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 23/10/2018 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
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 EUROPE 
EUROPE / Uomini e caporali ai tempi del «decreto insicurezza»
Intervista a Marco Omizzolo
Date of publication at Tlaxcala: 09/10/2018
Translations available: Français 

Uomini e caporali ai tempi del «decreto insicurezza»
Intervista a Marco Omizzolo

Emma Barbaro

 

«Caporalato e sfruttamento si sgretolano quando la comunità comprende che il migrante è portatore di una civiltà altra che non va cancellata, ma accolta. Che i suoi problemi sono anche i nostri.»

A parlare è Marco Omizzolo, sociologo e scrittore, già presidente della cooperativa In http://tlaxcala-int.org/upload/gal_19014.jpgMigrazione e di Tempi Moderni. Autore di saggi e ricerche nazionali e internazionali sulle migrazioni, sui servizi sociali e sulla criminalità organizzata, da anni porta avanti una battaglia di civiltà al fianco dei braccianti indiani sfruttati nei campi dell’Agro Pontino.

Come autore de Il sistema criminale degli indiani punjabi in provincia di Latina, insieme a Francesco Carchedi e de La Quinta Mafia (Edizioni Radici Future) ha assestato un duro colpo al sistema mafioso e caporale che affligge la provincia di Latina. Vessazioni, minacce e intimidazioni a vario livello non lo hanno piegato. Perché in un Paese in cui il caporalato resta una malattia sistemica e trasversale, che non conosce etnia, genere, religione o età, la sua è rimasta una voce libera. Una voce che ha squarciato il velo dell’ipocrisia e dell’omertà che regolano i rapporti di forza nel mercato del lavoro. I moderni tarli della corruzione che condizionano tutti, italiani e non.

In questa intervista a tutto campo Marco Omizzolo non si limita a enunciare le falle del sistema, ma fornisce elementi utili per instillare il germe della coscienza sociale. Dalla comunità consapevole dei doveri, ma anche dei diritti, rinasce una speranza. Che parla di libertà.

Marco, il 28 settembre scorso è stato a Tunisi per partecipare ai lavori dell’International Day of Peace, il forum internazionale organizzato da Ngo-Unesco Liaison Committee. Un’occasione importante per discutere di diritti umani e grave sfruttamento lavorativo in Europa e in Italia, che le ha permesso di traghettare fuori dai confini nazionali la condizione dei lavoratori Sikh sfruttati nei campi dell’Agro Pontino. Che riscontri ha avuto?

È stata un’esperienza importantissima che mi ha permesso di trasferire, nell’ambito di un convegno internazionale organizzato dall’Unesco alla presenza di tutte le Ong mondiali, non solo la mia esperienza ma una serie di riflessioni maturate nell’arco ormai di dieci anni sul tema del grave sfruttamento nel mondo del lavoro, delle agromafie e del caporalato. Il nostro perimetro di riferimento, e non poteva essere altrimenti, è stata l’Europa. L’Unione europea nasce come luogo dei diritti, delle costituzioni liberali, della democrazia partecipativa. Eppure oggi, in questa stessa Europa, noi monitoriamo costantemente casi accertati di persone ridotte in schiavitù, di un mercato del lavoro che funziona in maniera duale, di agromafie che gestiscono il reclutamento nonché la tratta degli esseri umani, di sodalizi tra mafie straniere e italiane che si coordinano tra loro per ottimizzare i profitti.

Il contrasto tra l’Europa delle libertà e questa Europa dello sfruttamento è evidente. La relazione ha avuto notevole successo ed è stata non solo applaudita ma anche ripresa in molti altri interventi, compreso quello finale del direttore dell’Unesco. Il 28 settembre scorso si è aperta una prospettiva internazionale importante per far uscire il tema del caporalato da una visione prettamente localistica. Finalmente è stato messo in evidenza che il caporalato è un fenomeno molto ampio, che risponde a un progetto politico di società. Come a dire: quel grave sfruttamento lavorativo di cui tanto si parla non riguarda solo la Capitanata, il Pontino o Rosarno. Riguarda tutte le realtà e, trasversalmente, tutti i settori.

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Il caporalato è, dunque, un fenomeno trasversale e internazionale, non solo un problema italiano…

Precisamente. Personalmente ho condotto ricerche in Spagna, in Grecia, in Romania, in India. In Inghilterra il problema dello sfruttamento nel mondo del lavoro è gravissimo. Basti pensare che l’ambasciata inglese in Italia ogni anno organizza un convegno su questo tema perché anche loro si stanno chiedendo come intervenire in maniera incisiva per arginare questo fenomeno. Vuol dire che le diverse riforme approvate negli ultimi venti anni non sono state soltanto ispirate dalla ratio economica del risparmio per abbassare il deficit, ma rispondono a una logica progettuale molto precisa.

