo di Wikipedia sulla Serbia durante la Seconda Guerra Mondiale in cui i croati, che avevano avuto dai nazisti un governo autonomo, sono stati diretti dagli Ustascia collaborazionisti: “Uccidendo di preferenza con armi bianche e sgozzamenti, gli Ustascia si distinguono per la loro crudeltà, mutilando le loro vittime strappando loro il fegato o il cuore, o uccidendo i bambini più piccoli obbligando i genitori a sotterrarli prima di giustiziare anche loro; bruciano i cadaveri dei serbi nei forni crematori, in cui i bambini erano gettati talvolta ancora vivi, o li lanciano negli affluenti del Danubio perché arrivino fino a Belgrado, portando “complimenti” per i serbi della capitale”. La brutalità degli Ustascia finì per essere giudicata controproducente dai loro alleati nazisti e fascisti: “gli italiani arrivano talvolta al punto di opporsi attivamente ai loro “alleati” croati, di cui disarmano alcune milizie e contro i quali proteggono le popolazioni civili”. Il numero di vittime serbe in territorio croato è stimato a 300 000 su una popolazione di 1,9 milioni.

Handke a casa sua a Chaville, al sud-ovest di Parigi. Foto Donata Wenders

Ma torniamo all’aspetto letterario di questo evento. Handke, come Günter Grass (altro Premio Nobel), aveva iniziato una brillante carriera seguendo la moda letteraria del tempo (in particolare, per il secondo, il realismo magico). È sul tardi che entrambi hanno trovato la propria strada, con delle formule letterarie originali (in E’ una lunga storia, nel 1995, per il primo, in Un viaggio d'inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero giustizia per la Serbia, nel 1996, per il secondo), mentre scrivevano le loro opere durante una bruciante attualità (il saccheggio della RDA da parte della Germania occidentale per l’uno, le guerre mediatiche e militari contro una Jugoslavia ridotta alla Serbia per l’altro). E, certamente, è proprio diventando grandi scrittori che hanno cominciato a essere contestati e addirittura vilipesi. 

I due scrittori hanno anche un’altra cosa in comune: sono entrambi nati in una regione periferica dei loro rispettivi paesi : Danzica, oggi polacca (Gdansk), per Grass, la Carinzia, regione crocevia tra Italia, Austria e Jugoslavia (oggi Slovenia), per Handke. Si vede qui l’origine di una particolare intolleranza alla “verità ufficiale”, e della loro capacità di vedere la stessa situazione sotto angoli diversi. È proprio una nausea davanti al carattere massiccio e unilaterale del linciaggio mediatico della Serbia che ha incitato Handke, come Régis Debray, a cercare di farsi una propria opinione sulla situazione, senza fermarsi alla “verità” diffusa a gran voce su tutti i canali mediatici.

Debray si è recato in Kosovo per rendersi conto di persona, e ha scritto una Lettera di un viaggiatore al Presidente della Repubblica, o Impressioni sulla Jugoslavia : come lo indica questo sottotitolo, non si trattava di opporre una verità a un’altra verità, ma semplicemente di attirare l’attenzione sulla massa degli stereotipi riversati al posto di descrivere la realtà ; ed è stato messo alla gogna perché, invece del presunto Terrore che Milosevic doveva far regnare, diceva di aver visto solo delle persone tranquillamente sedute alle terrazze dei caffè.    

Anche Emir Kusturica è stato attaccato perché nei suoi film dà, in modo esuberante, una visione complessa delle guerre jugoslave, dove ogni popolo massacra i suoi vicini diventati nemici (dopo 50 anni di coabitazione pacifica in ogni paese, ogni città, ogni edificio, da una porta all’altra nello stesso pianerottolo), invece di denunciare un solo colpevole e vedere negli altri solo delle vittime.  

Anche Handke ha cercato nuovi modi per sfuggire agli stereotipi; ci rendiamo conto che, per soltanto scrivere « Io accuso » l’uno o l’altro, Zola doveva avere dietro di lui una buona parte di media, di partiti e di opinione pubblica. Per Handke, che doveva affrontare quella che si chiama “la comunità internazionale” (cioè i media delle principali potenze occidentali), il compito era molto più difficile. Rifiuta di “denunciare” (anche se, talvolta, lo sdegno contro certi giornali come Le Nouvel Observateur, o Libération, o contro certi uomini politici come Javier Solana, all’epoca segretario generale della NATO, ha la meglio), di dire il giusto, o semplicemente di affermare. Inventa una nuova forma letteraria, il saggio-reportage, in cui procede per analisi successive, in cui gira intorno al soggetto (da qui il titolo Autour du Grand Tribunal, Intorno al Gran Tribunale), dove fa delle domande, e accumula delle piccole annotazioni precise, le “cose viste”.

