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 30/04/2017 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 EUROPE 
EUROPE / La Grecia sotto assedio continuo: la disastrosa posizione politica di Syriza
Date of publication at Tlaxcala: 21/02/2017
Original: Greece Under Continuous Siege: Syriza's Disastrous Political Stance

La Grecia sotto assedio continuo: la disastrosa posizione politica di Syriza

Nikolaos Karagiannis Νικόλαος Καραγιάννης
C. J. Polychroniou Χ.Ι. Πολυχρονίου


Translated by  Giuseppe Volpe

 

Sono trascorsi sette anni dallo scoppio della crisi del debito greco, tuttavia la Grecia – il paese culla della democrazia – è tuttora bloccata in un circolo vizioso di debito, austerità ed elevata disoccupazione. Tre programmi consecutivi di salvataggio hanno privato la nazione della sua sovranità fiscale, trasferito molti dei suoi patrimoni e risorse di proprietà pubblica in mani private (virtualmente tutte di origine straniera), prodotto il collasso del sistema di assistenza sanitaria pubblica, ridotto stipendi, salari e pensioni sino al 50 per cento e determinato un massiccio esodo della sua manodopera specializzata e istruita. Quanto alla democrazia, essa è stata gravemente limitata dal momento in cui è entrato in vigore il primo salvataggio, nel maggio del 2010, poiché tutti i governi che sono saliti al potere hanno promesso fedeltà agli attori e alle agenzie internazionali dietro i piani di salvataggio – la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – e hanno seguito rigorosamente e obbedientemente i loro comandi, indipendentemente dai bisogni e dai desideri del popolo greco.

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Non sorprendentemente ciò include anche la cosiddetta Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza), un partito politico opportunista con un grande talento nel clientelismo vecchio stile e scarsa esperienza nel trattare affari internazionali. Syiriza è oggi al potere da due anni da incubo, co-governando con il partito politico estremista, nazionalista e xenofobo, I Greci Indipendenti (ANEL).

Nel corso degli ultimi due anni Syriza, sotto la guida del suo leader populista Alexis Tsipras, ha rinnegato le promesse agli elettori della sua campagna (por fine ai salvataggi, all’austerità e creare programmi di opere pubbliche per ridurre la disoccupazione) e si convertito in una falsa copia di un partito socialdemocratico. Dalla scissione interna del suo segmento di estrema sinistra, Tsipras ha fatto grandi aperture ai socialisti europei e ha ottenuto lo status di osservatore in riunioni dei leader socialisti della UE. In questo modo Syriza ha cercato di colmare il vuoto dopo il collasso del Movimento Socialista Panellenico (PASOK) firmando nel contempo un terzo accordo di salvataggio e impegnandosi ad attuare i piani dei creditori internazionali di svendita del paese e di sua conversione in un paradiso neoliberista per le multinazionali e per i grandi interessi affaristici, analogamente a quanto è successo in Latvia.

E’ vero che Syriza ha subito un’incredibile pressione da avversari molto più forti una volta eletto, specialmente considerato il fatto che lo stato greco era finanziariamente alla bancarotta. Tuttavia il partito non aveva necessità di perseguire il corso che ha scelto di seguire, cioè di tradire il mandato popolare e convertirsi in un partito politico convenzionale nella speranza di restare al potere il più a lungo possibile. Nel momento in cui la dirigenza di Syriza si è resa conto di non essere in grado di opporsi alle pressioni dei creditori internazionali (UE e FMI) avrebbe dovuto rivolgere un appello diretto al popolo greco, spiegando la natura della situazione e le propensioni antidemocratiche dei padroni euro. Avrebbe poi potuto dimettersi causando una crisi europea e rivolgersi a organizzare una resistenza dalla base e una giustizia distributiva dal basso. Ma questo non è mai stato in programma: la dirigenza di Syriza aveva promesso fedeltà ai padroni euro e alla élite industriale-finanziaria nazionale persino prima di vincere le elezioni nel gennaio del 2015.

Il motivo per cui i governi greci hanno scelto in tutti questi anni di diventare servitori del duo UE/FMI è molto semplice: fanno parte dell’universo capitalista e sono inestricabilmente legati al progetto economico dell’Union Europea. In quanto tali ritengono che per la Grecia alla bancarotta non ci sia alternativa ai programmi di salvataggio e conseguentemente al feroce riaggiustamento di bilancio assieme alla via dell’austerità, accoppiata a una grande privatizzazione e alla fine dello stato sociale. Questo triste stato di cose si applica con forza ancor maggiore all’attuale governo Syriza-ANEL, che è oggi impegnato in alcune imbarazzanti discussioni sugli adempimenti per la valutazione di un nuovo accordo di salvataggio. Il FMI deve ancora impegnarsi a questo accordo, avendo una prospettiva piuttosto diversa da quella delle autorità fiscali europee sia sulla sostenibilità del debito, sia sulla portata delle riforme in corso.

