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 21/07/2017 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 AFRICA 
AFRICA / Sahara occidentale: l’ultima colonia in Africa
Intervista a Malainin Lakhal
Date of publication at Tlaxcala: 09/03/2017
Original: The last colony in Africa: Western Sahara
Interview with Malainin Lakhal

Translations available: عربي  Español  Português  Français 

Sahara occidentale: l’ultima colonia in Africa
Intervista a Malainin Lakhal

African Democratic Institute (ADI) المعهد الديمقراطي الأفريقي

Translated by  Gianna Carroni

 

Malainin Lakhal, 45 anni, è un traduttore, difensore dei diritti umani e giornalista freelance saharawi, oltre che membro del Saharawi Natural Resource Watch, l'Osservatorio delle risorse naturali saharawi. Intervista.

 

Com’è la vita per chi cresce nel Sahara occidentale?

Crescere nel Sahara occidentale occupato è come crescere in un enorme campo di prigionia a cielo aperto. L’occupazione militare marocchina ha mantenuto un assedio violento alle diverse città sul territorio fin dai primi giorni dell’invasione. Di fatto, l’invasione cominciò il 31 dicembre del 1975 con una grossa operazione militare che spazzò via centinaia di villaggi nomadi saharawi, lasciando migliaia di vittime e centinaia di dispersi, tra cui 600 persone di cui ancora non si ha notizia. E naturalmente, in quanto bambino saharawi, crescere in una scuola marocchina, controllato da insegnanti marocchini, fu un’esperienza molto difficile a causa del trattamento discriminatorio che ricevevamo, come ogni popolo colonizzato. In classe, per le strade, nei parchi giochi eravamo considerati con sospetto dalla polizia, spesso arrestati se succedeva qualcosa. Siamo gli “sporchi saharawi”, i “pastori di cammelli”, come ci chiamavano. Tutta la mia generazione, e la generazione successiva, si è abituata a essere arrestata per strada con o senza motivo, portata alla stazione di polizia, picchiata e torturata dai poliziotti marocchini solo per divertimento o per ottenere specifiche informazioni, magari passare una notte o due in cella prima di essere scarcerati. Molti di noi venivano messi in prigione per periodi più lunghi, o scomparivano per molto tempo, o per sempre.

A scuola eravamo discriminati. A quei tempi era difficile che un saharawi finesse la scuola. Le autorità coloniali avrebbero fatto qualsiasi cosa per dissuaderci dal proseguire i nostri studi. Per molti di noi, raggiungere l’università era un miracolo. Da ragazzi, fummo costretti a prendere coscienza già giovanissimi della situazione politica a causa di questo trattamento, e naturalmente anche noi eravamo politicamente attivi, e facevamo tutto il possibile per rendere la vita difficile alle autorità per le strade, soprattutto di notte. In poche parole, la vita nelle zone occupate del Sahara occidentale è quella di un popolo colonizzato che lotta per la propria libertà e viene oppresso dai colonizzatori a causa di questa lotta. L’unica differenza qui è che il colonizzatore è un altro paese africano.

Cosa significa per lei la giornata dell’Indipendenza del suo paese?

Significa molte cose contradditorie allo stesso tempo. Primo, sono fiero del mio popolo che in un momento molto difficile della propria storia è riuscito a dichiarare la propria volontà politica e a tradurla in una costituzione e nella proclamazione della Repubblica Democratica Araba Saharawi (SADR). Tuttavia, ad oggi il mio paese non è completamente libero o interamente indipendente. Per due terzi il nostro paese è ancora sotto il giogo dell’occupazione coloniale marocchina. Perciò non abbiamo modo di celebrare la nostra indipendenza anche se volessimo.

D’altra parte, però, la nostra giornata dell’Indipendenza ricorda a noi e al mondo che qualcosa non va nel Sahara occidentale. È un messaggio che il nostro popolo manda alla cosiddetta comunità internazionale, che noi, i saharawi, abbiamo già deciso il nostro futuro, e siamo pronti a confermarlo in un referendum di autodeterminazione, se ci verrà permesso. Altrimenti, la nostra scelta è chiara. Vogliamo essere liberi! Non c’è altra alternativa alla nostra libertà. È un imperativo! Vogliamo costruire il nostro stato e la nostra nazione, e siamo pronti a farlo, perché abbiamo già le nostre istituzioni, il nostro governo che per più di quarant’anni ha gestito con successo l’unico campo profughi al mondo gestito, amministrato e organizzato dai rifugiati stessi. Abbiamo solo bisogno che la Francia e la sua protetta, la monarchia del Marocco, ci lascino in pace e smettano di sostenere il neo-colonialismo nel nostro paese.

