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 25/06/2018 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / La storia della vittoria russa sul nazismo (o la storia della seconda guerra mondiale raramente ascoltata in Occidente)
Date of publication at Tlaxcala: 11/06/2018
Original: The Russian V-Day story (or the history of World War II not often heard in the West)

La storia della vittoria russa sul nazismo (o la storia della seconda guerra mondiale raramente ascoltata in Occidente)

Michael Jabara Carley

Translated by  Rachele Marmetti

 

L’Unione Sovietica s’è accollata l’80% dello sforzo bellico e ha pagato la vittoria con 27 milioni di morti. Eppure l’opinione pubblica occidentale attribuisce agli anglo-americani il merito di aver liberato il mondo da Hitler: una falsità sedimentata da una propaganda bellica perpetuata da falsi storiografi e celebrata da Hollywood.

Ogni anno, il 9 maggio, la Federazione di Russia commemora un avvenimento storico d’importanza capitale: la Giornata della Vittoria. Il 9 maggio 1945 il maresciallo Georgij Kostantinovič Žukov, comandante il primo fronte bielorusso, che aveva devastato Berlino, ricevette la resa incondizionata dei tedeschi. 
La Grande Guerra Patriottica è durata 1.418 giorni d’inimmaginabili violenza, distruzione e brutalità. Da Stalingrado e dal Caucaso settentrionale, passando per il nord-ovest della periferia di Mosca, sino ai confini occidentali dell’Unione Sovietica, sino a Sebastopol, nel sud, sino a Leningrado e alla frontiera con la Finlandia a nord: l’intero Paese è stato devastato. Si stima che le perdite civili – uomini, donne, bambini – ammontino a 17 milioni, benché sia impossibile stabilirne il numero esatto. Tante città e villaggi furono distrutti, intere famiglie spazzate via, senza che nessuno sia sopravvissuto per serbarne il ricordo e per rimpiangerle.
 

La maggior parte dei cittadini sovietici perse i membri della famiglia durante la guerra

Alle vittime civili bisogna sommare i soldati russi: nelle battaglie per respingere il tremendo invasore nazista e nell’offensiva finale, che portò all’invasione di Berlino a fine aprile 1945, ne morirono oltre dieci milioni. Totale vittime russe: 27 milioni.
Nella marcia verso l’Occidente, i morti dell’Armata Rossa furono abbandonati insepolti o tumulati in fosse comuni. Non c’era tempo. La maggior parte dei cittadini russi ha perso famigliari durante la guerra. Nessuno è stato risparmiato.
 
La Grande Guerra Patriottica iniziò il 22 giugno 1940, alle 3.30 del mattino, quando la Wehrmacht invase l’Unione Sovietica lungo un fronte che si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero, con 3,2 milioni di soldati, suddivisi in 150 divisioni, 3.350 carri armati, 7.184 pezzi d’artiglieria, 600.000 camion e 2.000 aerei da combattimento. Gli eserciti di Finlandia, Italia, Romania, Ungheria, Spagna e Slovacchia, fra gli altri, si unirono all’esercito tedesco [1]. L’Alto Comando tedesco aveva stimato che l’Operazione Barbarossa avrebbe portato in 4-6 settimane alla capitolazione dell’Unione Sovietica. In Occidente, gli stati-maggiori statunitensi e britannici concordavano. Per di più non c’era esercito che potesse vantarsi di aver vinto la Wehrmacht. La Germania nazista era un colosso invincibile.  La Polonia era stata spazzata via in pochi giorni. Il tentativo franco-britannico di difendere la Norvegia era stato un fiasco. Quando la Wehrmacht attaccò a ovest, l’esercito belga abbandonò in fretta il campo. La Francia si arrese in poche settimane. A Dunkerque l’esercito britannico fu ricacciato, spogliato, senza armi né mezzi di trasporto [2]. Nella primavera del 1941 Jugoslavia e Grecia furono spazzate via, al minimo costo per i tedeschi.
 

