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 26/06/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 EUROPE 
EUROPE / Lampedusa: perseguitare i vivi, premiare i morti
Date of publication at Tlaxcala: 16/10/2013
Original: Lampedusa: perseguir a los vivos, premiar a los muertos
Translations available: English  Français  Deutsch  فارسی 

Lampedusa: perseguitare i vivi, premiare i morti

Santiago Alba Rico Σαντιάγκο Άλμπα Ρίκο سانتياغو البا ريكو

Translated by  Francesco Giannatiempo

 

Parlando della tragedia di Lampedusa, c’è poco da aggiungere ai lamenti ipocriti delle autorità europee e alle giustissime denunce degli attivisti, delle organizzazioni e dei migranti. Anni fa, il teologo costaricano di origine tedesca,  Franz Hinkelammert, riassunse in due parole questa routinaria abbondanza di cadaveri raccolti nei mari e nei deserti nelle frontiere d’occidente: “genocidio strutturale”.

L’idea di “genocidio strutturale”, certamente implica un’accusa: le strutture non si impongono da sole, bensì necessitano di decisioni politiche che le facciano funzionare; decisioni politiche che, eventualmente, potrebbero disattivare. Quando una struttura alla propria fonte è incompatibile con la Dichiarazione dei Diritti Umani e con la più elementare dignità umana, le decisioni che vengono prese per tenerla in attività acquisiscono un’aura necessariamente truculenta, un’ aria di ludica crudeltà infantile, la forma di un grande sbadiglio nichilista. Penso che Barroso e Letta non avranno gradito di venire ricevuti a Lampedusa al grido di “assassini”. Non si sentono “assassini”e, probabilmente, la pila di cadaveri accumulati ai loro piedi gli trasmette un orrore sincero. Ma devono ingoiare gli insulti e i rimorsi di coscienza rispondendo in modo responsabile ai propri compromessi con la “struttura”. Compromessi da cui, in certa misura, dipendono anche i voti dei loro elettori.
 

Carlos Latuff

La verità è che le misure prese dall’UE e dal governo italiano trasformano i nostri governanti in una specie di disegnatori fantasiosi di gincane infantili, o meglio, di avvincenti concorsi televisivi. Evitiamo di essere più pietosi di loro! Aumentare il finanziamento per i CIE, rafforzare la sorveglianza nel Mediterraneo e concedere la nazionalità ai morti -mentre si continua a perseguitare i sopravvissuti – ci conviene ed è per altro divertente, giacchè trasforma i movimenti migratori nel più costoso sport estremo del mondo: pagate migliaia di euro per l’iscrizione, oh giovani avventurieri, e lanciatevi in mare mille volte schivando tempeste e motovedette; se toccate terra vivi, come nel gioco dell’oca, vi riporteremo al punto di partenza; come nel gioco dell’oca, vi chiuderemo in prigione e vi obbligheremo ai lavori forzati clandestini; come nel gioco dell’oca, esposti a ogni genere di spregio e abuso. E non si può vincere? Come si vince in questa gara? Morendo! Se morite sulle nostre spiagge, giovani avventurieri, un dolce velo di pietà universale coprirà i vostri corpi e riceverete, inoltre, il grande premio, il sogno finalmente compiuto, la grande ambizione della vostra vita alla fine soddisfatta: la nazionalità italiana.
 
Questo macabro gioco, ovviamente, ha a che fare con la “struttura”. Ha a che fare, come dice Eduardo Romero citando Marx, con il nostro “desiderio appassionato del lavoro più economico e servile” - una scelta “negriera”- e con il nostro scarso rispetto per le frontiere altrui: intervento economico in nazioni saccheggiate, accordi con dittatori e violazione fisica della sovranità territoriale. Una buona parte delle vittime di Lampedusa, per esempio, provenivano dalla Somalia, nelle cui acque le navi di noi europei depositano scorie inquinanti e rubano il tonno per le nostre tavole. Non dimentichiamo che, mentre decine di somali morivano affogati sulle coste italiane, un tribunale spagnolo giudicava di pirateria alcuni ex-pescatori di questo ex-paese africano”.
Però, quest’idea di premiare i morti con la nazionalità postuma - mentre si puniscono i vivi per essere sopravvissuti – comporta una dichiarazione di guerra e un malinteso razzista. A questi giovani che credono nella libertà di movimento e nel diritto a una vita migliore, gli si sta dicendo che saranno accettati e integrati in Europa solamente una volta morti, come cadaveri gonfiati dall’acqua, e soltanto se muoiono alla vista di tutti e in numero sufficiente per non poter essere nascosti sotto il tappeto. Vi vogliamo morti. O, parafrasando un vecchio detto: l’unico immigrante buono, l’unico immigrante assimilabile è l’immigrante morto.
 