La disputa territoriale tra il Fronte Polisario Saharawi e il Marocco va avanti dal 1975; il Marocco rifiuta di riconoscere l’indipendenza del paese – come considera la disputa (qual è il problema) e in che modo si riflette sul vostro paese?

Il conflitto nel Sahara occidentale è chiaramente un problema di decolonizzazione. Non è un’opinione, è un fatto stabilito e confermato da più di 110 risoluzioni ONU e da molte altre risoluzioni dell’UA (Unione Africana), dell’UE e di altre istituzioni. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche emesso un chiaro parere consultivo in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1975, affermando che il Sahara occidentale è un territorio non autonomo, che il Marocco non ha sovranità su di esso, e che questo territorio ospita un popolo ben determinato detto saharawi, il quale, in base alle norme della Corte Internazionale di Giustizia, ha un inalienabile diritto all’autodeterminazione che esso dovrebbe esercitare nel contesto della storica risoluzione grazie alla quale molte nazioni africane hanno ottenuto la loro indipendenza negli anni Sessanta. Perciò, dal punto di vista legale la questione è cristallina, al punto che nessun paese al mondo riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale.

Ma ovviamente il Sahara occidentale è un territorio molto ricco, con ogni tipo di risorse, rinnovabili e non rinnovabili.  Questa è una delle molte ragioni per cui il Marocco, spalleggiato, com’è ovvio, dalla Francia, rifiuta come giustamente avete detto di riconoscere non solo la nostra indipendenza ma il nostro stesso diritto all’esistenza, alla libertà e all’autodeterminazione.

Così come i sudafricani soffrirono sotto l’apartheid, noi nelle zone occupate del Sahara occidentale soffriamo ancora per le incarcerazioni arbitrarie, le dimostrazioni pacifiche sono bandite e se organizzate vengono soppresse con la violenza, in questo momento abbiamo circa cinquanta prigionieri politici nelle prigioni marocchine, molti dei quali sono stati processati di fronte al Tribunale militare del Marocco benché siano soltanto civili e per la maggior parte studenti. Il regime marocchino ha commesso atroci e ben documentati crimini contro l’umanità negli anni Settanta e Ottanta, e commette ancora violazioni che sono considerate crimini contro l’umanità come sparizioni forzate, torture ed esecuzioni sommarie, etc.

Quindi, per ricapitolare, il Sahara occidentale è un problema di decolonizzazione, dove il popolo colonizzato combatte contro un regime militare coloniale che rifiuta di riconoscere o permettere al popolo di decidere del proprio futuro e territorio.

La resistenza del Fronte Polisario alle forze armate del Marocco è militante per natura, o il Fronte pratica la resistenza passiva? Ovvero, hanno luogo degli scontri violenti?

Allora, bisogna ricordare che il Fronte Polisario fu fondato nel 1973 da un gruppo di giovani combattenti per la libertà saharawi allo scopo di guidare la lotta armata contro il colonialismo spagnolo di allora. Quando il Marocco cospirò con la Spagna per rimpiazzarla illegalmente, il Fronte Polisario intraprese un conflitto basato sulla guerriglia per 16 anni contro il nuovo potere coloniale, e di fatto riuscì a causare seri danni alla monarchia e al suo esercito. Questo chiaro successo del Fronte Polisario costrinse il precedente re del Marocco, Hassan II, ad accettare il piano di soluzione del conflitto di OAU e ONU nel 1991, che avrebbe dovuto portare all’organizzazione patrocinata dall’ONU di un referendum di autodeterminazione con tre opzioni: indipendenza, integrazione col Marocco o un’altra forma di associazione ad altra entità.

Così, durante gli anni della guerra la resistenza civile saharawi è anch’essa esistita, seppure sotto forma di organizzazioni segrete dedite a creare consapevolezza tra la gente, raccogliere supporto al Fronte Polisario e talvolta mettere in atto operazioni di sabotaggio contro istituzioni e forze armate e militari marocchine.