Le perdite dell'Armata Rossa erano inimmaginabili, due milioni di soldati persi nei primi tre mesi e mezzo di guerra.

Prima di giungere alla frontiera dell’Unione Sovietica, in Europa l’esercito tedesco aveva spazzato via ogni resistenza. L’Armata Rossa fu colta di sorpresa, mobilitata solo in parte perché il dittatore sovietico, Joseph Stalin, non aveva preso seriamente gli avvertimenti dei servizi segreti, o forse non voleva provocare Hitler. Fu la catastrofe. Però, a differenza di Polonia e Francia, l’Unione Sovietica non si arrese in 4-6 settimane. Le perdite dell’Armata Rossa furono colossali: due milioni di soldati morti nei primi tre mesi e mezzo di guerra, gli Stati baltici persi, Smolensk caduta; poi cadde di Kiev, nella più cocente disfatta dell’intera guerra. Leningrado assediata. Un vecchio chiese ai soldati: «Ma dove eravate trincerati?». 

Caos ovunque. Ma, in luoghi come la fortezza di Brest-Litovsk, in centinaia di boschi, campi, snodi stradali, città e villaggi anonimi, l’Armata Rossa si batté fino all’ultimo respiro. Riuscì a evitare l’accerchiamento e poté raggiungere le proprie linee o sparire nelle foreste e nelle paludi della Bielorussia e del nord dell’Ucraina, indi organizzarsi in unità di resistenza e sferrare incursioni contro le retrovie tedesche. Alla fine del 1941 i soldati sovietici morti erano 3 milioni (in maggior parte prigionieri di guerra, uccisi per mano tedesca); 177 divisioni annientate. Tuttavia, l’Armata Rossa continuò a battersi, riuscendo a fine agosto a respingere i tedeschi a Ielnia, a sud-est di Smolensk. La Wehrmacht cominciò a sentire il morso di un’Armata Rossa scossa ma non prostrata. I tedeschi contavano perdite di 7.000 uomini al giorno: un’esperienza nuova per loro.
 

In posti come la fortezza di Brest, le unità dell'Armata Rossa hanno combattuto spesso fino all'ultimo soldato

Nella scia della Wehrmacht, gli Einsatzgruppen, gli squadroni della morte delle SS,  eliminavano ebrei, zingari, comunisti, prigionieri di guerra sovietici e chiunque si trovasse sul loro cammino. Per compiere questi crimini di massa poterono contare sull’aiuto dei collaborazionisti dei nazisti: baltici e ucraini. Le donne e i bambini sovietici venivano denudati e allineati davanti al plotone d’esecuzione. In pieno inverno i soldati tedeschi uccidevano gli abitanti dei villaggi o li costringevano a uscire dalle case, vestiti di soli stracci, e gli confiscavano le abitazioni, vestiti invernali e cibo.
 
In Occidente, quelli che avevano profetizzato una rapida disfatta russa, i sempiterni sovietofobi, non avevano di che rallegrarsi e si rassegnarono a rivedere le previsioni. L’opinione pubblica comprese che Hitler aveva messo i piedi in un pantano; nessun denominatore comune con la campagna di Francia. Benché la resistenza sovietica godesse del sostegno dell’uomo comune inglese, il governo britannico non mosse praticamente un dito. Alcuni membri del governo erano restii persino a considerare l’Unione Sovietica un alleato. Churchill vietò alla BBC di trasmettere, la domenica sera, l’inno nazionale sovietico, l’Internazionale, insieme agli inni degli altri alleati.
 

L'opinione pubblica occidentale capì che la Germania hitleriana era entrata in un pantano, non in un'altra campagna in Francia.

