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 19/07/2018 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 AFRICA 
AFRICA / La peste neoliberista: AIDS e globalizzazione
Date of publication at Tlaxcala: 21/06/2018
Original: Neoliberal plague: AIDS and global capitalism

La peste neoliberista: AIDS e globalizzazione

Jason Hickel

Translated by  Margherita Russo

 

Perché, nonostante i miliardi di dollari di interventi e trent’anni di appelli di alto profilo, l’AIDS rimane un problema così pressante?

In particolare, è sconcertante il caso dell’Africa meridionale, dove circa il 20 per cento della popolazione adulta è affetta dall’HIV. Nel mio paese, lo Swaziland [secondo l’UNICEF, lo Swaziland ha il più alto tasso di diffusione dell’HIV al mondo, NdT], si arriva fino al 42% nelle donne seguite durante la gravidanza. Si tratta di cifre inquietanti in qualsiasi contesto, ma che risultano davvero spaventose alla luce del massiccio sforzo di prevenzione che è stato avviato sin dagli anni 80. Chiaramente nella lotta contro l’AIDS qualcosa non funziona.
 
La campagna anti-AIDS sta fallendo principalmente perché si basa su una percezione errata del problema. È basata sull’ipotesi che l’incidenza dell’AIDS rifletta una cultura di promiscuità sessuale, depravazione morale e fondamentale ignoranza degli africani. Questo è il motivo per cui i principali programmi contro l’AIDS – promossi dalla Banca Mondiale, UNAIDS e dalla maggior parte delle ONG – promuovono come principali soluzioni “consapevolezza” e “cambiamenti nel modo di comportarsi”.
 
Questa narrazione non solo sottintende un razzismo di fondo, ma è anche, semplicemente, falsa: i sudafricani conoscono bene l’HIV/AIDS. In realtà, le statistiche dimostrano che la maggior parte di loro è perfettamente informata, spesso meglio degli occidentali. Il problema è che questa conoscenza non si traduce in modifiche del comportamento. Uno studio recente dimostra che la consapevolezza “influisce sul comportamento di, al massimo, una persona su quattro – generalmente i più ricchi”. In altre parole, i programmi di “cambiamento del comportamento” falliscono in tre casi, contro uno in cui sono efficaci.
 
Questo spiega molte cose. I ricchi rispondono alle campagne di sensibilizzazione perché la loro partecipazione a comportamenti sessuali a rischio è volontaria. Non è così per i poveri. Per loro, i comportamenti sessuali a rischio sono generalmente imposti da fattori strutturali al di fuori del loro controllo. Nell’Africa meridionale, i poveri sono spesso costretti ad emigrare per lavoro e a prostituirsi solo per guadagnarsi da vivere. Questi sono i fattori chiave della trasmissione dell’HIV, e necessitano di un nuovo approccio al problema. Invece di prendere di mira il comportamento sessuale, bisogna focalizzarsi sulle condizioni in cui tale comportamento sessuale si verifica. È qui che risiede la vera patologia. In Africa del sud ciò implica capovolgere la responsabilità: dalle vittime dell’AIDS a una serie specifica di potenti attori, che hanno manipolato l’economia regionale a proprio vantaggio, e contestualmente sottoposto milioni di persone a condizioni che facilitano la diffusione dell’HIV. L’AIDS non è una malattia, è un sintomo – il sintomo di un’ingiustizia.  

Il circuito di migrazione della forza lavoro

Una delle ragioni per cui l’Africa meridionale ha tassi di HIV più elevati rispetto ad altre regioni povere è il suo caratterizzarsi per un particolare sistema di migrazioni cicliche. Durante l’era coloniale, i capitalisti europei avevano bisogno di offerta costante di lavoratori neri a buon mercato per le loro miniere, piantagioni e fabbriche. A questo scopo, limitavano l’accesso degli africani ai terreni coltivabili e imponevano tasse per spingerli sul mercato del lavoro. Ma gli europei non volevano che i lavoratori africani si stabilissero in modo permanente nelle aree urbane. Trasferivano invece i lavoratori in modo temporaneo e poi li rispedivano nelle “riserve autoctone”, quando non servivano più.
 
