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 18/08/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ASIA & OCEANIA 
ASIA & OCEANIA / Hong Kong e Kashmir: il racconto di due occupazioni
Date of publication at Tlaxcala: 14/08/2019
Original: Hong Kong, Kashmir: a Tale of Two Occupations
Translations available: Português/Galego  Français 

Hong Kong e Kashmir: il racconto di due occupazioni

Pepe Escobar Пепе Эскобар

Translated by  Elvia Politi

 

I miei lettori di ogni latitudine mi stanno facendo domande su Hong Kong. Sanno che è uno dei luoghi in cui ho vissuto. Con Hong Kong ho sviluppato un rapporto complesso e sfaccettato già dal passaggio del 1997, di cui ho parlato ampiamente. Ora, se me lo permettete, vorrei fare il punto.

Con sommo dispiacere per i neoconservatori e gli imperialisti umanitari, non ci sarà una sanguinosa repressione cinese contro i manifestanti di Hong Kong, una sorta di Tienanmen 2.0. Perché? Perché non ne vale la pena.

Pechino ha chiaramente identificato la provocazione della rivoluzione colorata come intrinseca alle proteste, con la NED come versione soft della CIA, facilitatrice delle quinte colonne anche nell’amministrazione pubblica.

Ovviamente, ci sono altri elementi: il fatto che gli abitanti di Hong Kong hanno ragione ad essere arrabbiati con ciò che di fatto è l’oligarchia del Club dei Miliardari, che controlla ogni ambito dell’economia; il contraccolpo contro “l’invasione dei continentali”; l’inesorabile guerra culturale tra Canton e Pechino, nord e sud, provincia e centro politico.

Ciò che queste proteste hanno accelerato è la convinzione da parte di Pechino che Hong Kong non meriti la sua fiducia come nodo cruciale del progetto cinese di massiccia integrazione/sviluppo. Pechino ha investito non meno di 18.8 miliardi di dollari per costruire il ponte che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, come parte dell’area del progetto Greater Bay Area [il Delta del Fiume delle Perle, la più grande area per lo sviluppo tecnologico], con lo scopo di integrare Hong Kong con la terraferma, non di ignorarla.

Adesso un gruppetto di utili idioti ha almeno esplicitamente dato prova che non meritano più alcun tipo di trattamento preferenziale.

Lo scoop a Hong Kong non è neanche la selvaggia e controproducente protesta (immaginate se avvenisse in Francia, dove l’esercito di Macron sta di fatto mutilando e anche uccidendo i Gilet Gialli): il vero scoop è sulla putrida HSBC, che ha tutte le caratteristiche per essere il nuovo scandalo Deutsche Bank.

L’HSBC possiede 2.6 miliardi di dollari e un’orda intergalattica di scarafaggi in cantina, cosa che fa sorgere una serie domande sul riciclaggio di denaro sporco e su dubbi accordi gestiti dalle élite globali dei turbo-capitalisti.

Alla fine, Hong Kong sarà lasciata ai suoi meccanismi che la corrodono dall’interno, e si degraderà lentamente fino ad acquisire lo status finale di sciatta Disneyland cinese con patina occidentale. Shanghai è già nella fase di essere promossa a principale centro finanziario della Cina, e Shenzhen è già il principale hub dell’alta tecnologia. Si penserà ad Hong Kong solo successivamente.

Sostegno per il contraccolpo

Mentre la Cina ha inquadrato “Occupy Hong Kong” come un banale complotto provocato e strumentalizzato dall’Occidente, l’India, da parte sua, ha deciso di procedere con una “Occupazione Totale” del Kashmir.

E’ stato imposto il coprifuoco in tutta la valle del Kashmir, bloccato internet, e tutti il politici kashmiri sono stati radunati e arrestati. Di fatto tutti i Kashmiri – i lealisti (verso l’India), i nazionalisti, i secessionisti, gli indipendentisti, gli apolitici – sono stati bollati come Il Nemico. Benvenuti nella “democrazia” Indiana sotto il cripto-fascista Hindutva [nazionalismo indù].

La regione di “Jammu e Kashmir”, per come la conosciamo, non esiste più. Ora ci sono due distinte entità: il Ladakh (spettacolare dal punto di vista geologico) sarà amministrato direttamente da Nuova Delhi. Il contraccolpo è garantito. Stanno già spuntando i comitati di resistenza.

Nel Kashmir il contraccolpo sarà ancora più grande, perché non ci saranno elezioni a breve. Nuova Delhi non vuole quel tipo di fastidio, come per esempio trattare con i legittimi rappresentati. Vuole il controllo totale, punto.

A partire dall’inizio degli anni ’90, sono stato qualche volta su entrambe le parti del Kashmir: quella pakistana si sente come Azad (“libero”) Kashmir, quella indiana è evidentemente Kashmir Occupato. Tale analisi [in inglese] è la migliore per descrivere cosa significhi vivere nello IOK [India-Occupied-Kashmir], cioè nel Kashmir occupato dall’India.

I minions del Partito del Popolo Indiano [Bharatiya Janata Party, BJP] urlano che il Pakistan ha “illegalmente” designato il Gilgit-Baltistan, cioè le aree settentrionali, come area amministrata dal governo federale. Non c’è nulla di illegale in questo. Io stavo lavorando nel Gilgit-Baltistan a fine dello scorso anno, a seguito del corridoio economico Cina-Pakistan [CPEC, China-Pakistan Economic Corridor], e nessuno si lamentava di alcuna “illegalità”.

Il Pakistan ha ufficialmente dichiarato che “eserciterà tutte le possibili opzioni per contrastare le azioni illegali [dell’India]” in Kashmir. E’ estremamente diplomatico. Imran Khan non vuole uno scontro, anche se sa molto bene che Modi sta assecondando i fanatici nazionalisti indù, sperando di trasformare una provincia a maggioranza musulmana in una a maggioranza indù. Ma alla lunga qualcosa di inevitabile dovrà spuntare: qualcosa di frammentato, come la guerriglia o come un fronte unito.

Benvenuti nell’Intifada del Kashmir.



Maarten Wolterink





Courtesy of Saker Italia
Source: https://bit.ly/2KInC9P
Publication date of original article: 07/08/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=26798

 

Tags: Hong-KongCinaKashmirIndiaPakistan
 

 
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