L’Armata Rossa, seppure ritirandosi, continuò a combattere disperatamente. Non era una guerra ordinaria, bensì una lotta di violenza inaudita, contro un invasore crudele, per difendere la propria casa, la propria famiglia, il proprio Paese, la stessa propria vita. In novembre l’Armata Rossa lanciò sopra le linee tedesche un volantino che citava Carl von Clausewitz, lo stratega militare prussiano: «È impossibile occupare o conquistare la Russia». Date le circostanze, si trattava ovviamente di una provocazione, non per questo priva di verità. Alla fine, a dicembre 1941, circa trecento chilometri a sud di Mosca, l’Armata Rossa, al comando di Georgij Žukov, respinse le truppe sfinite della Wehrmacht. Il mito dell’invincibilità dei nazisti era andato in frantumi. L’Operazione Barbarossa si rivelò troppo ambiziosa, l’offensiva lampo (Blitzkrieg) aveva fallito, e la Wehrmacht subì il primo scacco sul piano strategico. A Londra, Churchill permise a malincuore alla BBC di trasmettere l’inno sovietico.
 

L'immagine dell'invincibilità nazista fu distrutta

Nel 1942 l’Armata Rossa, lasciata sola dagli alleati, continuò a subire sconfitte e pesanti perdite. Tuttavia, a novembre dello stesso anno, a Stalingrado, sul Volga, l’Armata Rossa lanciò una controffensiva che si concluse con una vittoria storica e con il ritiro della Wehrmacht alle posizioni di partenza; a eccezione del 6° corpo d’armata tedesco, intrappolato nel calderone di Stalingrado. Qui, 22 divisioni tedesche, fra le migliori, furono distrutte. Stalingrado fu la Verdun della seconda guerra mondiale. «È un vero inferno!»; «No… È dieci volte peggio!» 
Alla fine della campagna d’inverno del 1943 le perdite dell’Asse si moltiplicarono: un centinaio di divisioni tedesche, italiane, rumene e ungheresi furono annientate o devastate. Il presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, riconobbe che le sorti del conflitto erano ribaltate: l’ultima ora della grande Germania era suonata.
 

Donne soldato durante la battaglia di Stalingrado

Febbraio 1943, sedici mesi prima dello sbarco in Normandia. Non una sola divisione britannica, statunitense o canadese si stava battendo in Europa contro la Wehrmacht. Britannici e statunitensi stavano combattendo in Nordafrica contro due o tre divisioni tedesche: una passeggiata a confronto del fronte russo. L’opinione pubblica occidentale sapeva chi stava portando l’intero fardello della guerra contro la Wehrmacht. Nel 1942 l’80% delle divisioni dell’Asse erano impegnate a combattere contro l’Armata Rossa. All’inizio del 1943 c’erano 207 divisioni tedesche sul fronte orientale. A luglio 1943 i tedeschi tentarono il tutto per tutto e lanciarono un’ultima offensiva contro la “cittadella” di Kursk. L’operazione fu un fallimento. L’Armata Rossa lanciò una controffensiva attraverso l’Ucraina, che portò in novembre alla liberazione di Kiev. Un mese prima, più a nord, Smolensk era stata liberata.
 
Lo stato d’animo dei sovietici e dell’Armata Rossa era ammirevole. Il corrispondente di guerra Vasilij Semënovič Grossman ne ha colto l’essenza nel suo diario, Uno scrittore in guerra (1941-1945), Adelphi Edizioni. Nel 1942 Grossman scriveva: «I veicoli, l’artiglieria avanzano in silenzio. All’improvviso si sente una voce rauca. “Ehi! Qual è la strada per Berlino?”. Scoppio di risate».
 