Il sistema di migrazioni cicliche ha permesso agli europei di ottenere profitti enormi. Le aziende potevano pagare i lavoratori migranti molto meno di quanto gli abitanti permanenti delle città richiedessero per sostenere le loro famiglie, poiché la differenza era colmata da attività di sussistenza non pagate svolte nelle riserve. Questo sistema continua fino ai nostri giorni: ad esempio, i lavoratori non qualificati in Sudafrica provengono fin dal Malawi, e tornano a casa mediamente una volta all’anno.
 
Quando l’HIV ha colpito il continente nei primi anni 80, si è diffuso rapidamente attraverso queste reti di migrazione. Si trattava di un’epidemia annunciata. In Sudafrica la diffusione dell’HIV è quasi tre volte più alta tra i lavoratori migranti rispetto ai non migranti. La migrazione favorisce i comportamenti sessuali ad alto rischio tra gli uomini che sono lontani per lunghi periodi di tempo, e questo aumenta di dieci volte le infezioni da HIV nelle loro partner.
 
Questi alti tassi d’infezione da HIV hanno a che fare con le condizioni che caratterizzano le destinazioni dei migranti, come le miniere e le piantagioni. Sono zone di iper-sfruttamento: gli alti tassi di infortuni, depressione e solitudine tra i lavoratori, insieme alla costante disponibilità di alcol e prostitute che i gestori mettono a disposizione per scoraggiare il dissenso, sono tutti fattori che incoraggiano comportamenti a rischio. La carenza di servizi sanitari in queste zone comporta che anche le malattie veneree facilmente curabili non vengano curate, il che aumenta la probabilità di trasmissione dell’HIV fino al 400 per cento. Questo è il motivo per cui i tassi d’infezione più alti al mondo si trovano nei luoghi di lavoro dei migranti, dove raggiungono talvolta il 70%.
 
Se le persone conoscono questi rischi, allora perché emigrano? Detto in poche parole: di solito non hanno scelta. Le rimesse inviate a casa dai migranti sono fondamentali per la sopravvivenza delle famiglie e molte di esse non hanno altra fonte di reddito; non possono permettersi di rinunciare a questi necessari redditi in nome della solidarietà geografica. Quando le famiglie vengono forzatamente disperse in tutto il subcontinente, “astinenza” e “fedeltà” – i valori promossi dalle campagne di prevenzione dell’HIV – diventano ideali impossibili, sia per gli uomini che per le donne.

Le regole imposte dall’Occidente

Se il sistema coloniale limitava fortemente le opzioni di sostentamento degli africani, il nuovo capitalismo globalizzato è andato ben oltre. A partire dal 1980, il FMI e la Banca Mondiale hanno imposto la terapia d’urto del libero mercato alle economie africane in linea con i principi neoliberali. Lo hanno fatto attraverso “programmi di riforme strutturali” che hanno ridotto la spesa per i servizi come la sanità, imposto la privatizzazione dei beni pubblici e l’abolizione dei dazi commerciali (una delle principali fonti di reddito per i paesi poveri), allo scopo di aprire nuovi mercati e creare “opportunità di investimento” per le aziende occidentali. Hanno anche alzato i tassi di interesse per mantenere bassa l’inflazione, in modo che il valore dei debiti verso l’Occidente non diminuisse, anche se ciò ostacolava la capacità dei governi di stimolare la crescita.
 
L’idea sottostante era che le riforme strutturali avrebbero generato sviluppo. È avvenuto tutt’altro. L’Africa sub-sahariana godeva di un tasso di crescita pro capite costante dell’1,6 per cento durante gli anni 60 e 70, ma a partire dagli anni 80 la crescita cominciò a scendere a un tasso dello 0,7 per cento all’anno. Il PNL medio con le riforme strutturali si è ridotto di circa il 10%, e il numero di africani che vivono sotto la soglia di povertà è quasi raddoppiato. La disuguaglianza è cresciuta a ritmi senza precedenti, arricchendo le élite locali corrotte (basta considerare la rapida ascesa della borghesia nera del Sudafrica) a spese di un crescente sottoproletariato.
 
Queste politiche hanno colpito particolarmente gli agricoltori rurali. L’abolizione dei controlli su prezzi, sussidi e dazi ha reso più difficile la sussistenza degli agricoltori. Inoltre, le regole del libero scambio hanno permesso alle grandi aziende agricole, spesso di proprietà estera, di impossessarsi di vaste aree dei migliori terreni agricoli della regione. Di conseguenza, gli agricoltori sono costretti a trasferirsi in baraccopoli urbane, in cerca di miglior fortuna. Ma dal momento che nelle città non trovano impieghi regolari, non possono permettersi di trasferirsi in modo permanente, e continuano a spostarsi. Una forma di colonialismo 2.0.