Così facendo, non denuncia l’illegittimità del TPIJ (il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia), che è solo il braccio giudiziario dei vincitori per dare il colpo finale ai vinti); racconta come scopre, sul posto, la prigione dove è rinchiuso Milosevic : “La prigione reale di Scheveningen si trova sulla strada per la stazione di pompaggio. Questa porta poi alle dune […]. Anche da molto vicino, anche quando ti trovi davanti alla prigione, questa dà l’impressione di essere nascosta. Il muro di cinta era costruito in mattoncini, quasi delicati, simili a quelli della fila di abitazioni poste lì davanti e che, casa dopo casa, lo toglieva dallo sguardo. Lo toglieva dallo sguardo? Di sicuro, non succedeva mai. Perché, come è d’uso in Olanda, non c’erano tende alle finestre, e quando si guardava dalla finestra di davanti si poteva vedere allo stesso tempo la sala intera e anche guardare fuori da quella di dietro”, l’esterno, cioè la prigione. Handke fa così una satira quasi ingenua della falsa trasparenza calvinista, che nasconde l’essenziale mostrando invece l’accessorio, mentre annuncia il tema principale di Intorno al Gran Tribunale: la “televerità”, questa verità che pensiamo di possedere, mentre non ne abbiamo che dei riflessi attraverso gli schermi, senza averne nessuna esperienza diretta.

Allo stesso modo, durante il processo di Milosevic, nota che lo sguardo è irresistibilmente attirato dal dispositivo onnipresente di schermi che lo trasmettono, e che si rifletterà a sua volta nello schermo televisivo di ogni casa. Allo stesso modo, non denuncia la mancanza di credibilità dei testimoni bosniaci o croati dei massacri serbi (tranne un caso preciso di falsa testimonianza nel processo del serbo Novislav Djacic, condannato da un tribunale di Monaco di Baviera per fatti trascorsi molto tempo prima, su semplice asserzione) : piuttosto osserva, sul posto, nel suo hotel, un testimone kossovaro, di cui così descrive il ritorno presso un gruppo di compatrioti, dopo la sua deposizione in tribunale: “Lo salutarono al suo arrivo; da ogni parte, abbracci e strette di mano, seguiti da risate spensierate e discussioni animate, per ore ed ore – come dopo aver passato un esame? Sguardo luminoso del testimone. Non avevo mai ancora visto nessuno mostrare in quel modo la sua dentatura, neanche Fernandel”.

Oppure oppone lo “stile” delle foto, patetiche, che mostrano dei rifugiati “vittime” e quelle, molto più rare, dei rifugiati serbi : “Perché quei serbi lì non si vedevano mai in primo piano da soli, ma quasi sempre in piccoli gruppi e quasi esclusivamente a distanza o nello sfondo, scomparendo quasi sempre, a differenza di quelli croati o musulmani che soffrono, con lo sguardo grande e doloroso in primo piano sull’obbiettivo pur tenendolo rivolto sul lato o in basso, come se fossero coscienti di essere colpevoli ? Come una tribù straniera? – O come se fossero troppo fieri per posare? O troppo tristi?”.

Il sottotitolo del Viaggio d’inverno era, nell’edizione tedesca, “Giustizia per la Serbia” (Handke l’ha eliminato nell’edizione francese perché “rendere giustizia scrivendo, è troppo facile: si capisce da solo”); potrebbe essere “Giustizia per la realtà”, o “Giustizia per la scrittura”: per Handke, che lotta contro la retorica lingua mediatica, “ogni paragrafo parla e tratta di un problema della rappresentazione, della forma, della grammatica, della veracità estetica e questo da sempre, nei miei libri”, leggiamo nella Prefazione al Viaggio d’inverno. Non si tratta solo dei serbi, ma della possibilità per ciascuno di accedere alla realtà, se non proprio (cosa impossibile) in carne ed ossa, almeno attraverso una lingua elaborata per ridurre al minimo la sua inevitabile opacità. Per questo, il Premio Nobel conferito a Peter Handke è indiscutibilmente meritato.





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=27225
Publication date of original article: 17/10/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=27244

 

Tags: Peter HandkePremio Nobel per la letteraturaGuerre di JugoslaviaMediamenzogneUEropa
 

 
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