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 19/09/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UMMA 
UMMA / Le carceri egiziane al modo di al-Sisi
Date of publication at Tlaxcala: 22/03/2015
Original: Sisi’s Way: on Egypt’s prisons

Le carceri egiziane al modo di al-Sisi

Tom Stevenson

Translated by  Marilena Inguì
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

 

Non è un segreto che il regime di Hosni Mubarak sia stato repressivo. Eppure, sebbene quello di Abd al-Fattah al-Sisi sia anche peggiore sotto certi aspetti, come nel modo in cui tratta i detenuti, i politici di tutto il mondo elogiano il suo ruolo nella “transizione democratica” dell’Egitto. L’anno scorso, quando John Kerry si è recato al Cairo, ha riferito che al-Sisi gli aveva trasmesso “un forte senso di dedizione per i diritti umani”, aggiungendo che questa causa occupava “moltissimo” i pensieri del maresciallo. Per più di trent’anni è stata proprio la politica degli USA a supportare un regime autocratico in Egitto, come la strada per la “sicurezza regionale”. Gli USA hanno appoggiato il regime di Mubarak fino all’ultimo istante dell’ultimo giorno; perfino durante le proteste di massa, nel gennaio del 2011, gli USA hanno sperato che Mubarak potesse sopravvivere facendo delle concessioni politiche. Alla fine Mubarak è andato, ma i legami - solidi e di vecchia data -  tra il Dipartimento della Difesa usamericano e le Forze armate egiziane, si sono mantenuti. I funzionari di Washington stanno regolarmente ripristinando il flusso di aiuti ed equipaggiamenti militari che era stato temporaneamente sospeso subito dopo il colpo di stato: per Washington non c’è nessun problema serio di “diritti umani”.

Ma gli USA non sono gli unici. Quando Shinzo Abe si è recato al Cairo il mese scorso, ha parlato de “l’alta considerazione” nella quale il governo giapponese tiene le sue relazioni con al-Sisi, e ha promesso prestiti per lo sviluppo, per centinaia di milioni di dollari. Il supporto diplomatico europeo, che già al culmine della repressione, nella tarda estate del 2013, aveva sofferto qualche interruzione minore, è stato ampiamente ristabilito. Oltre ad aver visitato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al-Sisi è stato ricevuto in visita ufficiale al Vaticano, a Davos, a Roma e a Parigi: poco o nulla è stato detto sulla routine di abusi dei diritti umani, lasciando stare il massacro di Rabaa, gli imprigionamenti di massa e le torture di dissidenti.

Carlos Latuff

A settembre, David Cameron ha incontrato al-Sisi a New York e ha parlato del “ruolo cruciale dell’Egitto nella regione” e della sua importanza per la politica britannica. “Sia economicamente che nella lotta contro l’estremismo islamico”, ha detto, l’Egitto è stato un alleato cruciale e il Regno Unito è stato “entusiasta di espandere la partnership concreta”. Cameron ha sollecitato il presidente “ad assicurarsi che i diritti umani siano rispettati”; è stato molto più specifico parlando dei debiti dello stato egiziano con le compagnie petrolifere britanniche che dovrebbero essere immediatamente ripagati. L’ambasciata britannica ora pubblica rapporti con titoli come “Egypt: Open for Business?” e il mese scorso la delegazione di investori britannici che si è recata al Cairo è stata la più numerosa in una decade. I leader occidentali – come al-Sisi sa bene – hanno pochissimi interessi a turbare l’Egitto, strategicamente situato tra la prima regione produttrice di energia e il mondo sviluppato. Sembra che l’occidente non veda contraddizioni nel supportare la “stabilità” del regime di al-Sisi, mentre gli egiziani soffrono l’estrema instabilità che piomba sulla popolazione attraverso arresti di massa e torture.
 
Muhammad B., uno studente dottorando di 28 anni, è stato arrestato il 6 ottobre del 2013. Quel giorno stava partecipando a una delle molte marce anti-golpe tenuta al Cairo. La destinazione era piazza Tahrir, ma mentre il corteo raggiungeva il quartiere di Dokki, fu attaccato da varie divisioni del servizio di sicurezza: dozzine di dimostranti furono uccisi e molti arrestati. Insieme a centinaia di altre persone Muhammad provò a scappare prendendo una serie di strade secondarie, ma fu circondato e arrestato. Fu portato in commissariato e tenuto, insieme a due dottori, un ingegnere e due accademici dell’ Università del Cairo, sette o otto ore senz’acqua. A mezzanotte furono trasferiti, ma non – come loro si aspettavano – in una delle tante prigioni del Cairo.
 