Al contempo, il premio della nazionalità postuma è un atto di propaganda razzista, che presuppone e induce l’illusione che i somali, gli eritrei e i siriani naufragati a Lampedusa vogliano essere italiani. In un momento in cui ci sono più italiani - e spagnoli – che non vogliono più essere italiani – e spagnoli – e che abbandonano per forza il proprio paese, i morti di Lampedusa – vincitori di questa gincana nichilista – illuminano una falsa Italia (o Spagna) desiderabile, appetibile, ricca e democratica, alle cui bontà aspirerebbero milioni di persone di tutto il mondo.
 
È una menzogna: non vogliono essere italiani (o spagnoli). Uno dei giornalisti che ammiro di più – l’italiano Gabriele del Grande – sono anni che conta, soprattutto, dà un nome alle vittime di questo “genocidio strutturale”. Mamadou và a morire è l’eloquente titolo di uno dei suoi libri. Orbene, dopo il massacro di Lampedusa, Del Grande ricordava alcuni dati elementari: che la maggior parte degli immigranti non entrano via mare; che molti di loro hanno provato a entrare prima attraverso la via legale; che sono molti di più quelli che escono di quelli che entrano; e che, in effetti, l’unica forma di fermarli è ucciderli (all’origine, durante il viaggio o a destinazione). E si lamentava con amarezza del ruolo dei mezzi di comunicazione che li trattano, al pari dei politici, come meri “oggetti” di un dibattito o di un’immagine, in modo che “i veri protagonisti” – i migranti vivi e quelli morti – non abbiano alcuna voce, né un nome, né una ragione. Del Grande, che ha viaggiato e condiviso con loro lavori e piaceri, descrive questa ostinazione di tanti africani ad attraversare le nostre frontiere come “il maggior movimento di disobbedienza civile contro le leggi europee”. E considera che “se un giorno tornasse la pace nel Mediterraneo e ci fosse libera circolazione, i morti di oggi si trasformerebbero in eroi di domani e si scriverebbero romanzi e si farebbero film su di loro e sul loro coraggio”.
 
Non vogliono essere italiani nè spagnoli nè greci. Conservano i propri legami affettivi e culturali. E lo fanno con molto orgoglio, come dimostrano le rimesse inviate ai paesi d’origine (o il fatto che siano le famiglie che risparmiano il denaro che permetterà al più giovane e coraggioso dei propri membri pagare il mafioso locale e imbarcarsi per l’Europa). Non vogliono essere italiani né spagnoli né greci, sebbene sì vogliono avere alcuni dei diritti che gli italiani e gli spagnoli e i greci sono sul punto di perdere. Reclamano il diritto di andare e venire e il diritto di rimanere nelle proprie abitazioni: a viaggiare e a non viaggiare, a lavorare, ad avventurarsi, a conoscere altri luoghi, ad amare altra come la propria gente. Non sono diversi da noi e, se a volte hanno una vita molto più difficile, sono pure più valorosi, più “intraprendenti”, più vitali, più capaci e meno cinici.
 
Può essere che esistano buone ragioni – economiche ed ecologiche – affinchè si limitino i flussi; ma, allora bisogna che cominci per le merci e per i turisti: si muovono molto più gli europei degli africani, e con un costo molto più alto. E ad ogni modo, il diritto universale al movimento, che implica anche il diritto a non muoversi e il diritto a ritornare, non lo si può applicare in maniera selettiva con criteri etnici, razziali o culturali, e meno lo si può imporre o proibire con la forza. Qualunque siano gli alibi “strutturali”, mai l’Europa potrà pretendere di essere democratica e illuminata, mentre l’omissione di soccorso, la scelta “negriera”, il finanziamento di campi di concentramento e la criminalizzazione della semplice sopravvivenza costituiscono la normalità antropologica e giuridica delle proprie popolazioni e delle proprie leggi.
 
Il Mediterraneo unisce le coste e separa i suoi abitanti. Non lasciamoci ingannare dalla tragica immagine di questa fessura piena di acqua e di morti; nemmeno dalla direzione dei flussi umani. Il nord e il sud del Mediterraneo si somigliano sempre di più. Mentre abbiamo l’impressione che siano loro a venire verso di noi, in realtà siamo noi ad andare verso di loro. Molto in fretta. E converrebbe che, da entrambi i lati, insieme si trovasse una soluzione, e che diventiamo volontariamente un po' africani, prima che i nostri governi inizino ad applicare le leggi sugli stranieri  - come già inizia a succedere – ai propri cittadini. Stranieri, terroristi, poveri, malati: Spagna -e Italia e Grecia - si stanno riempiendo di spagnoli postumi; vale a dire, di spagnoli virtualmente morti.




Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.cuartopoder.es/tribuna/lampedusa-perseguir-los-vivos-premiar-los-muertos/5133
Publication date of original article: 12/10/2013
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=10743

 

Tags: LampedusaItaliaNaufragiImmigrazioneRazzismoUnione europeaUEDiritti UmaniMediterraneo
 

 
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