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 20/11/2017 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 LAND OF PALESTINE 
LAND OF PALESTINE / Palestina e Studi sulla Palestina a un secolo dalla Prima Guerra Mondiale e dalla Dichiarazione Balfour
Date of publication at Tlaxcala: 01/11/2017
Original: Palestine and Palestine Studies: One Century after World War I and the Balfour Declaration
Translations available: Português  Deutsch  Français 

Palestina e Studi sulla Palestina a un secolo dalla Prima Guerra Mondiale e dalla Dichiarazione Balfour

Walid Khalidi وليد الخالدي

Translated by  Francesco Giannatiempo
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

Centro per gli Studi sulla Palestina, SOAS, Università di Londra
Prima conferenza annuale, 6 marzo 2014

Il famoso storico palestinese, professor Walid Khalidi, fondatore e direttore dell’Istituto per gli Studi sulla Palestina (Beirut e Washington), ha tenuto il 6 Marzo  una conferenza su ‘Palestina e Studi sulla Palestina a un secolo dalla Prima Guerra Mondiale e dalla Dichiarazione di Balfour’ a un folto pubblico che comprendeva due ambasciatori arabi e diversi giornalisti alla SOAS (Scuola di Studi Orientali e Africani), Università di Londra.

L’evento è stato organizzato dal Centro per gli Studi sulla Palestina/LMEI e presentato dal professor Gilbert Achcar, presidente del centro.

Nato nel 1925 a Gerusalemme, Palestina, il professor Khalidi ha studiato e insegnato a Oxford come anche alla American University di Beirut, ad Harvard e a Princeton. Segretario generale co-fondatore dell’Istituto per gli Studi sulla Palestina di Beirut dal 1963, attualmente è il presidente della sua affiliata IPS (USA), ubicata a Washington DC, ed è Membro dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze.

Il professor Gilbert Achcar ha dichiarato: “Il professor Khalidi ha sbalordito tutti con ciò che è stata sia una conferenza che una sorprendente prestazione.”

Betlemme, Palestina, 1934

I

OGGI CI INCONTRIAMO  per celebrare il secondo anniversario della fondazione del Centro per gli Studi sulla Palestina alla SOAS. Sono onorato che mi abbiano chiesto di tenere questa prima conferenza annuale. È profondamente gratificante avere l’occasione di potermi rivolgere a voi nel nome di una istituzione consociata – l'IPS – che ha appena celebrato il suo 50mo anniversario da istituto di ricerca indipendente, privato, non di parte, no profit e di servizio pubblico.

NOI DELL' IPS ci rallegriamo della prospettiva di molti anni di cooperazione innovativa tra i nostri due istituti. Come altri centri di studi sulla Palestina, stiamo entrambi conducendo ricerche sullo stesso fenomeno: il sempre crescente accumulo di macerie generate in quel fatidico giorno del 2 novembre 1917 dalla cosiddetta Dichiarazione Balfour, il documento politico sul Medio Oriente più distruttivo del Novecento.
 
 Foreign Office
2 novembre 1917
Egregio Lord Rothschild,

È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell'ebraismo sionista che è stata presentata, e approvata, dal governo.

"Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni".

Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista.
Con sinceri saluti
Arthur James Balfour 

 
QUANTO questa università sia andata avanti  – e quanto aliena l’idea di un Centro per gli Studi sulla Palestina potesse essere a Lord Balfour — lo si può misurare dalle parole spesso citate, grondanti di disdegno olimpico, che lui ha pronunciato nel 1919:
"Le quattro grandi potenze si sono impegnate con il Sionismo e il Sionismo, giusto o sbagliato, bene o male che sia, è radicato in una tradizione secolare, in esigenze attuali e future speranze che hanno una portata più vasta e profonda dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano quella terra antica".
L’espressione “Questione palestinese” è una maniera di designare in forma abbreviata la genesi, l’evoluzione e le conseguenze negative della colonizzazione sionista della Palestina – iniziata negli anni 1880 e che continua tutt'ora.
 
LO STESSO ANNO DI UN SECOLO FA, la Prima Guerra Mondiale diede la stura alla catena di eventi che portarono alla Dichiarazione di Balfour. Dal momento in cui venne emanata nel 1917, erano passati quasi 40 anni dall’inizio della colonizzazione sionista e 20 dal primo Congresso sionista a Basilea. Malgrado il fervore dei primi coloni, il movimento delle masse di ebrei che scappavano dal regno zarista non avvenne a sud verso il levante, ma verso ovest attraverso l’Europa diretti alle sponde magnetiche del Nord America. Un rivolo arrivò in Palestina, mentre un fiume ondeggiò attraverso l’Atlantico.
LA MAGGIOR PARTE delle autorità rabbiniche attraverso tutta la Diaspora erano ostili al sionismo perché ostacolava il Messia ebreo, mentre le borghesie ebraiche europea e americana erano imbarazzate dal sionismo e temevano di essere accusate di doppia lealtà dai gentili.
TUTTO CIÒ CAMBIÒ quando la Gran Bretagna diede la sua benedizione all’iniziativa sionista con la Dichiarazione Balfour. Non solo diede la propria benedizione, ma convenne nel trasformare questa dichiarazione unilaterale in un obbligo auto-imposto garantito dalle leggi internazionali del sistema del Mandato della Lega delle Nazioni fondato di recente.
BASANDOSI UNICAMENTE SULLA SUA AUTORITÀ  di potenza imperiale, fu d’accordo a realizzare quest’obbligo in associazione con un organismo privato straniero (l’Organizzazione Mondiale Sionista), ora elevata, sotto la specie di un’Agenzia ebraica internazionale, al rango di attore indipendente riconosciuto dalla Lega con l’obiettivo specifico di creare il Focolare nazionale ebraico in Palestina.
IMMEDIATAMENTE viene in mente una domanda: come ha potuto Londra, ricca di competenza proconsolare maturata in secoli di trattative con una moltitudine di razze e fedi nattraverso il mondo, farsi ingannare dal piano sionista?
LA BREVE RISPOSTA è tutta in una parola: dalle due sillabe del greco Hubris, i.e. Arroganza. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, con gli USA ritiratisi dietro un muro di isolazionismo e con gli imperi degli Ottomani, Romanov, Asburgo e Hoenzollern in rovina, il potere britannico era al massimo. Solo il regno del Re Clodoveo attraverso il canale [della Manica] poteva sfidarlo. Ma questo non sarebbe stato un grande affare, perché Sir Mark Sykes aveva scoperto una comoda formula per vincere la remissività francese: dividere il bottino di guerra!
 