Dopo che l’ONU ebbe stabilito la sua missione MINURSO nel paese, la resistenza saharawi nelle zone occupate optò per dimostrazioni pacifiche, e orientò la sua lotta verso forme di attivismo civile sociale, difendendo i diritti umani, le risorse naturali e le esigenze sociali. Questa resistenza pacifica va avanti a tutt’oggi guidata da un’attiva società civile saharawi che opera parallelamente alle azioni ufficiali saharawi in materia di diplomazia e politica.

Il Marocco è recentemente diventato il 55imo stato membro dell’Unione africana – come ha accolto questa notizia?

È stato un triste giorno per l’Africa. Il Marocco è certamente uno stato africano, ma il suo è un regime coloniale al soldo della Francia, non merita un seggio in un’organizzazione che ha combattuto contro le potenze coloniali fin dal principio. Perciò per me l’accettazione della domanda del Marocco di entrare nell’UA è esattamente sullo stesso piano di un’ipotetica accettazione dell’apartheid a sedere negli anni Sessanta e Settanta con le altre nazioni africane allora nell’OAU. Cosa ve ne sarebbe parso?

Oggi, molti sostenitori della lotta sahawari che fanno parte dell’UA hanno accettato la domanda del Marocco affermando di voler affrontare il problema in casa, col Marocco che siede insieme a loro sotto lo stesso tetto, piuttosto che tenere fuori Rabat, come succedeva prima, e fronteggiare il suo continuo rifiuto di permettere all’UA di intervenire nella contesa. Questa è un’argomentazione ancora da mettere alla prova. Vedremo se funziona o meno. Ma per quanto mi riguarda, sono certo che il Marocco sta entrando nell’UA solo per due ragioni: uno, vuole diventare un membro per moderare le posizioni dell’UA nel conflitto o addirittura impedire ai suoi organi decisionali di adottare posizioni forti nel conflitto. Due, se Rabat fallisce nel raggiungere il primo obiettivo, c’è sempre il secondo: causare discordia e forse anche distruggere l’organizzazione dall’interno. Il Marocco è uno stato fuorilegge, aduso a ogni forma di corruzione e spionaggio per ottenere i suoi scopi nelle organizzazioni internazionali. Pensate ad esempio alla documentazione Wikileaks, che pochi anni fa svelò come l’ambasciatore del Marocco a Ginevra stesse comprando diplomatici ONU e spiando alti ufficiali ONU, incusi Ban Ki-Moon e Christopher Ross. Il Marocco usa ancora questi metodi con molti stati africani.

Detto questo, mi aspetto che le autorità marocchine comincino presto, se non lo stanno già facendo, a tentare di corrompere diplomatici e ufficiali africani per comprare i loro servigi, allo scopo di controllare o distruggere l’UA. Vedremo certamente accadere questo in futuro, e per la cronaca ci sono già voci e indizi di corruzione intorno a molti politici africani, soprattutto in alcuni paesi sottoposti all’influenza francese.

Sapeva che il presidente uscente H.E. Nkosazana Dlamini-Zuma ha nominato il primo Inviato speciale per il Sahara occidentale (2014) nel tentativo di risolvere la contesa? Qual è la sua opinione in merito al ruolo/all’influenza dell’UA nel trovare una soluzione pacifica alla sfida del suo paese?

Devo sottolineare in questa sede che H.E Dlamini-Zuma ha fatto molto per tutto il continente africano, non solo per il Sahara occidentale, durante il suo mandato. Il principale, storico conseguimento di questa grande signora panafricanista non è niente meno che la chiara e geniale elaborazione e adozione dell’Agenda 2063 in aggiunta a molti altri importanti documenti politici e strategici che definiscono la direzione dell’Africa e il modo in cui realizzerà i suoi obiettivi e aspirazioni.

Anche sulla questione del Sahara occidentale, la dott.ssa Zuma ha ottenuto molto. Come avete detto, ha nominato per la prima volta un Inviato speciale per il Sahara occidentale, ma soprattutto ha ridato una voce all’UA in seno all’ONU, a partire dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. È stata forse la prima Presidentessa dell’UA a imporre una presenza e una voce africana tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, anche per quanto riguarda la questione del Sahara occidentale. Durante gli ultimi quattro anni, questa è diventata una questione calda ai vari livelli decisionali negli organi dell’UA. Molte decisioni, risoluzioni e dichiarazioni sono state perciò adottate, e se ne è discusso e verbalizzato come mai prima fin dagli anni Ottanta.