Specificamente il FMI ritiene che l’attuale livello del debito pubblico greco sia semplicemente insostenibile (è pari al 180 per cento del PIL e più del 90 per cento del debito a lungo termine è detenuto da creditori pubblici). Il FMI ha perciò sollecitato un considerevole taglio del debito e ha anche premuto per maggiori riforme in tutti i principali settori dell’economia (banche, energia, mercato del lavoro). In realtà il FMI vuole che il governo greco si impegni mediante leggi a misure oltre il 2018, in altri termini oltre la scadenza del nuovo accordo di salvataggio. Il FMI sostiene che il livello del debito della Grecia esploderà a livelli molto più elevate negli anni (e persino decenni) a venire e che le riforme proposte dalle autorità UE non sono sufficientemente specifiche, mentre le loro proiezioni circa la sostenibilità del debito sono vaghe.

Le autorità europee, d’altro canto, con la Germania al timone, recalcitrano all’idea di una cancellazione del debito e sostengono che il debito della Grecia è sostenibile con riforme più profonde, fintanto che le autorità greche attuano quelle attuali con assoluto rigore e non violano le condizioni dell’accordo di salvataggio, come hanno fatto nel dicembre del 2016, quando Tsipras ha deciso unilateralmente di distribuire un “regalo di Natale” (circa 650 milioni di dollari) ad alcuni degli 1,6 milioni di pensionati a basso reddito il cui bonus per la festività era stato stracciato dai creditori internazionali della Grecia. La reazione delle autorità UE a questo atto di “disobbedienza” da parte di Atene è consistita nella sospensione delle discussioni sulla ristrutturazione del debito.

Poco dopo il ministro greco delle finanze Euclid Tsakalatos – il mediocre economista accademico neomarxista che ha sostituito Yanis Varoufakis ed è stato un fedelissimo servitore dei padroni euro – ha inviato una lettera alle autorità UE nel tentativo di mantenere a ogni costo la Grecia nell’eurozona. La lettera, che è stata fatta trapelare alla stampa, diceva che quello era un “pagamento una-tantum” e riaffermava l’impegno del suo governo alle condizioni del programma di salvataggio.

E questo è quanto, riguardo alla sovranità nazionale e alla politica della sinistra radicale.

Ora, per quanto riguarda il diverbio tra i dirigenti della UE e il FMI sul debito della Grecia e il terzo programma di salvataggio, è del tutto concepibile che il FMI potrà non aderire al programma di salvataggio della Grecia. Il FMI, invece, potrà semplicemente agire in qualche funzione di consulente speciale, anche se il ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schaeuble e l’intero coro della UE hanno affermato ripetutamente che non può esservi alcun programma di salvataggio senza che il FMI vi partecipi.

Nel frattempo il governo greco è in uno stato d’ansia per questi sviluppi e semplicemente prega che le attuali discussioni sulla valutazione di un nuovo accordo di salvataggio siano completate con successo prima della fine di febbraio, poiché i fondi stanno finendo e si è ripresentato lo spettro della Grexit. E’ difficile vedere un qualsiasi desiderio nascosto di una Grexit, con la possibile eccezione, forse, di Schaeuble. In effetti, se il passato in qualche modo insegna, il governo a guida Syriza accetterà misure fiscali d’emergenza oltre il 2018 e un quarto accordo di salvataggio pare quasi inevitabile, poiché è altamente improbabile che la Grecia sarà in grado di tornare nei mercati privati del credito entro il 2018.

A voler essere moderati, quindi, la Grecia resta sotto assedio continuo. Avendo deciso di capitolare ai padroni euro solo al fine di mantenere il paese in una camicia di forza, Syriza ha scoperto che l’unica opzione di cui dispone consiste nell’acconsentire ai diktat dell’eurozona e, nel processo, cercare di ingannare il pubblico quanto più possibile, e quanto più a lungo possibile, unicamente al fine di restare al potere per servire gli interessi dei suoi membri. Tuttavia sia l’inesperienza sia la mancanza di scrupoli del governo Tsipras sono stati a questo punto interamente svelate e ci si attende che Syriza subirà una sconfitta umiliante quando avranno luogo le prossime elezioni. In effetti il governo a guida Syriza è già diffusamente percepito come il governo più incompetente della Grecia postbellica, uno sviluppo triste e tragico per la sinistra greca.