Il mercato del lavoro, oggi, è un luogo in cui c’è chi comanda e chi subisce. C’è il padrone e c’è il servo, il lavoratore subordinato, che vive in una condizione di subordinazione che non colpisce solo il suo ambito lavorativo ma la sua vita quotidiana. La persona ridotta in schiavitù vive una condizione di subordinazione costante e pervasiva. E questo vale soprattutto per il migrante che ha una serie di incombenze in più: deve rinnovare il permesso di soggiorno, vive in un territorio che non risponde alle sue logiche culturali, non sa di avere diritti. Su tutto questo pesano le responsabilità di uno Stato incapace di organizzare servizi avanzati. Specie nei territori più esposti.

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Questo rapporto duale, questa condizione di subordinazione, sono processi che a suo avviso si possono invertire?

Sono processi che innanzi tutto vanno meglio analizzati. Oggi c’è ancora troppa superficialità nella lettura della fenomenologia del caporalato. Soprattutto da parte delle istituzioni, la cui interpretazione resta spesso repressiva. In alcuni casi questo è legittimo, e mi riferisco all’azione delle forze dell’ordine. Ma in altri casi la politica dovrebbe comprendere che questo problema non si gestisce solo attraverso l’opzione repressiva. Sono necessarie delle riforme di sistema che vadano in direzione contraria rispetto a quella finora praticata. Non è possibile vedere padroni e caporali da un lato e uffici di collocamento che non funzionano dall’altro.

Non possiamo restare inermi davanti a campi pieni e ben visibili di uomini e donne che vi lavorano anche quattordici ore al giorno e un sistema di controlli, penso all’ispettorato del lavoro, che è assolutamente inefficace, inefficiente quando non anche complice. Sappiamo che molti ispettori del lavoro agiscono in associazione con i padroni, avvertendoli per tempo dei controlli. Questi rapporti di forza, questi legami di corruzione e di convenienza di varia natura, vanno assolutamente recisi. Specie quando i caporali sono legati ad ambienti criminali e mafiosi.

Se da un lato il sistema pare essere colluso in ogni suo ambito, dall’altro anche quelle istituzioni laiche di tutela paiono aver abdicato alla loro funzione primaria, alla loro stessa ragion d’essere. Penso ai sindacati la cui azione, oggi più di ieri, pare protesa a tutelare gli interessi di categoria piuttosto che quelli, più trasversali, dei lavoratori. In questo senso, quanto può essere utile costituire sportelli sindacali permanenti nei luoghi sensibili? E in che modo è ancora possibile ottimizzare l’azione sindacale?

È vero, il sistema è colluso in ogni suo ambito. Ed è vero pure che c’è un pezzo del sindacato che è colluso, al pari dell’ispettore del lavoro corrotto, col mondo padronale e mafioso. Questo è sempre più evidente. Ma vi è anche un pezzo del mondo sindacale che sta provando a fare il suo, a invertire la tendenza. Penso alla Flai Cgil che, in provincia di Latina, si è costituita parte civile in alcuni processi aprendo delle vere e proprie vertenze, non solo degli sportelli.

Indubbiamente c’è una qualità dell’azione sindacale che va migliorata, non è sufficiente aprire uno sportello. È necessario costruire dei servizi che siano d’avanguardia. Il sindacato non può ridursi a essere il luogo fisico in cui accedono i lavoratori. Deve tornare a operare in maniera stabile nei luoghi di residenza dei lavoratori, migranti e non, con delle competenze molto alte e con un impegno che non può essere da orario d’ufficio. Bisogna cambiare la modalità d’intervento.

Che è un po’ quel che fa In Migrazione, la cooperativa che lei presiede.

Ci proviamo. E in molti casi, devo dire, ci stiamo riuscendo. Tempo fa abbiamo aperto un ufficio con servizi d’avanguardia, si chiamava Bella Farnia. Facevamo corsi d’italiano e corsi di diritto del lavoro anche alle otto di sera. L’insegnante non si limitava unicamente a far apprendere la lingua al bracciante indiano. Gli insegnava a leggere la busta paga, a tradurre e a comprendere il contratto di lavoro. Abbiamo spiegato loro cos’è un giornalista, cos’è un carabiniere, un caporale e un datore di lavoro. E, in quest’ultimo caso, gli abbiamo spiegato che il datore di lavoro non deve essere chiamato padrone. Abbiamo chiuso quel progetto, almeno in via formale, a settembre del 2015. Ebbene, il 18 aprile del 2016 ben quattromila braccianti indiani sono scesi in piazza per manifestare per i propri diritti. Perché erano consapevoli di averne.