Prostituzione

L’altro fattore chiave della trasmissione dell’HIV nell’Africa australe è la prostituzione. La maggior parte dei guru dell’AIDS parlano di prostituzione come se fosse una scelta consapevole delle donne, oppure attribuiscono agli uomini africani il ruolo di predatori sessuali. Ma non è così semplice. Le donne si prostituiscono con uomini più ricchi di loro perché non hanno accesso alle risorse necessarie per vivere. Ciò comporta spesso la rinuncia al controllo sui termini del rapporto sessuale, come l’uso del preservativo.
 
A queste condizioni, le campagne che si concentrano sulla promozione della consapevolezza tra le donne hanno scarso effetto. Tutte le indagini arrivano alla conclusione che una maggiore conoscenza non aiuta le donne ad evitare comportamenti sessuali a rischio: la loro disperazione economica è tanto grave da superare le preoccupazioni per la propria salute. In altre parole, le donne sono disposte a rischiare una minaccia per la salute (HIV) per allontanarne un’altra, più immediata (la fame).
 
Le donne che riescono a trovare un lavoro stabile hanno meno incentivi a prostituirsi, ma impieghi di questo tipo sono quasi impossibili da trovare. Le riforme strutturali hanno decimato i livelli di occupazione, esponendo le industrie nascenti ad una concorrenza devastante e a tassi di interesse proibitivi. Il tasso di disoccupazione si avvicina attualmente al 40% in gran parte della regione – un dato molto peggiore di prima che le banche occidentali si presentassero con le loro promesse di “sviluppo”.
 
L’Organizzazione Mondiale del Commercio si è unita al saccheggio delle economie africane sin dai suoi inizi, nel 1995, contribuendo direttamente all’incidenza di AIDS nella regione. Ad esempio, l’industria tessile dello Swaziland, un tempo prospera, è stata annientata nel 2005, quando la WTO ha liberalizzato il commercio tessile globale. Le fabbriche sono state costrette a chiudere da un giorno all’altro, i produttori si sono trasferiti in Asia dove la manodopera era meno costosa, e circa 30.000 donne sono rimaste senza lavoro. Molte di queste donne sono finite nel giro della prostituzione per sopravvivere, e la lotta contro l’AIDS ha subito una monumentale battuta d’arresto.

Farmaci salvavita

Una delle cose più inquietanti dell’epidemia di AIDS è che la si sarebbe potuta arginare facilmente se si fossero utilizzati fin dal primo stadio i farmaci antiretrovirali salvavita (ARV). Non solo gli ARV prevengono che dalla fase di infezione da HIV si passi allo sviluppo dell’AIDS, ma riducono anche i tassi di trasmissione della malattia e incoraggiano le persone a sottoporsi al test.
 
Ma le società farmaceutiche occidentali hanno fatto cartello per portare il prezzo di questi farmaci essenziali fuori dalla portata dei poveri. Una volta introdotti nel mercato, gli ARV brevettati costavano fino a 15.000 dollari per un anno di cura. I produttori di generici avrebbero potuto produrre gli stessi farmaci per una piccola frazione di quel prezzo, ma il WTO li ha vietati con l’accordo TRIPS del 1995 per proteggere il monopolio di Big Pharma.
 
Solo nel 2003 il WTO ha ceduto alle pressioni degli attivisti e ha permesso all’Africa meridionale di importare farmaci generici, ma a quel punto era troppo tardi – la diffusione dell’HIV aveva già raggiunto proporzioni devastanti. In altre parole, gran parte dell’incidenza di AIDS nella regione può essere direttamente attribuita alle regole del WTO e alle corporazioni che le hanno difese. E sono pronti a colpire ancora: il WTO abolirà le esenzioni dai brevetti per i paesi poveri dopo il 2016. [Nel 2016, l’OMC ha deciso di estendere l’esenzione dai brevetti sui farmaci per i paesi più poveri fino al 2033, NdT]
 
La mancanza di farmaci di base è andata di pari passo con il collasso generale delle istituzioni sanitarie pubbliche. Le riforme strutturali e le politiche commerciali del WTO hanno costretto gli Stati a tagliare le spese per ospedali e personale al fine di ripagare gli odiosi debiti all’Occidente. Lo Swaziland, epicentro del mondo dell’AIDS, è stato duramente colpito da questi tagli. Quando l’ho visitato l’ultima volta, ho scoperto che molte cliniche un tempo attive erano vuote e fatiscenti. Il neoliberismo ha sistematicamente distrutto la prima linea di difesa contro l’AIDS.
 