Ora, bisogna anche riconoscere che l’OAU/UA ha fatto molto per il popolo saharawi. Il suo contributo principale è stato riconoscere semplicemente e chiaramente la Repubblica saharawi in quanto membro completamente qualificato della nostra organizzazione. Questa è in sé da parte dell’UA una decisione e presa di posizione importantissima e un chiaro rifiuto delle pretese coloniali marocchine.

Tuttavia, i saharawi credono che l’UA abbia tutte le carte in regola per guidare la ricerca di una soluzione del conflitto nel Sahara occidentale, perché si tratta di una questione africana. L’ONU non ha potuto fare alcun passo avanti nonostante i suoi sforzi, perché la Francia ha sempre cospirato con i suoi alleati e stati fantoccio per mettere a repentaglio gli sforzi dell’ONU di risolvere quest’ultimo caso di decolonizzazione in Africa. Perciò, crediamo che l’UA debba assumersi la responsabilità in questa situazione, soprattutto ora che il Marocco è diventato un membro. Rabat non può più rifiutare all’UA di intervenire nella questione sostenendo di non riconoscere l’autorità dell’organizzazione. Vedremo cosa succederà.

Crede che il paese otterrà la piena indipendenza dal Marocco? Elabori la sua risposta, prego.

Certo che lo penso, perché la storia mi ha insegnato che nessuna potenza coloniale è mai riuscita a tenere per sempre sotto controllo i paesi colonizzati. Un giorno o l’altro la volontà popolare prevarrà.

Ora, sono certo che in questo caso otterremo la nostra indipendenza perché il mio popolo non smetterà di combattere. È deciso a riprendersi il suo futuro dagli usurpatori della nostra terra. Le nuove generazioni, che non hanno vissuto i primi giorni dell’invasione e dell’oppressione, sono ora i leader della resistenza. Ai miei occhi, la nostra lotta è la lotta di molte generazioni, e non importa quale generazione assisterà al grande giorno della liberazione, la cosa più importante per ognuno di noi è tenere viva la lotta, così che la generazione successiva possa guidarla in seguito e portare a termine la missione.

D’altra parte, il Marocco è sempre stato incostante nelle sue posizioni nei confronti della questione, cosa che riflette il suo essere solamente una potenza coloniale che mira alle nostre risorse. Per esempio: negli anni Sessanta il re del Marocco supportava la lotta del popolo saharawi per l’indipendenza ed era solito affermare il suo diritto all’autodeterminazione e indipendenza. Poi, negli anni Settanta cominciò a complottare con la Spagna e a rivendicare la propria sovranità sul territorio, che infine invase militarmente, e considerò la questione un “caso chiuso”, affermando che il Marocco aveva recuperato e liberato questa terra. In seguito, dopo sedici anni di guerra con l’esercito di liberazione saharawi, il Polisario, e dopo aver compreso che non poteva vincere l’animo dei saharawi né la battaglia, richiese nuovamente un arbitrato internazionale e accettò il principio di autodeterminazione, ovvero riconobbe apertamente che il suo paese non ha sovranità su questo territorio. Negli anni 2000 il nuovo re, Mohamed VI, rifiutò di concedere il referendum e disse che offre solamente l’autonomia ai Saharawi, il che è un implicito riconoscimento al fatto che il Sahara occidentale non gli appartiene. Ora, ecco che il Marocco siede infine fianco a fianco con la Repubblica Saharawi sotto lo stesso tetto dell’UA, il che a mio parere costituisce un semplice e legale riconoscimento della SADR, qualunque cosa i politici marocchini cerchino di dire o fare. Perciò secondo me questa posizione incostante del Marocco nei confronti della questione è un forte indicatore del fatto che un giorno esso finirà per riconoscere i suoi errori e permetterà al popolo saharawi di costruire il proprio stato in libertà. Alla fine, il colonizzatore straniero dovrà andarsene.

Quali ritiene che siano le sfide chiave per lo sviluppo del suo paese?