Il sistema delle carceri in Egitto fa parte dell’eredità del lungo periodo di controllo britannico, seguito dalle autocrazie di Nasser, Sadat e Mubarak. Fu in una prigione britannica, durante la Seconda guerra mondiale, che alcune delle tecniche di tortura ora impiegate dall’intelligence egiziana, furono perfezionate. Il Combined Services Detailed Interrogation Centre [Centro di interrogatori "dettagliati" dei servizi associati di polizia ed intelligenza, N.d.T.] fu annesso al campo militare britannico nel sobborgo di Maadi, al Cairo. Il campo aveva un cinema, un ring da boxe e una gelateria per i soldati, ma a poche centinaia di metri agenti inglesi conducevano esperimenti sui prigionieri, fino a sessanta per volta, tentando di indurre allucinazioni con la tiroxina o di farli crollare psicologicamente, costringendoli a scavare le loro fosse.
 



Lo Scorpione
 

Il Ministro dell’Interno gestisce 42 prigioni ufficiali, autorizzate a detenere civili. E’ relativamente facile procurarsi informazioni su queste prigioni, che qualche volta vengono anche ispezionate. Ciò nonostante, abusi e torture sono frequenti, incoraggiati da un sistema legale che in molti casi si affida alle confessioni. Alcune delle prigioni peggiori sono ben note: Wadi al-Natrun, Abu Zabal e Tora, che si pensa sia stato uno dei primi siti neri della CIA sotto Mubarak. Ci sono anche la Borg al-Arab, dove Muhammad Morsi è ancora detenuto, e la Sign al-Aqrab o “Lo Scorpione”, il carcere di massima sicurezza più conosciuto in Egitto.
 
La legge richiede che la polizia trasmetta un caso al pubblico ministero e cominci un’indagine entro 24 ore da un arresto. I detenuti devono quindi essere trasferiti in uno dei 42 istituti ufficiali mentre aspettano il processo. Ma questo non è ciò che succede oggi. Secondo prove schiaccianti, le forze di polizia - militari e paramilitari - stanno operando in un sistema di detenzione parallelo al di fuori dei canali ufficiali e al di fuori dalla legge, anche per far fronte al gran numero di persone arrestate a partire dal colpo di stato. L’Egitto ha avuto un picco nel numero di detenuti come nessuno mai nella storia. All’inizio del 2013 popolavano le prigioni ufficiali egiziane circa 60.000/66.000 detenuti. Secondo le stime del Ministero dell’Interno, nei nove mesi che hanno seguito la rimozione di Morsi a luglio del 2013, sono stati arrestati 16.000 egiziani. Il Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali fa una stima indipendente e più plausibile, pervenendo a una cifra pari a  41.000 per lo stesso periodo. Al-Sisi ha respinto questi dati: le prigioni ufficiali non hanno, afferma, lo spazio per contenere decine di migliaia di persone. Potrebbe aver ragione. Eppure queste persone sono state imprigionate. Quindi, dove sono?
 
Avendo intervistato avvocati, psicologi ed ex-detenuti, ho imparato i nomi dei luoghi dove avvengono le torture e i maltrattamenti peggiori.  All’interno di strutture come Maskar Zaqaziq, una base a Sharqiyya gestita da Amn al-Markazi (le Forze centrali di sicurezza), ci sono prigioni sconosciute che fanno sembrare umane le carceri ufficiali. Nei palazzi del Ministero dell’Interno, in piazza Lazoughli e Gaber ibn Hayan, sospettati dissidenti politici sono torturati e interrogati a lungo dal servizio di intelligence nazionale. E nelle prigioni militari di Ismailia e Suez, Al-Azouly e Agroot, i prigionieri sono tenuti in isolamento, a volte bendati per mesi e mesi.