Il punto è che le politiche che negano ai poveri l’accesso alle medicine salvavita e distruggono l’assistenza sanitaria pubblica provengono dalle stesse istituzioni e interessi che hanno contribuito in primo luogo a creare le condizioni per la trasmissione dell’HIV.

Inversione della colpa

Alla luce di tutto ciò, la retorica di “responsabilità individuali”, “modifiche dei comportamenti” e “depravazione morale” che definisce il dibattito sull’AIDS comincia a sembrare abbastanza grottesca. Parliamoci chiaro: non è la cultura dei contadini e dei lavoratori africani a essere moralmente depravata, ma la cultura di istituzioni come il WTO e il FMI. L’economista Joseph Stiglitz ha descritto queste istituzioni come le più corrotte e anti-democratiche del mondo, gestite da una cabala di interessi aziendali delle élite.
 
La neoliberalizzazione forzata dell’Africa non è solo frutto della cieca devozione a ideali economici in seguito rivelatisi sbagliati. Era stata progettata per creare crisi e debito. Gli stati occidentali, le banche e le multinazionali hanno guadagnato miliardi di dollari dalle privatizzazioni, dall’estrazione mineraria, dalla manodopera a basso costo e dal pagamento del debito: un flusso netto di ricchezza dai paesi poveri ai paesi ricchi, che supera di gran lunga i magri aiuti che scorrono nella direzione opposta.
 
Se qualcuno ha bisogno di modificare il suo comportamento, questo qualcuno sono le istituzioni che hanno orchestrato una simile rapina. L’epidemia di AIDS è un sintomo della crisi che costoro hanno causato, e continuerà a infuriare finché il saccheggio perdura.
 
Se si vuole seriamente contrastare l’AIDS, è necessario un nuovo approccio. Dobbiamo liberare i paesi poveri dall’obbligo delle riforme strutturali, in modo che possano ricostruire le loro economie usando dazi, sovvenzioni, spesa pubblica e bassi tassi di interesse, le stesse politiche utilizzate dai paesi ricchi. Dobbiamo cancellare i debiti “odiosi”, in modo che i paesi poveri possano spendere soldi per servizi sanitari e non per pagare interessi. Dobbiamo modificare i TRIPS perché la distribuzione dei farmaci salvavita sfugga alle logiche del lucro. E dobbiamo modificare l’accordo sull’agricoltura del WTO, per vietare il dumping di prodotti agricoli sovvenzionati nei paesi poveri. Ciò significa riformare la Banca Mondiale, il FMI e il WTO, dove il potere di voto è monopolizzato da nazioni ricche e interessi particolari.
 
La Banca Mondiale e la Fondazione Gates – i maggiori finanziatori delle campagne di prevenzione dell’AIDS – non possono essere incaricati di questi compiti, in quanto hanno interessi chiari nelle stesse politiche (debito, riforme strutturali e leggi sui brevetti) che hanno creato il problema.
 
Per concludere, combattere l’AIDS significa sfidare il potere delle nazioni ricche sulle risorse del pianeta; significa creare un mondo in cui le politiche economiche vengono decise democraticamente e dove il capitale è al servizio dell’umanità piuttosto che il contrario. La crisi dell’AIDS offre un’opportunità straordinaria per farlo. Con oltre un milione di morti l’anno a causa dell’AIDS nella sola Africa meridionale, non c’è mai stato un mandato più potente per chiamare a rispondere delle loro azioni i princìpi del capitalismo neoliberale.




Courtesy of Voci Dall'Estero
Source: http://blogs.lse.ac.uk/africaatlse/2013/03/08/neoliberal-plague-aids-and-global-capitalism/
Publication date of original article: 08/03/2013
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=23633

 

Tags: ColonialismoAfricaAIDS/HIVNeoliberismoBanca MondialeFMIFondazione GatesPovertàGlobalizzazione
 

 
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