NATURALMENTE,  esiste una risposta più lunga, che quella è dove i nostri centri di ricerca giungono. Mettendo da parte l’intricata foresta dei Libri Bianchi e Blu e delle Commissioni d’Inchiesta del periodo di Mandato, i nostri studiosi farebbero bene a esaminare più a fondo il come e il perché la Londra imperiale tra le due Guerre Mondiali ha allevato un imperium in imperio rivale sotto la sua autorità. L’enigma si approfondisce se si considera che questo imperium non era solo locale: aveva una dimensione esterna, un imperium ex imperio, nell’Agenzia ebraica, i cui maggiori istituti finanziari e le altre fonti di potere erano ampiamente usamericane, ponendola aldilà del controllo di Londra.
PERCIÒ, quando nel 1939 Ben Gurion – dirigente di spicco dello Jishuv* – cambiò idea scartando la scelta britannica (favorita dal suo rivale politico Chaim Weizmann) per puntare sugli usamericani, e lo fece attraverso un calcolo premeditato sul potenziale usamericano come contrappeso e successore della Gran Bretagna.
LA STORIA è vecchia come il mondo: la rivolta di un cliente contro un benefattore metropolitano. Ma l’erosione dell’accordo anglo-sionista sul finire degli anni trenta del secolo scorso esemplifica anche la legge ferrea della politica: in nessun caso due entità politiche rimangono eternamente in sincronia. Qui si potrebbe ravvisare una morale per l’attuale relazione tra la Washington di Obama e la Tel Avivi di Bibi.
 
II
GLI EVENTI del 1948 hanno provocato più controversie di ogni altra fase della Questione Palestinese, dando origine infine a una nuova scuola storiografica post-sionista in Israele. I suoi autori sono stati designati come i Nuovi Storici, opposti ai Vecchi Storici che articolavano una narrativa mitica di fondazione sionista.
LA VECCHIA NARRATIVA era caratterizzata da un Davide dello jishuv che fronteggiava un Golia arabo, con la perfida Albione tutto impegnata a strangolare lo stato nascente. Comprendeva anche centinaia di migliaia di palestinesi che lasciavano le proprie case, le fattorie e imprese in risposta agli ordini dei propri capi per fare strada agli eserciti di invasione arabi il 15 maggio del 1948.
DATO il ruolo dell’IPS e di chi vi parla nell’articolazione della contro-narrativa palestinese a quella dei Vecchi Storici, potrebbe risultare utile, per la cronaca, condividere alcuni elementi di come questa si sia sviluppata.
UNO dei primi resoconti autorevoli di una versione iniziale del mito israeliano degli ordini arabi viene dato dallo storico palestinese Arif al-Arif. Arif è stato a Ramallah come vice-commissario distrettuale durante gli ultimi anni del Mandato, e i giordani lo avevano mantenuto come governatore civile de facto.
A METÀ DEL LUGLIO 1948, le forze israeliane lanciarono un massiccio attacco alle città palestinesi di Lidda e Ramla, mentre gli eserciti arabi se ne stavano a guardare a breve distanza. L’intera popolazione delle due città – qualcosa come 60.000 persone – vennero forzate a una lunga marcia verso Ramallah. Vi giunsero in condizioni pietose, dopo che centinaia erano caduti durante il cammino.
IL CONTE BERNADOTTE, mediatore dell’ONU, giunse a Ramallah la terza settimana del luglio 1948. Arif, delegato ad accompagnarlo, fu sorpreso nel sentire da Bernadotte che gli ufficiali superiori israeliani appena incontrati lo avessero “assicurato” che gli abitanti di Lidda e Ramla se ne fossero andati a causa di ordini dati loro dai capi delle città.
ARIF cercò immediatamente di organizzare un incontro tra Bernadotte e questi capi, che ancora vivevano nelle grotte e sotto i ponti a seguito della loro espulsione: ecclesiasti musulmani e cristiani, consiglieri municipali, giudici, professionisti di ogni genere.
HO ilpiccolodubbio nella mia testa che questa esperienza abbia contribuito alla raccomandazione di Bernadotte alle Nazioni Unite sul ritorno dei rifugiati, passata all’Assemblea Generale dopo il suo assassinio da parte del Gruppo Stern di Yitzhak Shamir.
NEGLI ANNI 50, il mito degli ordini arabi si era installato nei media britannici. A quell'epoca, la versione israeliana predominante era che gli ordini sarebbero stati trasmessi via radio dagli alti dirigenti palestinesi, non dai capi locali. L’esponente più aggressivo di questa versione fu il giornalista britannico Jon Kimche, poi editore del settimanale Jewish Observer (Osservatore Ebraico), l’organo della Federazione Sionista Britannica.
 