Cosa voglio dire con questo? Semplicemente che quando viene adottata una modalità d’azione sindacale diversa da quella dell’impiegato d’ufficio che timbra il cartellino, si crea consapevolezza e si ottengono risultati tangibili. Proprio in ragione di questo lavoro pregresso la legge n.199/2016 (Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo, ndr) ha trovato applicazione, in provincia di Latina, molto più che in altre realtà. Sono stati arrestati i caporali, sono state sequestrate le aziende e ci sono ancora processi in corso. Io stesso, insieme a decine di braccianti, ho occupato fisicamente aziende e realtà che, oggi, sono finite tutte sotto processo. Quindi c’è un lungo percorso da fare, ma bisogna cambiare il nostro sguardo e la nostra metodologia.

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Tuttavia la legge contro il caporalato ha le sue lacune. In primis non guarda a tutta la filiera dell’agroalimentare ma solo alle fasi finali, rischiando di colpire unicamente gli ultimi anelli della catena. Che troppo spesso sono anche i più deboli. In secondo luogo, il caporalato non è un fenomeno legato unicamente al settore agricolo. Fatte queste premesse, la sola denuncia è sufficiente?

Assolutamente no. Si deve partire da una decostruzione e ricostruzione del nostro sguardo, della nostra analisi del fenomeno insieme ai lavoratori e ai braccianti. Una volta si sarebbe definita appartenenza di classe. Adesso utilizziamo una terminologia un po’ più evoluta, ma da lì si parte per modificare i rapporti di forza. Serve un’azione trasversale che punti, sopra ogni altra cosa, a creare cultura. Bisogna insegnare che esistono dei doveri, ma anche dei diritti. Imprescindibili. Le faccio un esempio tangibile. Nel 2014, con la cooperativa In Migrazione abbiamo stilato un dossier illuminante: “Doparsi per lavorare come schiavi”. Abbiamo scoperto che i braccianti indiani impiegati nei campi dell’Agro Pontino, per reggere quei ritmi di lavoro, vengono indotti ad assumere sostanze stupefacenti: metanfetamine, oppio e antispastici. In questa catena di spaccio l’anello finale della catena, colui che vende droga ai lavoratori indiani, è di solito un altro indiano. Che poi, puntualmente, viene arrestato.

Quando sono andato nel carcere di Latina per tenere dei corsi di educazione alla legalità, dicevo loro: badate bene che il contratto provinciale di lavoro prevede, per persone presenti in Italia da vent’anni, un compenso di 9 euro lordi l’ora per un impiego della durata complessivo di sei ore e trenta minuti a giornata. Loro non ne avevano consapevolezza. Ritenevano fosse giusto guadagnare 2.50 euro l’ora per lavorare 10 o 12 ore al giorno per tutto il mese. Noi siamo in grado di riconoscere lo sfruttamento perché abbiamo una certa cognizione del fenomeno e una certa competenza. Ma colui che viene sfruttato, spesso, non sa di esserlo. Se non nei casi più gravi in cui, a queste dinamiche, si somma una violenza fisica e verbale palese. Tutta la narrazione del lavoro, oggi, è affidata al padrone e allo sfruttatore che la gestiscono in maniera monopolistica, agendo sulla psiche e sulla consapevolezza del lavoratore. Su questo dobbiamo intervenire.

Questo intervento presuppone competenze e professionalità.

Certo. A chi insegna italiano ai migranti dovrebbe essere richiesta una professionalità molto alta, un’esperienza che sia, anche dal punto di vista metodologico, evoluta. Bisogna conoscere non solo la lingua, ma anche la cultura del migrante col quale ci si interfaccia, il suo modo di esprimersi verbale e non verbale, la sua storia. Questo serve per calibrare l’insegnamento sulla base delle esigenze quotidiane di quella persona. Al di là della lingua, si insegna alla persona a essere autonoma nelle sue relazioni sociali. Qui nel Pontino abbiamo registrato casi di lavoratori sfruttati che hanno pagato anche 800 euro semplicemente per rinnovare la carta d’identità perché ritenevano che l’unica possibilità a loro disposizione fosse quella di rivolgersi al caporale che, a sua volta, intratteneva rapporti con un impiegato comunale corrotto. Una vera e propria estorsione a danno di lavoratori che, in molti casi, non hanno la liquidità necessaria per coprire cifre simili.