Ho già menzionato l’Agenda 2063 dell’UA, e credo che come molte nazioni africane abbiamo in gioco molte sfide, obiettivi e aspirazioni. Ma in quanto saharawi abbiamo una priorità, ovvero prima di tutto la liberazione del nostro paese, e poi dovremo ricostruire tutto perché il colonialismo marocchino non ha costruito niente nelle nostre città occupate. Le infrastrutture sul territorio sono quasi inesistenti; non c’è una singola università nell’intero territorio del Sahara occidentale, che è grande quanto l’Inghilterra. Non ci sono ospedali, teatri, cinema, centri culturali, fabbriche, niente. L’unica cosa che il potere coloniale ha costruito sono porti e alcune strade specifiche che permettono il saccheggio delle nostre risorse naturali, in particolare i fosfati e i prodotti della pesca, e naturalmente prigioni, stazioni di polizia e centri amministrativi coloniali.

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Inoltre, quali opportunità strategiche ritiene che esistano nel paese (ad es., le risorse)?

Di nuovo, come molti paesi africani, il Sahara occidentale è estremamente ricco di risorse rinnovabili e non rinnovabili: gas, petrolio, fosfati, industria ittica, oro, diamanti, ferro, sabbia, sole e vento forti e molte altre risorse minerarie. Per questa ragione il Marocco insiste a tenerlo nella sua stretta. E naturalmente siamo anche nel mirino della Francia, che vuole mantenere il Marocco in una posizione forte così da conservare un certo equilibrio, non permettendo all’Algeria di diventare la potenza principale nel Nord Africa.

Oltretutto il nostro popolo, per quanto piccolo numericamente, ha una buona preparazione e formazione. Sarà un valore aggiunto e una forza trainante nel rinascimento e nel progresso africano. Il nostro governo, per quanto non abbia pieno accesso alle nostre risorse, ha un’interessante esperienza nel gestire i problemi della nostra nazione, con istituzioni democratiche e radicate. Abbiamo uno dei governi più stabili dell’Africa, che da più di 40 anni non ha avuto finora un singolo problema politico di gran rilevanza. E il regime medievale marocchino è naturalmente spaventato dall’avere come vicina una repubblica democratica riuscita, che getterebbe luce sulla dittatura della monarchia e sul suo fallimento nel dare al popolo marocchino ciò che vuole: democrazia, dignità e libertà.

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Se potesse dire alla gente una cosa riguardante il Sahara occidentale – qualcosa che potrebbero non sapere – quale sarebbe?

Penso che molti popoli africani non sappiano che c’è una colonia africana e una nazione che ancora combatte per la libertà in Africa.  Molti africani, compresi i sudafricani, credono forse che la gloriosa battaglia contro l’apartheid sia stata l’ultima battaglia e resistenza in Africa contro l’oppressione, il colonialismo e la segregazione. Ma non è così. Il popolo saharawi sta conducendo una lotta simile contro un regime coloniale africano che usa esattamente le stesse strategie e la stessa violenza usate un tempo contro il popolo sotto il regime dell’apartheid.

Ora, voglio che tutti gli africani capiscano bene che stiamo combattendo per loro, perché la lotta per la libertà e autodeterminazione nel Sahara occidentale non è solo ed esclusivamente un dovere dei saharawi. No, è e deve essere la lotta di tutti coloro che amano la libertà nel continente e all’estero. Non stiamo combattendo solo il regime coloniale marocchino, combattiamo il vero potere coloniale dietro questo regime fantoccio, la Francia. Questo paese europeo sta facendo tutto il possibile per impedire la prosperità, l’unità e la libertà del nostro paese, della nostra regione e del nostro continente. E il regime marocchino sta giocando le sue mosse per tenere l’Africa, o per lo meno il nord Africa, divisa e incapace di integrarsi.

Perciò, voglio raccomandare a tutti gli africani di tenere d’occhio questa parte del nostro amato continente, perché il Marocco e la Francia vogliono spingerlo di nuovo verso guerre, caos e sofferenze. Tuttavia, i vostri fratelli e sorelle saharawi si opporranno a questo disegno, e combatteranno dando fino all’ultima goccia del loro sangue. Perché siamo africani liberi, ci sono sempre state a cuore la libertà e l’indipendenza, e moriremo liberi se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per la libertà e la dignità di tutti gli africani.

Foto: murales dell’artista spagnolo M-E-S-A infinito a Tindouf (Algeria), dove si trovano i campi profughi saharawi.

 





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.african-di.org/youropinionmatters-2/
Publication date of original article: 28/02/2017
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=20047

 

Tags: Sahara occidentale occupatoOccupazione marocchinaProfughi saharawiRASDFronte POLISARIOUltima colonia africana
 

 
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