L’ALTO dirigente palestinese Haj Amin al-Husseini viveva allora in esilio in Libano. Lo conoscevo dall’infanzia e mi ha sempre trattato gentilmente. Quando gli ho descritto l’impatto del mito degli ordini in occidente, mi ha dato immediatamente libero accesso ai suoi archivi (poi distrutti dalle forze falangiste durante la Guerra civile libanese negli anni 70).
PER PRIMA COSA ho esaminato la grande quantità di registrazioni di sorveglianza della BBC delle trasmissioni radio arabe del 1948 custodite al British Museum di Londra.
HO AGGIUNTO i dati degli archivi di Haj Amin alle scoperte delle registrazioni della BBC per produrre il mio articolo “Why Did the Palestinians Leave?” (“Perché i palestinesi se ne sono andati?”) pubblicato nel 1959 dal Middle East Forum - giornale dei laureati della AUB (American University of Beirut).
SI PRESENTA ERSKINE B. CHILDERS. A Beirut, poco dopo la pubblicazione dell’articolo, ho ricevuto la visita di questo giovane giornalista irlandese che ha mostrato grande interesse alle registrazioni della BBC, dicendomi che intendeva esaminarle di persona al suo ritorno a Londra.
SI PRESENTA (nei primi mesi del 1960) Ian Gilmour, proprietario dello Spectator, il prestigioso settimanale britannico. Era appena stato in Israele e aveva sentito parlare degli ordini arabi da ufficiali superiori israeliani. Avendo letto l’articolo sul Middle East Forum, mi fece molte domande e se ne ripartì.
IL 12 MAGGIO DEL 1961 lo Spectator pubblicò l’articolo di Childers intitolato “The Other Exodus” (“L’altro esodo”), la cui conclusione era: nessun ordine.
NE SEGUÌ unascoppiettante corrispondenza di lettere dei lettori durata quasi tre mesi sulle colonne dello Spectator, e in cui, grazie a Gilmour, la narrativa contro-israeliana ricevette un’esposizione senza precedenti.
UNO DEI PRIMI areplicare fu Jon Kimche, che altezzosamente opinò: “Nuovi miti … hanno preso il posto di quelli vecchi. Gli israeliani … hanno contribuito alla loro diffusione, ma più tardi lo hanno fatto i propagandisti arabi (Walid Khalidi ed Erskine Childers).”
ALLORA ero in congedo sabbatico dall’AUB a Princeton, e controllavo alla Firestone Library le registrazioni di sorveglianza eseguite dalla CIA nel 1948 alle trasmissioni arabe. Da lì, scrissi allo Spectator smentendo di conoscere Childers (falso), ma esprimendo grande piacere che fosse arrivato in maniera indipendente alla mia stessa conclusione (ed era vero). Rilevai anche che le mie ultime scoperte nelle registrazioni della CIA corroborassero le mie prime scoperte nelle registrazioni della BBC.
NELLA FATTISPECIE, a Princeton avevo anche visionato le fonti ebraiche con l’aiuto di una simpatica studiosa anziana sefardita.
IL RISULTATO della mia ricerca fu il “Plan Dalet: The Zionist Master Plan for the Conquest of Palestine” (“Il Piano Dalet: il piano maestro sionista per la conquista della Palestina”), pubblicato nel 1961, ancora una volta sul Middle East Forum. Siccome la corrispondenza dello Spectator coinvolgeva sempre di più l’esodo palestinese in maniera più generale — intervenni con un riepilogo delle mie scoperte. La mia lettera dichiarava, tra l’altro:
“È stato attivato un piano generale sionista chiamato Piano Dalet per l’occupazione forzosa delle aree arabe dentro e fuori lo stato ebraico “concesso” dall’ONU ai sionisti. Questo piano puntava alla de-arabizzazione di tutte le zone sotto il controllo sionista.
Il Piano Dalet puntava sia a spezzare la resistenza arabo-palestinese che a fronteggiare l’ONU, gli USA e le nazioni arabe con un fatto compiuto politico e militare nel più breve tempo possibile – da cui gli scoppi di violenze massicci e spietati contro i centri della popolazione araba.
Appena il Piano Dalet fu messo in atto e decine di migliaia di civili arabi terrorizzati fuggirono verso i paesi arabi vicini, l’opinione pubblica araba ha obbligato i propri governi tentennanti a inviare i propri eserciti regolari in Palestina.
È ponderata opinione dello scrivente che è stata solo l’entrata degli eserciti arabi a frustrare l’obiettivo più ambizioso del Piano Dalet, che non era niente di meno che il controllo militare dell’intera Palestina a ovest della Giordania. ˮ Che io sappia, questa è la prima citazione pubblica del Piano Dalet in occidente.
 