Il nostro compito è formare il lavoratore a 360 gradi, perché sappia che può rivolgersi direttamente all’ufficio comunale competente e non soltanto al caporale. Che, tanto per fare un esempio, il rinnovo della carta d’identità costa 10 euro e non 800. Questo è l’obiettivo di base che la cooperativa In Migrazione si propone.

Ma come è possibile creare un indotto virtuoso in assenza di programmazione, di specifici bandi e di finanziamenti? Si può affidare questo compito al buon cuore di poche persone che agiscono, sul territorio, in un’ottica di mero volontariato? Perché è vero che per collaborare in progetti come questo servono competenze. Ma è vero pure che la professionalità, in qualche modo, va retribuita. In quest’ottica, come si traghetta l’esperienza di In Migrazione in altre realtà italiane?

Uscire dalla logica del volontariato è assolutamente necessario, è ovvio. La cooperativa In Migrazione, infatti, promuove veri contratti di lavoro. Ma per farlo, innanzitutto occorre stabilire un dialogo continuo con tutte le realtà che si occupano di formazione, per diffondere le buone pratiche e i risultati fin qui ottenuti. Poi è necessario che le istituzioni, come lei sottolinea, facciano un passo in avanti. Non possiamo continuare ad agire in assenza di bandi e progetti, specie nei territori sensibili. Bisogna uscire dalla logica del volontariato tout court, professionalizzandoci il più possibile. Lo Stato deve investire a tutti livelli: tanto quello nazionale quanto quello locale. E, in quest’ottica, non si possono approvare progetti che hanno un respiro di sei od otto mesi al massimo. Servono azioni pluriennali se si vuole riformare il sistema. Anche perché la vita dei braccianti sfruttati va avanti giorno dopo giorno, e non rispetta la durata dei finanziamenti.

Il progetto Bella Farnia, di cui prima le ho parlato, ha avuto una durata di nove mesi. Personalmente ho continuato a portarlo avanti gratuitamente fino a oggi, coadiuvato da avvocati e mediatori. Siamo entrati nelle case dei braccianti, nei negozi, nei luoghi d’incontro, nelle aziende. Perché non era possibile, a nostro avviso, annullare un percorso virtuoso già avviato e deludere le aspettative di quelle persone. E questa è una delle ragioni per cui ho subito di tutto: atti vandalici, intimidazioni a vario livello, minacce.

Nell’ultima occasione il cofano e i vetri della sua auto sono stati sfondati e gli pneumatici squarciati. Ed è chiaro che il tentativo è stato quello di mettere il bavaglio a un’informazione, la sua, in grado di spezzare le catene di quel rapporto duale tra sfruttato e sfruttatore. Innescando la consapevolezza dei propri diritti diventa più difficile costringere un uomo a lavorare per 12 o 14 ore al giorno. Ma di fronte a queste minacce, le si sente tutelato?

No, non mi sento tutelato. È vero che ci sono persone che mi tutelano all’interno della mia cooperativa, nel mondo delle associazioni, della Flai Cgil, della Federazione nazionale della stampa italiana e nella comunità indiana. Ma resta il fatto che l’aggressione che ho subito ha un’origine. E quell’origine non è stata ancora aggredita. Le faccio un ulteriore esempio. Non è un caso che lì dove c’è un fenomeno di grave sfruttamento di manodopera nei campi c’è sempre un grande mercato ortofrutticolo. Nel caso della provincia di Latina, il mercato è quello di Fondi. Lì la presenza mafiosa è una realtà decennale accertata da sentenze passate in giudicato. Ma la politica non ha ancora fatto nulla per riformare in maniera radicale quel genere di mercato. Sono rimasti fermi, semplicemente. Regolamentare in maniera stringente attraverso una serie di norme e di controlli quel genere di mercato consentirebbe, invece, di sottrarre alla criminalità una quota consistente del proprio business illegale. Farebbe perdere loro la capacità d’esercitare violenza e, diciamolo, gran parte della loro arroganza.

Molti di questi personaggi andrebbero in carcere. E ciò permetterebbe di arginare almeno una parte di quelle violenze che noi subiamo in una provincia in cui il giornalista che si occupa di fatti di mafia o di caporalato viene costantemente aggredito. Fisicamente, attraverso le denunce temerarie o, ancora, attraverso l’intimidazione politica. Ci sono giornalisti che hanno ricevuto più di 50 denunce da parte di politici locali. E, guarda caso, dopo qualche tempo quegli stessi politici sono finiti in carcere per reati penali di diversa natura.

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Borgo Hermada from kapil247 on Vimeo.

 





Courtesy of Terre di Frontiera
Source: https://www.terredifrontiera.info/intervista-marco-omizzolo/
Publication date of original article: 08/10/2018
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=24258

 

 
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