L'opinione pubblica occidentale sapeva chi stava portando il fardello della guerra contro la Wehrmacht

Non sempre i soldati erano valorosi. Talvolta disertavano. 
«Un capo di battaglione, armato di due revolver, si mise a urlare, “Dove correte, sporchi figli di… Avanti, in marcia! Per la Madre Patria, per Gesù Cristo, banda di rotti in c…! Per Stalin, pezzi di merda!...”»
Ritornarono al loro posto. Questi tipi furono fortunati, l’ufficiale avrebbe potuto abbatterli. Il che succedeva, a volte. Un soldato si è offerto volontario per giustiziare un disertore.  
«Hai provato pietà per lui?» gli chiede Grossman. 
«Come si fa a parlare di pietà?!» gli risponde il soldato. 
A Stalingrado, sette uzbeki furono accusati di autolesionismo. Furono tutti giustiziati. Grossman lesse una lettera ritrovata nella tasca di un soldato sovietico morto. «Mi manchi tanto. Vieni a trovarmi, per piacere… Mentre scrivo queste parole le lacrime bagnano il foglio. Papà, per favore, vieni a trovarmi…».

Le donne hanno combattuto nella resistenza, a fianco degli uomini, come cecchine, artigliere, carriste, piloti, infermiere. Hanno aiutato anche le forze armate. «I villaggi sono diventati il regno delle donne», scrive Grossman. «Le donne guidano i trattori, fanno la guardia ai depositi, alle scuderie… Le donne si assumono un enorme carico di lavoro. Si prendono ogni responsabilità, spediscono al fronte pane, aerei, armi e munizioni». 
Quando i combattimenti infuriavano sul Volga, le donne non hanno rimproverato ai loro uomini di aver ceduto tanto terreno. «Solo uno sguardo, non una parola», scrive Grossman «… nemmeno una punta di amarezza». Benché, talvolta, nei villaggi vicino al fronte le cose siano andate diversamente.
 

Era solo una questione di tempo prima della distruzione della Germania nazista

Nel frattempo, gli alleati attaccarono l’Italia. Stalin aveva preteso a lungo l’apertura di un secondo fronte in Francia, ma Churchill si era sempre opposto. Voleva attaccare l’Asse nel suo punto debole, non per aiutare l’Armata Rossa, bensì per controbilanciarne l’avanzata nei Balcani. L’intento era attraversare rapidamente il nord della penisola italiana, arrivare nei Balcani, e così bloccare l’avanzata dell’Armata Rossa. Berlino però era a nord-nord est. Il piano di Churchill era destinato al fallimento; gli Alleati occidentali entrarono a Roma solo nel giugno del 1944. In Italia c’erano circa 20 divisioni tedesche che combattevano contro forze alleate numericamente superiori. A est c’erano ancora oltre duecento divisioni dell’Asse, ossia dieci volte quelle in Italia. Il 6 giugno 1944, quando in Normandia ebbe inizio l’Operazione Overlord, l’Armata Rossa rimase sulle frontiere polacche e rumene. Una quindicina di giorni dopo lo sbarco in Normandia, l’Armata Rossa lanciò l’Operazione Bagration, una massiccia offensiva che portò a uno sfondamento al centro del fronte orientale tedesco e a un’avanzata di oltre 500 chilometri a occidente, mentre gli alleati occidentali erano bloccati nella penisola del Cotentin, in Normandia [3].

Non si poteva resistere all’Armata Rossa. La caduta della Germania nazista era solo questione di tempo. Quando la guerra finì, nel 1945, risultò che l’Armata Rossa era responsabile dell’80% delle perdite della Wehrmacht. Questa percentuale si alza se si considera il periodo che precede lo sbarco in Normandia. «Chi non ha vissuto la durezza dell’estate 1941» scrive Grossman «non potrà apprezzare pienamente la gioia della vittoria». Le truppe, e il popolo, cantavano tanti inni per tenere alto il morale. 
SviashchennaiavoinaLa Sacra Guerra, era uno dei più popolari. I russi si alzano ancora in piedi quando lo sentono.
 