III.
PROPRIO COME LA PRIMA GUERRA MONDIALE diede nascita alla Dichiarazione Balfour, la guerra del 1967 fece nascere un altro documento di grande importanza: la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
RISOLUZIONE 242 (1967) adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite il 22 Novembre 1967
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità il 22 novembre ( 15 voti favorevoli, nessuna astensione, nessuno contrario) la proposta di risoluzione presentata dalla delegazione britannica.
” Il Consiglio di Sicurezza,
esprimendo l’inquietudine che esso continua a provare a causa della grave situazione nel Medio Oriente,
Sottolineando che l’acquisizione dei territori con la guerra è inammissibile e che è necessario operare per una pace giusta e duratura, che consenta ad ogni stato della regione di vivere in sicurezza,
Sottolineando inoltre, che tutti gli stati membri accettando la Carta della ONU si sono impegnati ad agire in modo conforme all’art. 2 dello Statuto;
1. Afferma che il compimento dei principi della Carta esige l’instaurazione di una pace giusta e durevole nel Medio Oriente, che dovrebbe comprendere l’applicazione dei due seguenti principi:
a) Ritiro delle truppe israeliane da(i) territori occupati nel recente conflitto;
b) Fine di tutte le pretese e di tutte le situazioni di belligeranza e rispetto e riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di ogni stato della regione e del loro diritto di vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute, al riparo da minacce ed atti di forza;
2. Afferma inoltre la necessità:
a) Di garantire la libertà di navigazione sulle vie d’acqua internazionali della regione;
b) Di realizzare una giusta soluzione del problema dei profughi;
c) Di garantire l’inviolabilità territoriale e l’indipendenza politica di ogni stato della regione, con misure comprendenti la crazione di zone smilitarizzate;
3. Prega il Segretario Generale di designare un rappresentante speciale il quale si rechi nel Medio Oriente al fine di stabilire e mantenere rapporti con gli stati interessati in vista di favorire un accordo e di favorire gli sforzi tendenti ad un regolamento pacifico e accettato, conformemente alle disposizioni ed ai principi della presente risoluzione;
Prega il Segretario Generale di presentare appena possibile al Consiglio un rapporto sugli sforzi del rappresentante speciale”.

E proprio come la Dichiarazione Balfour, in un certo senso, è la sorgente di tutti gli sviluppi nella Questione Palestinese/Conflitto arabo-israeliano nel 20° secolo fino alla Guerra del 1967, in egual maniera la Risoluzione 242, in un certo senso, è la sorgente definitiva di tutti gli sviluppi nel conflitto per tutto l’equilibrio del 20° secolo fino a oggi.
STRANAMENTE, molti osservatori guardano con favore alla Risoluzione 242, in gran parte perché il suo preambolo parla di “inammissibilità dell’acquisizione di territorio attraverso la guerra.” Ma nei suoi paragrafi operativi, si fa esattamente l’opposto.
È VERO che si parla di “ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati” (nella versione francese “des territoires occupés”), ma non si specifica quando il ritiro dovrebbe iniziare, la linea  sulla quale Israele dovrebbe ritirarsi o quanto tempo dovrebbero impiegare per ritirarsi. E nemmeno si menzionano per nome i territori da cui doversi ritirare.
NELLA RISOLUZIONE vi è un richiamo alla pace e a “ confini sicuri e riconosciuti” tra tutti i protagonisti, ma non viene indicato chi decide della sicurezza o dell’ubicazione di questi confini. Non vengono menzionate linee di armistizio.
NELLA RISOLUZIONE si afferma la necessità di uns “giusta soluzione del problema dei rifugiati”, ma non si indicano coloro che decidono della giustizia della soluzione o chi siano questi rifugiati. La parola “palestinese” è totalmente assente; e non esiste riferimento alcuno all’applicabilità delle Convenzioni di Ginevra ai territori occupati.
QUESTO notevole testo dovrebbe essere letto alla luce dei retroscena delle decisioni prese dal gabinetto israeliano il 18 e 19 giugno, poco dopo la cessazione delle ostilità.
IN BREVE, il consenso generale del gabinetto israeliano si fece su
 (1) ritiro solo a condizione di accordi di pace;
(2) trattati di pace con Egitto e Siria sulla “base“ delle frontiere internazionali e delle necessità di sicurezza di Israele; 
(3) annessione della Striscia di Gaza, e
(4) il fiume Giordano come “confine di sicurezza” di Israele, implicando il controllo permanente sulla Cisgiordania.
NON C’È BISOGNO di essere un crittografo per notare la concordanza della Risoluzione 242 con queste specificazioni — o piuttosto istruzioni —del gabinetto israeliano.
LA FOCALIZZAZIONE sui trattati di pace con Egitto e Siriaall’esclusionedella Giordania è, naturalmente, progettato per disaccoppiare queste nazioni – Siria ed Egitto – dalla questione palestinese e isolare sia i palestinesi che i giordani.
IL 28 GIUGNO DEL 1967, dieci giorni dopo la riunione di questo gabinetto, Israele rivelò le sue vere intenzioni annettendosi  le 2,5 miglia quadrate (6,4750 kmq) della parte municipale giordana di Gerusalemme Est con l’aggiunta di 22,5 miglia quadrate (58,275kmq) del territorio primario adiacente cisgiordano in una configurazione territoriale oscena conficcandosi verso nord a Ramallah.
LA RISOLUZIONE 242 è stata una vittoria politica e diplomatica di Israele non meno importante della sua vittoria sul campo di battaglia. Ma è stata possibile solo grazie al presidente Lyndon B. Johnson. Ciò che realmente ha motivato L. B. Johnson rimane un ambito di ricerca per tutti i centri di studi sulla Palestina. Da senatore, nel 1956 Johnson si oppose irremovibilmente alla decisione di Eisenhower di forzare Israele a ripristinare lo status quo precedente e restituire i suoi “territori acquisiti per mezzo della guerra”.
ALL’INDOMANI della Guerra del 1967, il ministro degli esteri israeliano - Abba Eban – lavorò a stretto contatto con la cerchia ristretta di L. B. Johnson, tra cui c’era l’ambasciatore usamericano all’ONU Arthur Goldberg. (In qualità di membro di una delegazione irachena pre-Saddam all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proprio dopo la Guerra, ho dovuto ascoltare Eban tessere la sua tela di falsità, ma ho avuto la mia possibilità di ribattergli).
EBAN nella sua biografia rivela che spinse i suoi omologhi usamericani a “sradicare” dalle loro menti il concetto stesso di “armistizio”, e di legare il ritiro israeliano dalle linee di tregua dell’epoca alle “negoziazioni di pace, in cui i confini verrebbero fissati mediante accordi”.
QUESTO SIGNIFICAVA che il punto d’inizio per le negoziazioni sarebbe stato la trincea più lontana raggiunta dalla corazzata israeliana nel profondo dei territori arabi. E significava anche che Israele poteva – come del resto fece - usare lo spessore delle conquiste e della sua superiorità militare per dettare i tempi, il ritmo, la sequenza e le dimensioni del suo ritiro.
IL “REGIME” stabilito dalla Risoluzione 242 è stato accettato, se non spalleggiato, dalle successive amministrazioni usamericane fin dalla presidenza di L. B. Johnson. L’opacità della risoluzione e la sua permissività resero possibile la politica degli insediamenti continuata fino a oggi. È questo regime che ha spedito Sadat a Gerusalemme e Arafat a Oslo.
LA GUERRA DEL 1967 diede il colpo di grazia al panarabismo laico, già per altro in agonia.
Ma catapultò il movimento di guerriglia palestinese in prima linea, perché simboleggiava la resistenza per l’intero mondo arabo dopo l’umiliante disfatta degli eserciti arabi.
L’IMPATTO  più profondo e potenzialmente più catastrofico della guerra, comunque, si trova nell’ispirazione che questa ha dato al messianesimo fondamentalista religioso neo-sionista e alla sua creazione di condizioni propizie a scontri sui luoghi santi di Gerusalemme tra jihadisti ebrei e cristiani evangelici da un lato e jihadisti musulmani dall’altro.
 