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 Il carcere di Azouli nella base militare di Galaa

Muhammad B. e i suoi compagni di cella furono trasferiti dal commissariato a Maskar Ashra-Nus, noto anche come Campo 10.5, una caserma fuori Il Cairo appartenente a Amn al-Markazi. Il suo racconto sul modo in cui furono accolti alla caserma è simile a molti altri che ho sentito da ex detenuti in Egitto. Furono picchiati accanitamente da gruppi di agenti, umiliati verbalmente,  marchiati con stivali col tacco in metallo e frustati con cinghie di pelle. Furono poi spogliati, appesi al soffitto, picchiati con manganelli, costretti a posizioni estenuanti, colpiti sulle piante dei piedi; alcuni subirono l’elettroshock. Muhammad fu spogliato e costretto a strisciare per terra su avambracci e stomaco per più di un’ora, con un metodo di tortura che pare ispirato agli esercizi di allenamento militare. Alla fine, e senza aver fatto alcun tentativo di carpire informazioni, li raggrupparono in celle improvvisate all’interno della caserma. Quella di Muhammad era grande tre metri per sei e conteneva altri 59 uomini: era così affollata che dovette stare su una gamba sola per intervalli di più di due ore. Non c’erano bagni, e nessuno poteva lasciare la cella se non per brevi momenti di ludiche torture compiute dalle guardie.
 
Stipati in una scatola di cemento, i detenuti provarono a inventare un sistema per poter dormire. Si divisero in gruppi di quattro con turni a rotazione – in piedi e sdraiati – e a ogni gruppo fu assegnato un certo numero di mattonelle, ma presto questo sistema fallì. Allora provarono a sdraiarsi di fianco, testa a piedi, ma non funzionò neppure questo. Un terzo sistema, che coinvolgeva accoppiando gli uomini in file, uno che stava con le gambe divaricate mentre l’altro era accovacciato tra di loro, si dimostrò il meno duro. Muhammad disse che le guardie, dall’altra parte della porta di ferro, li avrebbero derisi per la loro sete e la puzza nelle celle. Fu detenuto al Camp 10.5 quattro giorni, prima di essere trasferito in una prigione ufficiale. Seppe in seguito che gli altri rimasero in quella cella per settimane.
 
A Wadi al-Natrun, dove trascorse i successivi sei mesi, le celle erano più grandi – cinque metri per dieci per trenta detenuti – e, in confronto alla caserma di Camp 10.5, le condizioni erano tollerabili. La cella aveva addirittura ciò che potrebbe essere vagamente descritto come un bagno. Ma i detenuti venivano anche lì regolarmente prelevati dalle celle, denudati e torturati. Muhammad fu messo due volte in isolamento. “La stanza non aveva finestre e dentro non c’era niente”, mi disse, “eccetto centinaia di scarafaggi che mi camminavano sopra per ore.” Le persone che ha incontrato lì, erano arrivate alla detenzione ufficiale da vari percorsi. Alcuni erano stati trattenuti in commissariato per settimane; altri erano stati detenuti sotto la custodia di  Amn al-Markazi, com’era successo a lui; uno dichiarò di essere stato detenuto in una prigione segreta nella Penisola del Sinai, in una cella sotterranea per settanta giorni. Muhammad fu infine processato davanti a una corte e scagionato da ogni accusa immaginaria che lo stato gli aveva imputato. La maggior parte non sono stati così fortunati. Dei 125 uomini processati lo stesso giorno, solo sette sono stati rilasciati.
 

Abu Zaabal
 

Non c’è niente di insolito nel caso di Muhammad. Le lettere trafugate dal carcere dal giornalista egiziano Ahmed Ziada, che fu arrestato mentre seguiva le proteste all’università di Al-Azhar nel dicembre del 2013, descrivono il periodo trascorso al commissariato di Nasr City Two, dove fu picchiato e sottoposto a elettroshock prima di essere trasferito alla prigione di Abu Zaabal. In una delle lettere, datata 19 febbraio 2014, un detenuto chiamato Karim al-Beheiry descrive le condizioni intollerabili di una base di Amn al-Markazi dove gli agenti aggredivano, deridevano e umiliavano i detenuti per alleviare la noia. Descrizioni di celle improvvisate, gremite di detenuti sono frequenti. Agli orrori del sovraffollamento si aggiunge il clima egiziano. In una lettera trafugata dal commissariato di Helwan nel luglio 2014, gli autori - che si riferiscono a sé stessi come “i prigionieri della cella numero tre” – parlano di temperature di 50°C in una stanza di quattro metri per sei contenente sessanta persone. Secondo gli standard stabiliti dal Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, le autorità dovrebbero prevedere sette metri quadri di spazio per ogni detenuto in ogni cella e attenersi a un minimo assoluto di quattro metri quadri. Nella cella numero tre, c’erano sessanta detenuti in uno spazio adatto a tre o al massimo a sei persone; nella cella di Muhammad B., lo spazio era per due o quattro persone.
 