Gli storici stanno ancora discutendo su quando datare l’inizio della guerra in Europa. Alcuni propongono il 22 giugno 1941, quando la Wehrmacht ha varcato la frontiera dell’Unione Sovietica. Altri vorrebbero fossero le battaglie di Mosca, Stalingrado o Kursk. Durante la guerra, l’opinione pubblica occidentale sembrava dalla parte dell’Armata Rossa più di quanto lo fossero alcuni leader occidentali, come Winston Churchill, per esempio. Quanto a Roosevelt, era un politico molto più pragmatico e riconobbe di buon grado il ruolo preponderante dei sovietici nella guerra contro la Germania nazista. L’Armata Rossa, disse nel 1942 Roosevelt a un dubbioso generale, ha ucciso più soldati e distrutto più carri armati tedeschi di tutta la coalizione alleata messa insieme. Roosevelt sapeva che l’Unione Sovietica era il fulcro della grande coalizione contro la Germania nazista. Io chiamo FDR (Franklin Delano Roosevelt) il padrino della Grande Alleanza. Ciononostante, i detrattori dell’Unione Sovietica erano acquattati nell’ombra, in attesa del momento giusto per riemergere. Tanto più la vittoria sulla Germania nazista sembrava assicurata, tanto più rumorosi si fecero gli oppositori della Grande Alleanza.

Gli Stati Uniti possono essere un po’ suscettibili quando si parla del ruolo fondamentale dell’Armata Rossa nella distruzione della Wehrmacht. Replicano: «Che ne dite della Legge Affitti e Prestiti? [Lend-Lease Act dell’11 marzo 1941, che permise agli Stati Uniti di fornire agli Alleati grandi quantità di materiale, ndt] Senza il nostro sostegno logistico, l’Unione Sovietica non avrebbe sconfitto i tedeschi». 

In realtà, la maggior parte del materiale fornito con la Legge Affitti e Prestiti arrivò in Unione Sovietica solo dopo Stalingrado. I soldati dell’Armata Rossa chiamavano scherzosamente le scatole di conserva arrivate dagli Stati Uniti «il secondo fronte», dal momento che quello vero tardava ad arrivare. Nel 1942 l’industria sovietica produceva già molte più armi della Germania nazista. Il T-34 era un carro americano o  sovietico? Stalin si è sempre detto riconoscente al governo USA per le jeep e i camion Studebaker. Hanno accresciuto la mobilità dell’Armata Rossa. Voi americani avete fornito l’alluminio, sono soliti rispondere i russi, noi… il sangue. Fiumi di sangue…
 

L'uomo comune in Europa e negli Stati Uniti sapeva benissimo chi aveva portato il fardello contro la Wehrmacht.

Al termine della guerra, Gran Bretagna e Stati Uniti iniziarono subito a pensare a un’altra guerra, questa volta contro l’Unione Sovietica. A maggio 1945 l’alto comando britannico ideò il piano Unthinkable (Impensabile), un’offensiva top-secret, rafforzata dai prigionieri di guerra tedeschi, contro l’Armata Rossa. 

Che bastardi! Che ingrati! A settembre 1945 gli Stati Uniti previdero l’uso di 204 bombe atomiche per cancellare l’Unione Sovietica dalla carta geografica. Il presidente Roosevelt era morto in aprile e in poche settimane gli americani sovietofobi ne ribaltarono la politica. La Grande Alleanza fu solo una tregua nella Guerra Fredda iniziata a novembre 1917, dopo la presa di potere dei Bolscevichi, e ripresa nel 1945, alla fine del conflitto.

In quell’anno i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito avevano ancora contro l’opinione pubblica. In Europa e negli Stati Uniti chiunque sapeva benissimo a chi andava attribuita la sconfitta della Wehrmacht. Non si poteva adottare nuovamente, come nulla fosse, la strategia trita e ritrita dell’odio contro l’Unione Sovietica, senza prima far dimenticare il ruolo preponderante dell’Armata Rossa nella comune vittoria contro la Germania di Hitler. Gli Occidentali hanno perciò rispolverato il dossier del Patto di non-aggressione tra Hitler e Stalin dell’agosto 1939, omettendo intenzionalmente alcuni fatti antecedenti, come l’opposizione franco-inglese alla proposta sovietica di un trattato di sicurezza collettiva contro la Germania nazista e, soprattutto, il tradimento nei confronti della Cecoslovacchia, consegnata ai tedeschi con l’Accordo di Monaco del 1938. Come ladri nella notte, Londra e Washington svaligiarono la storia e si attribuirono il merito della vittoria contro la Germania nazista.