 
IV
QUANDO si osserva l’attuale scena palestinese, si può vedere un popolo appeso con le unghie ai resti della propria terra ancestrale.
IN TALI tremende avversità, la priorità più alta dei palestinesi dovrebbe sicuramente essere di serrare le fila.
ED È per questo che la spaccatura fra Fatah e Hamas risulta tanto scandalosa. Si ha bisogno di due pugni per sopravvivere. Entrambe le parti sono da biasimare ed entrambe le parti dovrebbero essere instancabilmente e inesorabilmente spinte a riconciliarsi.
NATURALMENTE lo stesso atto di riconciliazione tra loro verrebbe colto da Netanyahu come un atto di guerra. Ma certamente Israele sa che la riconciliazione intra-palestinese è una cosa di cui non si può fare a meno per qualsiasi pace israelo-palestinese.
 
IL DIVARIO  tra Fatah e Hamas sulle modalità di lotta è ampio. Abbas si è impegnato nella non-violenza. Quest’impegno non è filosofico: da professionista della violenza nei suoi giorni di guerriglia, Abbas silenziosamente ne andava assorbendo i costi e le conseguenze. E non è una coincidenza che fosse il primo tra i dirigenti di Fatah a proporre un dialogo con interlocutori israeliani ben disposti.
L’IMPEGNO DI ABBAS alla non-violenza è strategico, non tattico. Lo so per certo, avendo ascoltato lui e i suoi tre predecessori: Arafat, Shuqairi e Haj Amin.
PER MOLTI ASPETTI, ABBAS risulta una figura tragica. È un capo-guerriglia deliberatamente diventato “collaborazionista”. Ogni notte le sue forze di sicurezza se ne stanno rinchiuse nei loro accampamenti, mentre le squadre dei commando israeliani si aggirano furtive nelle stradine delle casbe, tra i campi dei rifugiati e tra i villaggi cisgiordani alla caccia di giovani militanti: è un prezzo terribile da pagare per una superiorità morale.
PER QUANTO TEMPO Abbas può riuscire a mantenere questa politica senza un reale progresso verso la pace? Per quanto tempo i palestinesi sopporteranno il suo comando?
TUTTAVIA  non bisognerebbe dimenticare che il movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions; movimento per il Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele) non avrebbe potuto fare tanti progressi senza Abbas.
PER QUANTO AMPIO SIA, IL DIVARIO tra Abbas e Hamas sulla questione di una lotta armata non è insanabile. Esistono prove di pragmatismo all’interno del comando di Hamas. Riflettendoci dal punto di vista teologico, risulta anche possibile che esso immagini una strategia d’uscita teologica dal suo impegno dichiarato alla lotta armata.
PER DI PIÙ,  l’impegno alla non-violenza di Abbas non preclude la disobbedienza civile. Questo potrebbe costituire il terreno d’incontro una volta che la volontà di riconciliazione riesca a subentrare e che possa sopraggiungere il tempo della disobbedienza civile.
SE LA SPACCATURA FATAH/HAMAS risulta pericolosamente pregiudizievole per la causa palestinese, allo stesso modo agisce il disaccordo sul suo obiettivo politico. Non è un segreto che l’argomento uno-stato/due-stati sia il soggetto di discussione più importante, non solo all’interno del campo palestinese, ma anche all’interno di una più ampia cerchia di alleati e sostenitori.
COME AVRETE POTUTO IMMAGINARE, non sono un innato fautore della partizione della Palestina – ovvero della formula dei due-stati. Di fatti, ci sono arrivato abbastanza tardi: era solo il 1978 quando l’ho sposata in un articolo su Foreign Affairs intitolato “Thinking the Unthinkable” (“Pensare l’impensabile”).
SONO ANCORA per i due-stati,ed ecco il perchè:esiste un sostegno mondiale per la soluzione a due-stati — con la possibile eccezione degli Stati Federati della Micronesia. Sarebbe da irresponsabili rinunciare a questa inestimabile risorsa preziosa.
ABBIAMO GIÀ provato la cornice a uno-statodurante i 30 anni del mandato britannico, e sappiamo ciò che è accaduto anche se l’equilibrio del potere all’inizio fosse solidamente in favore dei palestinesi.
L’EQUILIBRIO DEI POTERI  oggi è a favore dell’altro lato in maniera schiacciante. Israele è la superpotenza del Mashrek arabo, grazie al sistema marcio degli stati arabi e delle loro élites politiche in carica. In una cornice a uno-stato, Israele avrebbe l’alibi ideale per rimuovere qualsiasi vincolo restante sugli insediamenti. In un batter d’occhio, i palestinesi sarebbero fortunati ad avere abbastanza terra per piantare cipolle nei loro orti e per potervi seppellire accanto i propri morti.
LA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DI ISRAELE DEL 1948 prometteva di assicurare “completa uguaglianza di diritti politici e sociali a tutti gli abitanti, indipendentemente dalla religione, dalla razza o dal sesso”.
Ora, Netanyahu sta insistendo sul precedente riconoscimento del carattere ebraico  di Israele come condizione assoluta per un accordo di pace.
Dei 37 firmatari della dichiarazione israeliana del 1948, solo uno era nato in Palestina. Gli altri venivano per la maggior parte dalla Polonia e dall’Impero Russo: da Plońsk, Poltava e Pinsk; da Łódź e Kaunas. Questi uomini erano per la maggior parte di centrosinistra, ma non giunsero fino in Palestina per condividere la loro nuova patria con i suoi abitanti.
QUANDO Netanyahu parla di uno stato ebraico, parla in nome di un vasto e crescente elettorato dell’ala destra nazionalista e fondamentalista religiosa, che divide esattamente a metà la società israeliana.
 