Islam A., un professionista del marketing digitale, fu prelevato a fine 2013 durante una dimostrazione anti-governativa da baltagiya (lett. boscaioli, criminali civili assunti e armati dallo stato e molto spesso schierati contro i contestanti), che lo trascinarono in un caseggiato vicino. “Provai a ragionare con loro”, affermò. “Dissi: voi appoggiate il governo e io no, ma abbiamo dei cervelli e delle lingue e possiamo discutere come esseri umani. Non risposero neanche, mi picchiarono e basta”. Islam fu picchiato e tagliuzzato con un lungo coltello finché svenne – ha cicatrici estese sulle spalle e sul petto. Era semi-cosciente quando un agente in borghese arrivò per arrestarlo formalmente. “Un mare” di agenti di Amn al-Markazi lo stava aspettando fuori dal caseggiato. Anche lui finì a Camp 10.5 – “l’inferno” lo soprannominò – e tenuto per cinque settimane in una cella di quattro metri per sei con altri 61 prigionieri. Fu ripetutamente interrogato dagli agenti dell’intelligence di Amn al-Watani, l’agenzia per la sicurezza nazionale, che sembrava sospettassero di lui come uno dei leader della protesta a cui aveva partecipato. In un’occasione fu interrogato da un superiore mentre altri otto uomini di Amn al-Markazi lo circondarono e lo picchiarono. In un’altra fu svestito e fatto sdraiare sul pavimento a faccia in giù con una decina di altri detenuti, mentre gli agenti buttavano loro addosso acqua gelida. A volte i detenuti erano prelevati dalle celle e sottoposti a una posizione logorante nota come falaka (bastinado), in cui le piante dei piedi della vittima, legati a un palo di legno, vengono colpite. Anche l’esperienza di Islam è tutt’altro che insolita. Decine di detenuti hanno descritto polizia e agenti di Amn al-Markazi comparire nelle celle per picchiarli con bastoni o bruciare le coperte e i vestiti davanti a loro. Altri raccontano di essere stati legati al collo con una corda e trascinati fuori dalla cella per subire l’elettroshock.



"No ai processi militari": graffiti in via Mohamed Mahmoud al Cairo
 

La tortura “in tutte le sue forme” è proibita dalla legge egiziana, e il decreto ministeriale 668 ha formalmente abolito la fustigazione come punizione nel 2002. L’articolo 27 del regolamento penitenziario impone che un medico visiti i prigionieri al loro arrivo o la mattina seguente, e documenti il loro stato di salute. Eppure la legge è applicata raramente, le condizioni sono scioccanti e le conseguenze evidenti: da statistiche dell’Autorità Medica Forense del Ministero della Giustizia confrontate con quelle delle ONG, possiamo certamente dire che in Egitto, dal colpo di stato, almeno 150 persone sono morte in detenzione ufficiale, inclusi i 37 detenuti morti in un cellulare all’interno della prigione di Abu Zaabal, nell’agosto del 2013. E’ impossibile dire quanti sono morti nelle prigioni non ufficiali. Amnesty International ha documentato innumerevoli casi di tortura: i prigionieri vengono regolarmente interrogati bendati, o subiscono l’elettroshock ai testicoli affinché confessino; in un caso una donna è stata costretta a partorire con le manette.

Amn al-Markazi è quasi interamente fuori dal controllo pubblico, e l’esercito egiziano lo è anche meno. Ed è proprio da prigioni come al-Azouly a Ismailia e Agroot a Suez e dal quartier generale del 101° Battaglione ad al-Arish, che arrivano le peggiori testimonianze. Un uomo detenuto ad al-Azouly ha dichiarato - in una lettera datata 24 Marzo 2014 - che l’accesso ai bagni era permesso una sola volta al giorno, prima dell’alba, che i detenuti erano torturati con acqua e olio bollenti, e che lui aveva spesso sentito donne strillare da qualche parte nell’edificio. Lettere e racconti dei sopravvissuti descrivono tre livelli distinti all’interno di questi campi militari. Il primo piano  destinato ai prigionieri militari detenuti legalmente. Il secondo, noto come “il piano dei processi”, riservato a civili che hanno avuto processi militari. Il terzo piano, il “piano delle indagini”, assegnato alle persone che sono state fatte “scomparire”.
 