Già a dicembre 1939 i britannici pianificarono di pubblicare un libro bianco che attribuiva a Mosca la responsabilità del fallimento dei negoziati (primavera-estate 1939) per un’alleanza tra inglesi, francesi e sovietici. I francesi si opposero perché il libro bianco rischiava di rendere consapevole l’opinione pubblica del ruolo effettivo svolto dalla resistenza sovietica contro il nazismo, ben diverso da quello svolto da inglesi e francesi. Il libro bianco finì perciò nel dimenticatoio. Nel 1948 il Dipartimento di Stato diffuse una serie di documenti che attribuivano la responsabilità della seconda guerra mondiale a Hitler e a Stalin. Mosca rispose pubblicando a sua volta documenti che mettevano in luce le affinità tra mondo occidentale e nazismo. La propaganda occidentale spese molta energia per far assimilare all’opinione pubblica l’immagine dell’Unione Sovietica come firmataria del Patto di non-aggressione, invece che come la principale protagonista dell’annientamento della Wehrmacht. 
 

Alla fine della guerra, i ricordi della non aggressione nazi-sovietica nell'agosto del 1939 furono tirati fuori dal cassetto

C’è qualcuno che possa dire di non aver visto uno di quei film di Hollywood in cui lo sbarco in Normandia è presentato come la svolta decisiva della guerra? «Cosa sarebbe accaduto se lo sbarco fosse fallito?» si sente dire spesso. 
«Oh… non sarebbe cambiato molto» è la risposta appropriata. La guerra sarebbe durata più a lungo e l’Armata Rossa, arrivando da est, avrebbe piantato le sue bandiere sulle spiagge della Normandia. Ci sono anche i film che presentano la campagna di bombardamenti alleati contro la Germania come fattore decisivo per la vittoria. Nei film di Hollywood l’Armata Rossa è invisibile. È come se gli americani (e gli inglesi) si ornassero di allori che non hanno meritato.
 
Affrontando la seconda guerra mondiale, mi piace fare ai miei studenti questa domanda: chi ha sentito parlare dell’Operazione Overlord? Tutti alzano la mano. Poi chiedo: chi ha sentito parlare dell’Operazione Bagration? Quasi nessuno. Allora chiedo: chi ha vinto la guerra contro la Germania nazista? Gli americani, mi rispondono. Pochi studenti, generalmente quelli che hanno già seguito altri miei corsi, rispondono: l’Unione Sovietica.

Difficile per la verità farsi strada in un mondo occidentale dove le fakes news sono la norma. L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la cooperazione in Europa) e il parlamento europeo attribuiscono la responsabilità della guerra all’Unione Sovietica, sottintendendo [la continuità con l’odierna] Russia e il suo presidente, Vladimir Putin. In questa baraonda di accuse senza fondamento, Hitler viene quasi dimenticato. Questa disonesta versione della storia è sostenuta dagli Stati Baltici, dalla Polonia e dall’Ucraina, che urlano il loro odio per la Russia. Oggi i Paesi Baltici e l’Ucraina celebrano come gloria nazionale i collaborazionisti e le loro gesta. In Polonia, per alcuni la pillola è dura da ingerire; si ricordano troppo bene dei collaborazionisti [dei nazisti] ucraini che hanno assassinato decine di migliaia di polacchi in Volinia. Sfortunatamente, questi ricordi non hanno impedito ai teppisti polacchi di vandalizzare i monumenti ai morti dell’Armata Rossa e di profanare cimiteri di guerra sovietici. Oggi i nazionalisti polacchi non vogliono ricordarsi che l’Armata Rossa ha liberato la Polonia dall’invasore nazista.
 