LA DIVISIONE nella popolazione ebraica dell’odierna Israele non è più tra destra e sinistra, bensì tra laicisti e religiosi. Molti dei laici sono liberali e post-sionisti, ma non risultano essere la parte predominante.
LA PARTE IN ASCESA è un movimento di coloni di destra trionfalisti religiosi messianici neo-sionisti alleati all’evangelismo apocalittico cristiano usamericano lanciato dalla conquista del 1967 dell’intera Eretz Israele e dal ritorno del “Tempio del Monte” al possesso militare ebraico.
QUESTA COALIZIONE considera i palestinesi come canaaniti la cui sorte sia biblicamente predestinata. Non vedono molto di più favorevolmente gli israeliani ebrei laici. In Israele, non esiste consenso generale su chi è ebreo. In effetti, dovremmo chiedere a Bibi di dare una definizione di “Ebraico”.
MOLTI FAUTORI DEL MOVIMENTO BDS sonosostenitori della formula a uno-stato che guardano al successo delle sanzioni contro il Sud Africa: ma, tra l’inizio delle sanzioni contro il Sud Africa nei primi anni 60 e l’elezione di Mandela nel 1994 sono trascorsi 30 anni. Il tempo non è una risorsa a cui attingere per i palestinesi favorevoli a un contesto a uno-stato, malgrado il fattore demografico.
IO NON SONO contro il movimento BDS: voglio che abbia successo. E perché ciò avvenga, c’è bisogno degli ebrei post-sionisti e dei liberali sionisti. Delegittimate l’occupazione e godrete di ottime possibilità. Delegittimare la stessa Israele vi costerà il grosso dei vostri alleati ebrei e la maggior parte delle capitali amiche nel mondo.
CERCHIAMO DI AVERE DUE CAMPAGNE BDS:
BDS UNO, per terminare l’occupazione;
BDS DUE, per attuare la promessa ai propri cittadini arabi nella Dichiarazione di Indipendenza di Israele – in questa sequenza.
ABBRACCIARE L’IDENTITÀ DI QUALCUNO in un’era di globalizzazione è un fenomeno globale testimoniato nella rottura di stati e di movimenti di devoluzione in tutto il mondo. I sostenitori della formula a uno-stato corrono contro questa tendenza.
UNO STATO PALESTINESE è un imperativo palestinese. I palestinesi necessitano il mantenimento dei propri legami con ciò che rimane del loro suolo ancestrale. Hanno bisogno di un cordone ombelicale legato alla memoria collettiva dei loro genitori e dei loro avi.
 
HANNO BISOGNO DI UNA TRIBUNA che prenda le difese di coloro che vogliono rimanere in diaspora. Hanno bisogno di trasmettere un’eredità ai loro nipoti e bisnipoti. Hanno bisogno di un posto alla luce del sole dove non siano alieni, fantasmi apatridi o cittadini di seconda classe.
 