I detenuti del terzo piano sono noti per essere stati trattenuti più di sei mesi, a volte bendati durante la reclusione, per poi essere stati mandati in una prigione ufficiale - spesso con pesanti lesioni – con addosso gli stessi vestiti che avevano quando sono stati arrestati, muniti di documenti con date d’arresto falsificate. Detenere civili in una prigione militare è illecito, ma avviare procedure legali sarebbe difficile, dato che la reale esistenza di al-Azouly e Agroot non è ufficialmente riconosciuta. Al loro interno vi è detenuto un numero sconosciuto di persone, soggette a violenze sessuali punitive, a waterboarding [tortura dell’acqua, sotto forma di annegamente controllato N.d.T.], appese a soffitti, porte, finestre e bruciate con sigarette. Ricerche condotte dalla Human Rights Watch mostrano che tra l’inizio di novembre e la fine di dicembre dello scorso anno, 820 nuovi casi civili sono stati rimandati a procuratori militari.
 
Probabilmente non sorprende che la repressione abbia raggiunto questi livelli. Negli ultimi quattro anni una rivoluzione è stata tentata, è fallita e ha dato il via a un regime ricostituito, capeggiato dalla figura più energica ed efficiente della vecchia guardia; un consiglio militare ha arrestato il presidente, sospeso la costituzione, rastrellato scrittori, bandito gruppi per i diritti umani e massacrato dimostranti. E’ plausibile che un regime di questo tipo abusi dei prigionieri. Ma ciò che è successo nei piani alti dello stato egiziano, indica che è stato sistematicamente perseguito un programma preciso.

Una delle prime cose che al-Sisi ha fatto, dopo che il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha rivendicato la presidenza a luglio 2013, fu nominare un direttore a capo dei servizi di intelligence, i Mukhabarat. Mohamed Farid al-Tohami era un personaggio ben noto per il disprezzo nei confronti della Fratellanza Musulmana, per la simpatia verso e i contatti con l’intelligence militare israeliana, e come lealista di al-Sisi e del Consiglio supremo delle forze armate (CSFA). Sebbene al-Tohami sia da allora andato in pensione, la sua nomina preannunciò una serie di promozioni per altri lealisti e veterani dell’intelligence militare, che permisero ad al-Sisi – egli stesso ex capo dell’intelligence militare – di consolidare il suo controllo prima sull’apparato militare e poi sugli altri organi dello stato di sicurezza. Al- Sisi ha concentrato il potere del regime nella presidenza e in un piccolo entourage di generali veterani. E’ diventato popolare fuori dall’Egitto, descrivere il suo regime come un ritorno ai tempi di Mubarak, ma al-Sisi non si è accontentato di ritornare allo status quo ante: ha cercato un riconoscimento più importante, ripristinando l’esercito come istituzione centrale del potere di stato, con sé stesso come capo indiscusso.


Il Gen. Mamdouh Shahin                                                   Il  Gen. Abbas Kamel con Sisi

Il Gen. Mohamed Ibrahim

Recentemente sono trapelate registrazioni di telefonate, risalenti al febbraio scorso, tra il generale Mamdouh Shahin - un veterano del CSFA dal lungo mandato - e il generale Abbas Kamel, direttore dell’ufficio di al-Sisi, che suggeriscono la portata dell’influenza militare anche sul corrotto feudo del Ministro degli Interni. Le registrazioni rivelano infatti che Shahin contattò Mohamed Ibrahim, il Ministro dell’Interno [fine mandato 05/03/2015 N.d.T.], per discutere la riclassificazione dell’edificio militare nel quale Morsi era detenuto (probabilmente la base navale di Abukir): voleva che fosse designata come prigione ufficiale, al fine di evitare potenziali problemi al processo di Morsi. Il ministero lo assecondò, mentre Shahin forniva una dichiarazione ufficiale da far firmare a Ibrahim. Il che non significa che il Ministro sia stato totalmente subornato: c’è ancora una rivalità tra il Ministero degli Interni e l’esercito, ma quest’ultimo è in ascesa.
 