L’insana propaganda governativa che la Grecia ha svoltato l’angolo e che lo sviluppo sta già avendo luogo non convince nessuno e riesce solo a suscitare altra rabbia tra i cittadini e a condannare la sinistra all’oblio della storia. In effetti il nuovo ministro dell’economia e dello sviluppo, Dimitri Papadimitriou dell’Istituto Levy presso il Bard College di New York, sta guidando la carica della propaganda greca circa il fatto che il paese sarebbe sulla soglia di una nuova era di sviluppo. Le analisi della squadra di ricerca dello stesso Papadimitriou all’Istituto Levy, tuttavia, hanno costantemente sostenuto che le misure d’austerità che accompagnano gli accordi di salvataggio non faranno che aggravare la depressione economica della Grecia e causare altro malessere sociale. Ma naturalmente, accettando la citata posizione del governo, Papadimitriou ha praticamente dichiarato ai media greci che la proposta alternativa che stava sostenendo nelle pubblicazioni dell’Istituto Levy per la crisi greca (l’introduzione di una moneta parallela) era totale nonsenso.

La realtà è che la Grecia ha tassi di crescita anemici, a esser buoni, (il PIL è aumentato dello 0,5 per cento nel terzo trimestre del 2016, ma ciò è attribuito principalmente a un anno particolarmente favorevole per il turismo), livelli di disoccupazione costantemente estremamente alti (tuttora superiori al 23 per cento), bassi livelli di reddito per vasti segmenti della popolazione, scesi sotto la soglia della povertà (in altri termini, aumento della povertà e dell’emarginazione), continui problemi riguardo alle esportazioni, pessimismo dei consumatori, mancanza di serie iniziative di investimento e, naturalmente, rapporti debito/PIL insostenibili. E chi può dimenticare che l’economia ha distrutto più del 27 per cento del PIL dall’avvio della crisi? Potrebbero volerci molto decenni perché il paese recuperi questa perdita senza precedenti di PIL, anche se è inevitabile che un’economia che ha sofferto un danno così esteso a un certo punto comincerà a registrare tassi di crescita positivi. Tuttavia non ci si può attendere che nessuna seria ripresa abbia luogo sotto gli accordi economici esistenti e senza radicali cambiamenti della cultura politica del paese.

Certo, la crisi greca ha le sue vere origini in due sviluppi direttamente correlati: primo, nella dinamica interna della cultura politica greca e, secondo, nel fatto che la Grecia era mal preparata a entrare nell’euro quando l’ha fatto. Dal ripristino della democrazia parlamentare dopo la caduta della giunta militare che aveva governato il paese dal 1967 al 1973, l’economia greca ha sposato un genere estremamente distorto di “capitalismo di stato” in cui un piccolo gruppo di famiglie dominava le industrie chiave, mentre lo stato provvedeva a dare impulso alle sue maggiori attività speculative. Ma con l’introduzione dell’euro la competitività dell’economia greca ha intrapreso una traiettoria discendente.

La crescita è ora basata su un modello mosso da consumi alimentati dal debito, che è uno dei principali generi di modelli di sviluppo economico basati sul mercato finanziario, mentre l’accumulazione capitalista continua ad affidarsi al saccheggio di risorse pubbliche e serve anche da veicolo per la transizione a un’economia di tipo neoliberista in conformità ai dettati della UE.

Così come stanno le cose, la crisi greca permarrà per molto tempo, anche se a un certo punto nel prossimo futuro ci sarà una cancellazione del debito, fintanto che la cultura politica e il sistema di amministrazione pubblica della nazione resterà inefficiente e corrotto e non ci sarà un cambiamento di corso nel modello di sviluppo economico imposto dai tecnocrati neoliberisti europei. Tuttavia le prospettive che si materializzi l’una o l’altra di queste cose non sono per nulla promettenti. La posizione disastrosa di Syriza unita alla compiacenza degli intellettuali e degli accademici della cosiddetta sinistra ha sferrato un grave colpo alla visione della sinistra radicale in Grecia e ci vorranno molto tempo e uno sforzo erculeo perché le forze anticapitaliste del paese si riprendano e riorganizzino un movimento di massa.





Courtesy of ZNet Italy
Source: http://bit.ly/2mhkGmy
Publication date of original article: 16/02/2017
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=19946

 

Tags: GreciaDebito odiosoEurodittaturaUEropaBCEFMIBankstersSyrizaTsipras
 

 
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