Ain Jabrud, Palestina 1937
 

V.
LA TRISTA SITUAZIONE della “nazione araba” può essere misurata dal fatto che il futuro della Palestina dipenda più dai “desideri e dai pregiudizi” di Benjamin Ben Zion Nathan Netanyahu che da quelli di chi è al potere nelle orgogliose capitali arabe, la Damasco ommayade, la Bagdad abasside, il Cairo ayyubide o la Riyad wahhabita.  
TUTTORA, l’attuale discorso tripartito tra Netanyahu, Kerry e Abbas è in realtà una facciata per la maratone del braccio di ferro che sta andando avanti tra Bibi e Obama da cinque anni.
HO VOLUTAMENTE ELENCATO la filiazione di Bibi. Il suo modello ideologico è stato forgiato dagli insegnamenti di e incarnato in suo nonno - il rabbino Rabbi Nathan  - e in suo padre, il professor Ben Zion.
IL RABBINO NATHAN, contemporaneo di Herzl, era un sionista nazionale religioso (specie rara a quel tempo).
Era un fervente seguace di Vladimir Jabotinsky, il fondatore del movimento sionista revisionista, così chiamato perché dai primi anni 20 cercò di “modificare” la strategia gradualista e dissimulatrice di Chaim Weizmann e di Ben Gurion.
JABOTINSKY ha insistito su  un’imperterrita asserzione del punto finale del Focolare nazionale ebraico ebraica — uno stato ebraico attraverso cui il fiume Giordano scorreva, non uno in cui il fiume fosse il confine.
QUESTO OBIETTIVO doveva essere raggiunto nel più breve tempo possibile mediante un’immigrazione massiccia, per mezzo di un “Muro di Ferro” – cioè di una forza militare schiacciante. Ben Gurion si riferiva abitualmente a Jabotinsky come “Vladimir Hitler”.
 
IL FERVORE DI BEN ZION per Jabotinsky non era meno acceso di quello di Nathan. A 18 anni si è unito al partito dei revisionisti, e più tardi è stato editore di un quotidiano revisionista – JORDAN – che criticava inesorabilmente Weizmann e Ben Gurion.
BEN ZION seguì Jabotinsky negli USA dove divenne il suo segretario. Vi rimase per dieci anni diffondendo l’ideologia revisionista, ma tornò in Israele per attaccare Menachem Begin per il suo trattato di pace con l’Egitto.
DI RECENTE, NON MOLTO prima della sua morte, Ben Zion ha dichiarato a un quotidiano israeliano che “trattenendo il cibo alle città arabe, impedendo l’istruzione, tagliando l’energia elettrica e altro, gli arabi non sarebbero capaci di esistere e scapperebbero da qui”.
I BIOGRAFI ISRAELIANI DI BIBI riportano che Ben Zion ha istruito i propri figli in storia e giudaismo e che tenevano il proprio padre in “ sacra venerazione”. Da bambino, Bibi voleva spesso discutere “il principio delle due rive del Giordano”.
SE IL PADRE E IL NONNO DI BIBI costituirono le influenze ideologiche della sua formazione, nella vita il suo modello di comportamento fu suo fratello maggiore Jonathan, l’eroe di Entebbe, luogo in cui venne ucciso in azione. È da qui che proviene la spavalderia di Bibi.
LA MORTE DI JONATHAN traumatizzò padre e figlio. Per onorarlo, fondarono a Gerusalemme l’Istituto Jonathan per lo studio del “terrorismo internazionale”.
CONVENIENTEMENTE, uno dei suoi convegni venne tenuto dal primo ministro Menachem Begin, benché, a quanto pare, si astenne dal raccontare i suoi ricordi su Deir Yasin o su come la sua organizzazione – l’Irgun - avesse introdotto le lettere-bomba, i pacchi-bomba, i barili-bomba, le bombe ai mercati e le auto-bomba in Medio Oriente.
PER BIBI, gli USA sono un terreno amico quanto Israele. Conosceva quel paese da quando aveva 7 anni: scuole elementari, superiori, MIT, società di consulenza a Boston. Durante questo periodo ha affinato l’accento di Philadelphia e si è impadronito del vocabolario del baseball. Almeno tre dei suoi zii sono emigrati negli USA dove sono diventati magnati dell’acciaio e dello stagno.
 