Al-Sisi ha esteso il suo modello di organizzazione, gestione e logica militare a quasi ogni aspetto dello stato egiziano. Una serie di cariche importanti è ora ricoperta da generali in servizio o in pensione: un supervisore, che costruisce strade o redige statistiche governative, è appena meno credibile di un soldato per rispondere a un generale di alto grado. Perfino le università, che proteggono le ultime tracce di dissenso, sono state trasformate in aree controllate in cui i professori, accusati di “partecipazione alle attività politiche”, sono stati licenziati e gli studenti monitorati dagli agenti dell’intelligence e dalle forze di sicurezza. Allo stesso tempo sono riemersi gli Zuwar al-Leil (letteralmente, “visitatori notturni”): agenti dell’intelligence che molestano dissidenti e altri civili durante raid notturni. Altamente centralizzata e indifferente all’opinione pubblica, l’amministrazione è più repressiva di quanto lo fosse quella di Mubarak all’apice dei suoi eccessi.
 
Uomini, donne e perfino bambini che si trovano sotto arresto – siano essi Fratelli Musulmani,http://tlaxcala-int.org/upload/gal_9972.gif studenti, attivisti sindacali, socialisti, o solo disoccupati che protestano per la loro situazione - ricevono lo stesso trattamento che un esercito riserverebbe ai combattenti catturati in un mondo senza protocolli di Ginevra. E’ questa l’essenza della dittatura militare: una visione che fa dello stato e della popolazione da esso regolata, due eserciti contrapposti, il primo meglio equipaggiato ma più piccolo del secondo, che attua la brutalità come tattica indispensabile. La visione di al-Sisi e del suo entourage, spiega molto bene l’incremento del ricorso alla tortura. Aida Seif al-Dawla, professoressa di psichiatria all’Università Ain Shams e capo del centro di riabilitazione, afferma:
I detenuti sono torturati quando vengono arrestati, poi torturati in commissariato, qualche volta torturati dall’intelligence, e quando arrivano in prigione, ufficiale o meno, sono ancora torturati. Mentre sono in prigione sono torturati, e se pianificano uno sciopero della fame o gli agenti sospettano che stiano complottando qualcosa per il successivo giro di visite, sono ancora torturati.
“A questo punto”, ha rimarcato un attivista veterano, “tutto l’Egitto è una prigione, coi soldati come guardie”.
 
Diana Eltahawy, ex membro dell’Iniziativa Egiziana per i Diritti Personali, osserva che le prigioni egiziane “sono simili a un microcosmo della società in generale”. I detenuti più poveri subiscono alcuni dei peggiori abusi e spesso lavorano per quelli più ricchi al fine di ottenere lievi miglioramenti, come avrebbero fatto in libertà. Le donne, che affrontano molestie sessuali endemiche e aggressioni nelle grandi città, trovano queste condizioni replicate – e intensificate – sotto la custodia della polizia o dell’Amn al-Markazi. I detenuti ricchi, ben collegati o di alto profilo generalmente ricevono un trattamento migliore, cibo migliore e assistenza sanitaria. Si è prestata molta attenzione all’intrico dei tre giornalisti di Al Jazeera condannati lo scorso giugno, uno dei quali, Peter Greste, è stato appena rilasciato. Un recente editoriale del Daily Telegraph dichiarava che “di tutti gli eventi che hanno gettato nella vergogna i governanti dell’Egitto, il ridicolo processo e la condanna” di questi giornalisti “è stato tra i più oltraggiosi”. Ma accade anche di peggio ogni giorno a persone di cui non conosceremo mai i nomi. Lo stato egiziano esige rispetto: “la sicurezza” è tutto ciò che conta. Chiunque è sospettato di essere una minaccia per l’ordine civile, è prelevato, imprigionato e punito in maniera infondata. Quelli che rimangono fuori dalla gabbia sono terrorizzati. E la maggior parte di quelli che, quattro anni fa, sognavano una nuova società e non sono dietro le sbarre, stanno ora soccombendo alla letargia della sconfitta.

 

Forze centrali di sicurezza (Amn El-Merkezi) in marcia al Cairo





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.lrb.co.uk/v37/n04/tom-stevenson/sisis-way
Publication date of original article: 19/02/2015
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=14435

 

Tags: EgittoAbdelfattah al-SisiCarceri segreteTorturaRepressioneDittatura militare
 

 
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