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English  
 UMMA 
UMMA / Il colpo di Stato in Egitto: islamismo, democrazia, rivoluzione
Date of publication at Tlaxcala: 19/07/2013
Original: El golpe de Estado en Egipto: Islamismo, democracia, revolución
Translations available: Français  Português/Galego 

Il colpo di Stato in Egitto: islamismo, democrazia, rivoluzione

Santiago Alba Rico Σαντιάγκο Άλμπα Ρίκο سانتياغو البا ريكو

Translated by  Francesco Giannatiempo

 

Possiamo parlare di “rivoluzione” in uno di questi due casi:

    • Quando una maggioranza sociale, con interessi diversi o meno e addirittura senza un programma politico, rovescia una dittatura.

    • Quando un programma politico di mutamenti radicali, con o senza le armi e con l’appoggio di una maggioranza sociale, si impone su una “democrazia borghese”.

In Egitto si è avuta una rivoluzione nel 2011 stando al primo dei due significati. Finora non c’è stata nessuna rivoluzione riguardo al secondo caso. E, ora, il caso del rovesciamento di Morsi è evidente che non combacia con nessuna delle due definizioni. Non c’era nessuna dittatura da rovesciare in Egitto (se non una “democrazia borghese”) e non c’è in gioco nessun programma politico di mutamenti radicali, almeno appoggiato dalla maggioranza della piazza. Quando sono le armi di un esercito fascista a rovesciare una “democrazia borghese”, questo si chiama – tecnicamente e politicamente – “colpo di Stato”. Se milioni di persone, comprese molte di quelle rivoluzionarie secondo il primo significato del termine, chiedono un colpo di Stato, non per questo cessa di essere un colpo di Stato. Se migliaia di persone in piazza non vogliono l’intervento dell’esercito – perchè sono rivoluzionarie anche nel significato del termine – la loro volontà rimane completamente annullata dal colpo di Stato. Un esercito fascista che destituisce un presidente eletto, che sospende la costituzione e scioglie il parlamento, che arresta i dirigenti del partito di maggioranza, chiude le loro televisioni e spara sui loro sostenitori, sta mettendo in atto un colpo di Stato. Se lo appoggia molta gente, lo ottiene con facilità. Se per di più lo appoggia la sinistra e lo chiama “rivoluzione”, allora lo ottiene molto facilmente.

Finalmente liberi! A sinistra, la Fratellanza Musulmana; a destra il Consiglio supremo delle Forze Armate 
Vignetta di
Carlos Latuff

Nel mondo arabo non esistevano nè esistono condizioni per cui si verifichi una rivoluzione come nel secondo caso qui descritto. Perché era importante che si verificassero rivoluzioni come nel primo dei significati? Per due motivi. Il primo, perché la fondazione di una “democrazia borghese” sotto la spinta dei popoli avrebbe permesso la formazione di un nuovo soggetto politico e la costruzione - con le nuove condizioni democratiche – di alternative collettive fino ad ora inesistenti e inimmaginabili. Il secondo, perché una “democrazia borghese” avrebbe portato alla luce la reale relazione tra le forze nella zona, favorevole agli islamisti. Ciò avrebbe rappresentato un pericolo, è vero, ma anche una necessità inevitabile, dato che tutte queste dittature avevano giustificato il proprio potere – e la repressione di tutte le espressioni politiche, compresa la sinistra – contro il “terrorismo islamico”, che loro stesse alimentavano, in un ciclo felicemente eterno per i capi, attraverso la repressione e la tirannia. La normalizzazione politica accenderebbe la speranza di una “democratizzazione dell’islamismo” attraverso l’esercizio del governo, come in parte è accaduto in Tunisia e anche in Egitto prima del rovesciamento di Morsi. La ricerca del confronto a qualsiasi costo e la strategia di assillo e di demolizione con qualunque mezzo, può solamente far abortire, per così dire, “la maturazione del fallimento” del progetto islamista; la qual cosa è inevitabile, ma che deve verificarsi in un ambito democratico, altrimenti vorrebbe dire tornare al tragico “giorno della marmotta” che da decenni sta insanguinando la zona e soggiogando la popolazione. La sinistra, per disgrazia, si è prestata a questo gioco in cui può vincere solamente l’”ancien regime”.

Ma c’è un altro motivo per cui la sinistra dovrebbe comprendere la necessità di rispettare le regole del gioco che essa stessa ha contribuito a stabilire con le rivoluzioni democratiche. Nel mondo arabo – e in Tunisia e in Egitto in maniera molto chiara – ci sono due ambiti egemonici paralleli: uno, delle classi popolari, modellato dall’islam politico; e l’altro delle classi medio-alte, plasmato dalla destra laica. Durante le dittature, la sinistra - repressa, isolata, presa tra i due ambiti - si dichiarò sconfitta nel territorio che le era naturale, quello delle classi popolari, e finì equiparata a quello della destra laica, non tanto perché fosse scesa a patti con questa – e lo fece spesso – quanto perché finì isolata dalla strada e chiusa nell’ambra di un elitarismo – se non classista – culturale e intellettuale.

Un amico che anni fa lasciò Nahda profondamente disgustato, nel cercare di elaborare un progetto di “islamismo della liberazione” secondo il modello della “teologia della liberazione”, rimprovera sempre al Fronte Popolare tunisino questo distanziamento elitario della cultura popolare; ed evocando espressamente Chavez, assicura che la Tunisia sarà comunista solamente il giorno in cui, al posto di impegnarsi a svuotarle, i comunisti predichino il comunismo dalle moschee. Ciò serve a tutta l’area e, certamente, anche o soprattutto all’Egitto. Costruire un nuovo ambito egemonico delle sinistre nel mondo arabo presuppone la normalizzazione politica dell’islamismo, il suo logoramento controllato e la sua radicalizzazione – verso sinistra – dall’interno della cultura popolare. Un colpo di Stato basato unicamente sull’anti-islamismo (contando, quindi, sulle forze molto più potenti e già comprovate come nefaste della destra laica), non solo non è una rivoluzione nel secondo significato sopra richiamato, ma che faccia fallire la rivoluzione come nel primo caso, condizione di qualsiasi cambiamento profondo si voglia fare in futuro. Questo è quanto successe in Algeria nel 1992, con il risultato a tutti noto. Adesso può essere anche peggio. Tutti citiamo spesso la frase di Marx: la storia si ripete  due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Non è vero. Si ripete molte volte. La prima come tragedia, la seconda come catastrofe, la terza come inferno, la quarta come apocalisse. Non vedo cosa la sinistra possa guadagnare da questa sequenza mortale… (1)  

Nota
(1) Che questo spostamento “dentro la cultura popolare” sia  possibile, lo dimostra l’America Latina, dove alcuni progetti di emancipazione in corso - in Venezuela, Bolivia, Ecuador- sono stati possibili grazie a una “maturazione” entro un “ambito democratico borghese”. Tutto il mondo sarà d’accordo che la nota “rivoluzione bolivariana”, con la sua forte componente - almeno formale - di “democrazia partecipativa”, sarebbe stata impossibile se Chavez fosse arrivato al potere attraverso il colpo di stato del 1992. Chávez non era ancora Chavez, però era migliore – sideralmente migliore - di Abdelfath Al-Sisi.       

 

 

 





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=170755
Publication date of original article: 06/07/2013
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=10196

 

Tags: EgittoRivoluzioneColpo di StatoDemocraziaIslamismoMorsiFratellanza MusulmanaTunisiaMarxRivoluzione Bolivariana
 

 
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