I veterani, sempre meno ogni anno, escono con uniformi con giacche logore coperte da medaglie di guerra e ordini

In Russia, tuttavia, la propaganda mendace degli occidentali non produce alcun effetto. L’Unione Sovietica e anche la Federazione Russa hanno prodotto propri film sulla seconda guerra mondiale. I più recenti sono sulla difesa della fortezza di Brest-Litovsk e di Sebastopoli, e sulla battaglia di Stalingrado. Il 9 maggio, ogni russo rivolge un pensiero ai milioni di soldati che hanno combattuto e hanno perso la vita e ai milioni di civili che hanno sofferto e sono morti nelle grinfie dell’invasore nazista. I veterani, ogni anno sempre meno numerosi, indossano uniformi che non sono più della loro taglia o giacche logore coperte di medaglie e riconoscimenti vari. «Trattateli con tatto e rispetto», scrive Žukov nelle sue memorie: «È il meno che possiate fare, dopo tutto quello che hanno fatto per voi tra il 1941 e il 1945». Qualche anno fa, nel Giorno della Vittoria, osservandoli mi sono chiesto come abbiano potuto farcela dovendo convivere con la minaccia permanente di morte, con la desolazione e con così tante difficoltà.

Ogni anno, il 9 maggio sfila il reggimento degli “immortali”. I russi sparsi nelle città del Paese e all’estero marciano insieme a loro, portando grandi fotografie dei loro cari, uomini e donne, che hanno combattuto in guerra. «Non vi dimentichiamo e non vi dimenticheremo mai», sembrano voler dire.
 
N.d.T.:
[1] Adolf Hitler, che aveva sperimentato l’inettitudine bellica degli italiani in Albania, in Grecia e in Africa (tutti teatri dove fu costretto a intervenire per soccorrerli), non li voleva tra i piedi anche nella campagna contro l’Unione Sovietica. Ma Benito Mussolini insistette, così il Führer si rassegnò ad accettarne l’offerta di truppe. Il Duce cominciò a spedirne in URSS il 10 luglio 1941: 62 mila uomini, che in seguito divennero 229 mila. Il loro rimpatrio, al netto di legioni di morti e dispersi, terminò a febbraio 1943. Come Hitler aveva previsto, l’armata italiana in URSS si rivelò, per i tedeschi, più un peso che un ausilio. Le truppe del Duce erano poco addestrate, ancor meno inclini all’eroismo guerriero e soprattutto male equipaggiate: abbigliamento inadeguato alle rigidità climatiche, fucili obsoleti, rari e leggeri carri armati impotenti dinanzi ai T-34 sovietici. 

[2] Recenti ricerche storiche, alimentate anche da inediti documenti provenienti dal bunker del Führer a Berlino e recuperati dai sovietici che lo conquistarono, hanno acclarato come Hitler avesse ordinato di non infierire sulle truppe inglesi accerchiate a Dunkerque, in modo da consentire loro di rifugiarsi in Gran Bretagna. Tale atto di clemenza va iscritto nelle speranze, che all’epoca Hitler evidentemente non aveva smesso di coltivare, di un’intesa, se non proprio di un’alleanza, con Londra, in nome del comune anticomunismo.  

[3] L'Operazione Bagration prese nome da Piotr Ivanovic Bagration, maresciallo russo incaricato della difesa della Russia da Napoleone.  




Courtesy of Il Cronista
Source: https://www.strategic-culture.org/news/2018/05/09/russian-v-day-story-history-world-war-ii-not-often-heard-west.html
Publication date of original article: 09/09/2018
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=23539

 

Tags: RussiaURSSGuerraStoriaNazismoHitlerStalinPropaganda
 

 
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