DOPO L’INVASIONE ISRAELIANA del Libano nel 1982, Yitzhak Shamir, allora ministro degli esteri, inviò Bibi come addetto all’ambasciata di Washington per aiutare a rimediare l’immagine di Israele.
BIBI FU un successo immediato: disinvoltamente onnipresente sui media, veniva trattato come una celebrità dalle più importanti organizzazioni ebraiche. Da ambasciatore all’ONU dal 1984 al1988, ha consolidato la propria celebrità con il pubblico pro-israeliano negli USA.
NEL 1991 Shamir, allora diventato primo ministro, designò Bibi come viceministro, alimentando ulteriormente il suo appetito di ascesa politica himalayano. Dal 1993,  Bibi divenne il leader del Likud, e dal 1996, il primo ministro.
UNA PIÙ IMPORTANTE FONTE chiave per capire i rapporti traWashington e Tel Aviv sono le bio e le autobiografie dei successivi presidenti e segretari di stato. Lo spazio destinato al conflitto arabo-israeliano in questi scritti è aumentato a dismisura negli ultimi decenni. Curiosamente, finora non ci sono stati seri tentativi di esaminare e ordinare queste informazioni con le altri fonti- altro ambito di studi per i centri sulla Palestina.
SIN dai suoi giorni all’ambasciata di Washington, Bibi ha trattato con cinque amministrazioni usamericane rivestendo vari ruoli. Ritiene che l’arena politica usamericana gli venisse aperta in maniera legittima. Crede che i suoi scritti sul terrorismo abbiano convinto il presidente Reagan a cambiare la politica usamericana sul modo di trattare la questione.
SI VANTA di essere riuscito a fare pressioni sul Congresso per far terminare i tentativi di apertura al dialogo con la OLP attuati dal segretario di stato Baker, spiegando che “Tutto ciò che ho fatto è stato obbligarlo (Baker) a un cambiamento di politica, esercitando una piccola pressione diplomatica. Queste sono le regole del gioco….”
DURANTE LA SUA PRIMA VISITA negli USA in qualità di primo ministro nel 1996, Bibi si è rivolto al Congresso, ricevendo tumultuose ovazioni da fantocci a molla bipartisan. Uno zio magnate che aveva invitato alla sessione riferì a un quotidiano usamericano che credeva che suo nipote potesse battere Bob Dole e Bill Clinton in una corsa per le presidenziali.
IL PRESIDENTE CLINTON si è lamentato del fatto che quando Bibi si è recato alla Casa Bianca per una visita, “l’evangelista Jerry Falwell era fuori, e chiamava a raccolta la folla …. elogiando la resistenza del governo israeliano al ritiro pianificato dai territori occupati”.  Clinton si è anche lamentato del fatto che “i rappresentanti del Likud negli USA si fossero uniti ai repubblicani per fomentare il sospetto contro la sua azione diplomatica in Medio Oriente”. Clinton credeva che Bibi “rifuggisse a fondo il processo di pace”. La sua tattica preferita era quella di “temporeggiare” e “fare ostruzionismo” e, quando sfidato, gridare all’”offesa nazionale”.
SI PRESENTA Barack Obama. Bibi, nato nel 1949, è più vecchio di dodici anni. Al tempo in cui Obama correva per il senato usamericano nel 2003, Bibi era già stato ambasciatore dell’ONU, leader del Likud, primo ministro, ministro degli esteri, ed era allora il titolare del Ministero delle Finanze.
È STATO probabilmentesolo dopo il discorso di Obama del 2004 alla Convenzione Nazionale Democratica che Obama iniziò a profilarsi sullo schermo radar politico di Bibi. Da dove veniva questo ragazzo? E con quel secondo nome (Barack Hussein Obama)? Può essere suggestivo ipotizzare che Bibi percepisse Obama come un intruso sul suo campo.
NON C’È TEMPO peraddentrarsi nelle varie riprese del braccio di ferro tra Obama e Bibi  —il blocco degli insediamenti, le ambizioni nucleari iraniane, le linee del 1967, il riconoscimento dell’ONU, l’accordo Hamas-Fatah. Alcuni osservatori credono che Bibi abbia “umiliato” Obama. Io ritengo che siano in parità.
SIGNORE E SIGNORI, NEGLI ULTIMI CENTO ANNI a partire dal 1914, il sionismo è andato a cavalcioni prima della Pax Britannica, poi della Pax USAmericana per stabilire una Pax Israeliana a spese del popolo palestinese. Quanto tempo ancora persisterà nel suo rifiuto di affrontare seriamente ciò che è stato fatto ai palestinesi?
IL MIO SOSPETTO è che Bibi voglia acconsentire alle proposte di accordo quadro di Kerry, ma solo con l’intenzione di temporeggiare. Lui crede di poterla passare liscia. Si vede come più di un primo ministro di Israele. Nel 2010 e nel 2012, il Jerusalem Post lo ha classificato al primo posto in una lista degli ebrei più influenti del mondo.
PER BIBI, l’Atlantico scorre attraverso Eretz Israele. Bibi sa che sopravviverà politicamente a Obama. In Israele, una volta che si è primo ministro lo si è per sempre. Obama ha meno di altri 3 anni davanti. Intanto, Bibi sa di poter spiazzare Obama al Congresso: certamente, ha più sostegno bipartisan lui del titolare dello Studio Ovale.
TUTTI GLI ALTRI PROTAGONISTI sono impegnati in una risoluzione pacifica. Kerry è la voce del suo padrone, e la conoscenza di Obama della Questione Palestinese supera di gran lunga quella di tutti i suoi predecessori. L’impegno di Abbas  per la pace è autentico: alla sua età, la pace sarebbe il coronamento del successo di tutta una vita. Le dinastie del Golfo stanno ansimando per una risoluzione: vogliono concentrarsi sul nemico reale, ovvero la panislamica e anti-monarchica Teheran.
BIBI NON CONDIVIDERÀ MAI GERUSALEMME. L’insediamento e l’occupazione continuativa, mentre si stringe il cappio intorno a Gerusalemme Est, è una ricetta sicura per una catastrofe apocalittica che, presto o tardi,  cadrà suoi luoghi sacri musulmani nella Città Vecchia. Con la continua ondata del fanatismo fondamentalista religioso da ambo le parti, la via all’Armageddon partirà da Gerusalemme.
ECCO PERCHÈ, Gentili Signore e Signori, Benjamin Ben Zion Ben Nathan Nathanyahu oggi è il leader politico più pericoloso al mondo.
 

* Nome sotto il quale i sionisti di Palestina furono interlocutori delle autorità britanniche durante il Mandato (1920-1948) [NdE]

 





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.soas.ac.uk/news/newsitem91772.html
Publication date of original article: 19/03/2014
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=11958

 

Tags: PalestinaStoriaStudi palestinesiDichiarazione BalfourRisoluzione 242SionismoIsraeleNetanyahuWalid Khalidi
 

 
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